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giovedì 1 ottobre 2026

PARLIAMO DI EUDEMONIA: ALETHEIA, LA VERITA'

 

"Sei una dea?" fu la domanda banale di Francesco.
"Sono la verità che si apre e si rivela. Molti mi evitano perché sono vestita di stracci, ma sotto la miseria apparente nascondo una grande bellezza. Mi hai cercata e ora sono qua."
Aletheia fa la sua comparsa alla fine della seconda parte di Eudemonìa. Compare in uno dei momenti più drammatici del viaggio di Francesco, quando la decisione drastica da lui presa sembra aver indirizzato la sua ricerca verso un esito nefasto.
Compare come una luce avvolta da stracci, che ne attutiscono l'intensità; quando i vestiti cadono, si rivela nella luce una bellezza diversa da quella sensuale, paragonabile a quella che circonda la madre quando è veduta dal figlio, "...quell'aura impalpabile generata da un amore eterno, sincero e incondizionato".
Il nome Aletheia deriva dalla parola greca che indica la Verità intesa come disvelamento, come scoperta di ciò che è nascosto.
Non è un caso che il viaggio di Francesco verso la Felicità passi per la scoperta della Verità, è infatti impossibile trovare la prima senza prima avere conosciuto la seconda. Per conoscere più nei dettagli questo pensiero, occorre che leggiate Eudemonìa.

Colgo l'occasione per ricordarvi che sabato 03 ottobre, a partire dalle ore 18, sarò presente al Campania Libri Festival per un incontro con l'autore presso lo stand della casa editrice Atile Editore.
Vi aspetto!

Francesco Abate

lunedì 28 settembre 2026

REQUIEM PER UNA GENERAZIONE

 REQUIEM PER UNA GENERAZIONE

Ho visto i ragazzi col domani davanti
arrendersi al mostro maligno
cedere il loro cuore e la loro testa
rinunciare alla propria libertà
vendersi per una pizza e una birra.
Chini sotto il peso del niente
nutriti da sogni di seconda mano
schiacciati dal peso di un computer
girano in tondo stanchi e persi
mentre la vita gli fugge lontano.
Scambiano la felicità per un sonno
scambiano un sogno per una foto
condividono senza dare niente
condividono senza prendere niente
scambiano il fare per il dire.
Ho visto i ragazzi col domani davanti
svendere la propria umanità
accettare la trasformazione maligna
e diventare pezzi di carne
fatti per nutrire una lupa ingorda.

Francesco Abate

P.S. - Poesia pubblicata per la prima volta su Spillwords.com il 9 aprile 2017.

domenica 27 settembre 2026

"IL CREPUSCOLO CELTICO" DI WILLIAM BUTLER YEATS

 

William Butler Yeats è famoso soprattutto per le sue poesie, ma per capire l'origine della lirica e dell'atmosfera dei suoi componimenti può essere utile dedicarsi alla lettura della raccolta di racconti Il crepuscolo celtico.
Pubblicato la prima volta nel 1893, poi ripubblicato nel 1902, Il crepuscolo celtico fa rivivere le figure tradizionali del folklore irlandese. Lo scopo dell'autore è quello di <<...creare un piccolo mondo dalle cose amabili, belle, essenziali di questo mondo imperfetto e informe, e offrire così una visione del volto dell'Irlanda>>.
L'opera fu composta nel periodo della rinascita della letteratura irlandese, Yeats con essa ha voluto recuperare le tradizioni popolari dell'isola. L'interesse di Yeats per le storie del folklore irlandese in quel periodo si manifestò anche con la raccolta di Fiabe irlandesi.
Lo stile in cui i racconti sono scritti anticipano le scelte liriche che l'autore farà nelle sue poesie più celebri, così come anche l'atmosfera, quella di un'Irlanda magica, è quella che spesso ricorrerà nella produzione poetica.

Francesco Abate 

mercoledì 16 settembre 2026

LA SPERANZA DEL SOLDATO INERME

LA SPERANZA DEL SOLDATO INERME

La guerra è già perduta da tempo
forse l'esercito vincerà
ma il soldato perderà sempre
e i vessilli di gloria eterna
affonderanno le fameliche radici
nel suo sangue ingenuo.
Il soldato è circondato dal nemico
non cade sulle ginocchia
per non dispiacere il suo ego
ma le future cerimonie
saranno solo in memoria di caduti
per una vittoria inutile.
Sono un soldato spacciato
e il mondo m'è nemico,
vedo morte ovunque guardo
e la speranza mi sfugge di mano.
Che senso ha calpestare un suolo
che vuole abbracciare il mio cadavere?
Volo via nell'aria,
sarò una rosa che adorna
i capelli di una giovane dea
che irradia il suo cielo
con la purezza dei suoi sogni;
o sarò una piuma nel vento
sbattuta senza sosta e meta
che cade inerme nella fogna
del futuro rubato e svenduto
di un cimitero in movimento.

Francesco Abate

P.S. - poesia pubblicata per la prima volta il 22 marzo 2017 su Spillwords.com.

venerdì 11 settembre 2026

"NERO COME IL MARE" DI CHARLOTTE MCCONAGHY

 

Nero come il mare è un romanzo scritto dall'autrice australiana Charlotte McConaghy.
Narra le vicende di Dominic Salt, custode del deposito di semi costruito nell'isola di Shearwater, e dei suoi tre figli, Raff, Fen e Orly, a cui si aggiunge la misteriosa Rowan, una donna salpata per l'isola in cerca del marito scomparso.
In questo romanzo uno dei protagonisti principali è l'ambiente in cui si svolge la storia. L'isola di Shearwater sta per essere sommersa dall'oceano a causa dell'innalzamento dei mari, questo rende il lavoro dei Salt molto più difficile e li obbliga ad assumersi una grande responsabilità: scegliere quali semi salvare dall'inabissamento del deposito e quali lasciar sparire per sempre. Shearwater con la sua natura selvaggia interagisce con i protagonisti, ad esempio consola Fen dalle ferite che porta nell'anima, e con la sua violenza non fa che ricordare agli uomini quanto siano piccoli rispetto alla natura.
L'isola di Shearwater non esiste, è ispirata alle isole Macquarie, un atollo subantartico situato tra la Tasmania e l'Antartide. Attraverso l'isola l'autrice ci mostra la violenza dell'uomo contro la natura, raccontando le stragi di pinguini e foche da pelliccia compiute nei secoli scorsi, ma anche la sua vulnerabilità contro i cambiamenti che sta causando all'ambiente.
Il problema del cambiamento climatico in questo romanzo è centrale. Sia la narrazione principale che i flashback dei protagonisti mostrano i danni materiali e morali causati dagli eventi metereologici estremi, perché un incendio o un'inondazione non sono solo soldi da spendere per la ricostruzione, sono soprattutto vite spezzate, paure scavate nell'anima, smarrimento e disperazione. I protagonisti mostrano i diversi modi di reagire degli uomini al cambiamento climatico in corso: l'antropocentrismo, cioè la scelta di salvare solo ciò che della natura è utile all'uomo; la resa o la negazione, quindi ignorare il problema o addirittura di acuirne la distruttività; l'amore per la natura, cioè salvare anche ciò che all'uomo non può servire, riconoscendo di fatto che il mondo non è il nostro.

Sebbene l'ambiente e la questione climatica abbiano un ruolo centrale in questo romanzo, in Nero come il mare c'è anche spazio per la riflessione sul dolore e sull'incapacità di gestirlo.
La famiglia Salt ha portato con sé su Shearwater un grosso carico di ferite nell'anima, e la vita sull'isola ne ha inflitte altre. Sebbene Dominic sia un padre affettuoso, è assolutamente incapace di aiutare i figli nella gestione del dolore, perfino dialogare con loro sul male che soffrono gli riesce impossibile, così si crea un distacco che non riesce a colmare. Raff e Fen vorrebbero aprirsi, manifestano segnali di disagio, ma nel padre trovano un muro e finiscono per ripiegarsi in sé stessi.
La comunicazione del dolore è il dramma dell'essere umano. Un tempo si piangeva in silenzio, non bisognava mostrarsi deboli, le ferite dell'anima venivano nascoste, finendo prima o poi per infettarsi e diventare un problema più serio. Oggi crediamo di essere più evoluti, ma nella maggior parte dei casi si vive semplicemente l'eccesso opposto, cioè il dolore (come un po' tutto ormai) deve essere pubblicato, spettacolarizzato, viene comunicato in modo distorto; chi ascolta, poi, quasi mai lo fa col cuore dell'amico che vuole comprendere, più spesso si pone come giudice o dottore, facendo ancora più male a chi già è ferito.

Il punto forte di Nero come il mare, come si può dedurre da quanto ho scritto sopra, è la ricchezza di temi sui quali impone una riflessione. Sebbene sia un thriller, la scrittrice non crea qualcosa di leggero e va al di là del puro intrattenimento.
Il suo punto debole è, come quasi tutti i romanzi pubblicati oggi, la sua eccessiva adesione alle regole narrative. La ricerca della tensione a tutti i costi rende in alcuni punti la lettura irritante, inoltre nella costruzione della trama ci sono alcune scelte "alla moda" che sono inutili nell'economia generale del romanzo e sono state fatte tanto per renderlo più moderno. Per fortuna sono solo piccole pecche che non rovinano il romanzo. 

Francesco Abate

giovedì 27 agosto 2026

BACIO NEGATO

 BACIO NEGATO

Una notte calda d'amore
l'aria profuma di rose
e la Luna sorride amica.
Chiudo gli occhi
vedo comunque bene
i fili di grano sulla tua testa
e il cielo che hai negli occhi
e la passione che ti colora la bocca.
Tendo a quella fonte
che mi darà la gioia
il sangue diventa frizzante
e il cuore fa capriole.
Il tempo si dilata
la distanza che ci separa
non sembrava così grande
ma il mio cammino
non finisce più.
Riapro gli occhi
e davanti ho l'inferno:
l'amore che scaldava l'aria
era soltanto il mio
e la Luna che m'incitava
era un neon bianco e freddo.
Tendo ancora le labbra
in cerca della mia acqua
ma non sento l'odore di grano
e non vedo il cielo che sei.
Ritrai il tuo corpo in fuga
e il tuo seno morbido
non mi dona il suo profumo,
le tue rosse labbra di rosa
hanno una forma strana
senti la forza che sono
ma la fuggi disgustata.
Fermo la mia corsa
è una gara che ho già perso,
rido fingendomi forte
ma il cuore
piange sangue in ginocchio.

Francesco Abate

P.S. - poesia pubblicata per la prima volta su Spillwords.com l'8 febbraio 2017.

martedì 25 agosto 2026

INVINCIBILE

INVINCIBILE

La pagina che viene
non la conosco
ma gioco a immaginare
i mondi fatati che mi darà.
Combatterò, amerò,
striscerò nel fango
o semplicemente
mi annoierò.
Sarò invincibile
almeno finché non comincerà
sarò un eroe
e volerò nel mio cielo privato.
Sembra stupido
e forse è il mio punto debole
ma sarò invincibile
finché la vita non dirà altro.

La guerra che m'aspetta
adesso è mistero
e giocare a scriverla daccapo
mi rende possibile cambiarla.
Piangerò, riderò,
scoccherò frecce di fuoco
o semplicemente
avrò un bacio.
Sarò invincibile
almeno fino alla prossima alba
sarò un eroe
la costellazione che indica il Nord.
Sembra stupido
ma forse è il mio punto forte
io sarò invincibile
finché la vita non dirà altro.

La pagina è girata adesso
il giardino che sognavo è un deserto
ma ho gambe forti e finché reggono
io corro.

Francesco Abate

P.S. - poesia pubblicata il 14 gennaio 2017 sul sito Spillwords.com.

domenica 23 agosto 2026

"CANDIDO (O L'OTTIMISMO)" DI VOLTAIRE

 

Candido è un romanzo pubblicato dal filosofo francese Voltaire nel 1759.
Questo romanzo è forse l'opera più rappresentativa del pensiero di Voltaire, un manifesto del pensiero Illuminista ed una critica a tutto ciò che usciva dal campo della pura razionalità.
L'opera è una parodia dei romanzi d'avventura e d'amore, racconta in modo comico le avventure del nobile Candido e il suo amore per Cunegonda. Il protagonista vive la sua avventura convinto di essere nel migliore dei mondi possibili, idea che viene puntualmente confutata dagli eventi, infatti a lui ed alle persone che gli sono intorno capitano ogni sorta di disgrazie: il romanzo è perciò una critica alla teoria del filosofo Leibniz sul migliore dei mondi possibili.
A ispirare questa critica tanto allegra quanto feroce della filosofia leibneziana contribuì di certo il terremoto di Lisbona del 1755 (di cui si accenna nel romanzo), che rase al suolo la capitale portoghese e causò decine di migliaia di vittime.
La conclusione a cui giunge Candido, che è il punto a cui l'autore vuole condurre il lettore, è che sia il pessimismo che l'ottimismo sono atteggiamenti sbagliati, l'uomo deve limitarsi a coltivare il proprio orto, cioè usare la ragione per migliorare il più possibile il mondo senza perdersi nelle domande senza risposta della metafisica.
Attraverso i suoi personaggi, Candido esprime anche una critica feroce alla nobiltà ed alla chiesa.

Francesco Abate

sabato 22 agosto 2026

QUESTO INFERNO E' LA MIA CASA

 QUESTO INFERNO E' LA MIA CASA

Piovono bombe sopra la mia testa,
soldati nemici mi rubano il tempo
e la pioggia bagna i miei sogni.
Tirano calci alla mia schiena nuda,
lotto per il pane che ho nel piatto
e versano veleno nel mio vino.
Qual è la punizione che mi ha gettato qui?
Sogno il viaggio della liberazione
che rimane chiuso nel cassetto.
Questo inferno è la mia casa!
Il passato è metallo più duro dell'acciaio
e mi tiene legato a questa caverna.
Pianterò una rosa nella fogna che ho sotto i piedi,
sarà il mio giardino dell'Eden.

Francesco Abate

P.S. - pubblicata per la prima volta sul sito Spillwords.com il 7 dicembre 2016.

EUDEMONIA AL CAMPANIA LIBRI FESTIVAL 2026

 

Sono felice di annunciarvi che sarò con il mio romanzo Eudemonìa al Campania Libri Festival 2026, presso lo stand della casa editrice Atile Edizioni.

Vi aspetto al Palazzo Reale di piazza del Plebiscito sabato 3 ottobre alle ore 18.

Francesco Abate

domenica 16 agosto 2026

"FEDRO" DI PLATONE

 

Fedro è un'opera scritta dal filosofo greco Platone nel 370 a.C.
Nel Fedro, Platone usa l'espediente di un dialogo tra Socrate e Fedro sull'amore per descrivere l'anima umana e analizzare la retorica.
L'anima è descritta come un carro alato guidato da un auriga e condotto da due cavalli: uno bianco, che tende verso l'alto, e uno nero, che tira verso il basso. L'auriga è la ragione, alla quale tocca gestire l'anima irascibile (volontà e coraggio, il cavallo bianco) e quella concupiscibile (i desideri intensi, il cavallo nero). Il cavallo bianco tende ad elevare l'anima, quello nero invece a degradarla, e l'auriga deve governarli affinché l'uomo possa ascendere ad un livello superiore, così da giungere alla fine alla contemplazione della verità. Il mito del carro serve a Platone per spiegare com'è fatta l'anima, ma anche per chiarire i ruoli che hanno ragione e passioni; a differenza di altri filosofi, come gli stoici, per Platone le passioni sono necessarie affinché l'anima possa compiere la sua ascesa alla verità, però devono essere mediate dalla ragione.
Il Fedro non tratta solo dell'anima umana, ma all'ultimo discorso di Socrate affida anche una definizione della retorica, la quale deve essere finalizzata alla conoscenza della verità, guidare verso la scoperta del mondo delle Idee, e non deve curarsi solo della propria efficacia persuasiva. Alla conoscenza della verità la retorica deve giungere per disgiunzioni e separazioni: deve separare ogni elemento nelle sue parti costitutive per poi individuare quali siano le idee connesse con la materia, ripercorrendo le relazioni tra le idee stesse fino a concepire la struttura dell'Uno.
Platone in quest'opera spiega come la comunicazione orale sia da preferire per innalzare l'anima verso la vera conoscenza, mentre la parola scritta rimane fissata in una perenne immobilità.

Francesco Abate

martedì 4 agosto 2026

"SIMPOSIO O SULL'AMORE" DI PLATONE

 

Il Simposio (o sull'Amore) è un'opera del filosofo greco Platone, composta nel 380 a.C.
Il libro racconta di un banchetto che si svolge a casa del tragediografo Agatone, al quale oltre al padrone di casa partecipano Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane e Socrate. Nel corso di questo banchetto, ogni commensale pronuncia il proprio discorso sull'Amore.
Il primo a parlare è Fedro, secondo cui Eros è un dio antichissimo, annoverato nei miti della creazione, importante perché ha abbellito il mondo, proporzionandolo e armonizzandolo (argomento mitologico).
Viene poi il turno di Pausania, il quale presenta una distinzione tra un Eros buono, privo di eccessi e di difetti, e un Eros cattivo, passionale ed eccessivo (argomento etico).
Erissimaco poi paragona Eros a un farmaco: cura le anime più inquiete e travagliate, ma col dosaggio sbagliato può portare alla follia (argomento scientifico).
Il discorso di Aristofane riporta uno dei passaggi più celebri della filosofia platonica, il mito dell'androgino. Secondo questo mito, in origine esistevano tre sessi: maschio, femmina e androgino. Ogni essere umano era tondeggiante, con quattro mani, quattro gambe e due volti. Per quanto concerne i genitali, alcuni avevano gli organi maschili raddoppiati (maschi), alcuni quelli femminili doppi (femmine), altri avevano sia il maschile che il femminile (androgini). Questi esseri erano potentissimi e osarono sfidare gli dèi, costringendo Zeus a tagliarli in due per indebolirli e ridurli all'obbedienza; il loro viso fu voltato dal lato del taglio, così che vedessero ciò che avevano subito. Da allora ogni essere cerca la metà perduta, e così sono spiegate anche eterosessualità e omosessualità: gli uomini che erano parte dell'androgino cercano le donne (e viceversa), quelli che erano parte del maschio cercano altri maschi (i ragazzi che amano gli uomini, per Aristofane, sono i più virili), le donne che erano parte della femmina cercano altre femmine. Questo è l'argomento mitologico del Simposio.
Il discorso di Agatone identifica il bello col bene, concludendo perciò che l'amore ha come oggetto solo il bene e chi ama deve per forza essere bello.
L'ultimo a parlare è Socrate, il quale riferisce ciò che gli fu detto dalla sacerdotessa Diotima (un personaggio inventato). Eros è figlio di Poros e Penìa, due divinità minori: il padre gli ha donato intelligenza e sagacia, la madre la bruttezza. Per via della bruttezza, Eros cerca il bello, e l'Amore altro non è che la ricerca nell'amato di qualcosa che manca all'amante. L'Amore è, inoltre, un'ascesa intellettuale dall'amore per il corpo fino all'amore del bello in sé.

Francesco Abate

domenica 26 luglio 2026

PARLIAMO DI EUDEMONIA: ALETHEIA, LA VERITA'

 

Aletheia è il personaggio la cui comparsa chiude la seconda parte del romanzo Eudemonìa.
E' rappresentata come una donna completamente coperta, dall'aspetto quindi indefinibile, che mostra la propria grande bellezza solo nel momento in cui si spoglia.
Per giungere al suo cospetto, Francesco deve fare i conti con sé stesso e con la propria visione del mondo, perché Aletheia è la Verità, necessaria per la ridefinizione dell'identità del protagonista e bussola indispensabile per il raggiungimento di Eudemonìa.

Per sapere quale strada Aletheia indica a Francesco per raggiungere Eudemonìa, non vi resta che comprare il libro.


Vi invito a seguire il blog e le mie pagine social (Facebook, Instagram) per tutti gli aggiornamenti riguardo questo romanzo.
Vi ricordo che potete acquistare il romanzo in tutte le librerie fisiche e virtuali (link in questa pagina). Il romanzo è inoltre disponibile presso Copperflield Bookshop in via Italia, 43.

Francesco Abate

venerdì 24 luglio 2026

"IL MUGNAIO URLANTE" DI ARTO PAASILINNA

 

Il mugnaio urlante è un romanzo pubblicato dallo scrittore finlandese Arto Paasilinna nel 1981.
L'opera racconta la storia di Gunnar Huttunen, che d'improvviso giunge in un villaggio sperduto del nord della Lapponia e va ad abitare in un mulino abbandonato, che riesce a rimettere in funzione. Sebbene si dimostri un grande lavoratore e agli abitanti del villaggio farebbe comodo riavere in attività il vecchio mulino, Gunnar viene giudicato pazzo e per questo prima isolato, poi spedito in manicomio, dal quale però riesce a fuggire per darsi alla macchia.
Sebbene sia scritto in modo leggero, a tratti addirittura divertente, il romanzo mostra l'ipocrisia della società, sempre pronta a definire "pazzo" chiunque esca dai rigidi binari del conformismo. Gunnar è una persona a modo, animata da buoni sentimenti e lavoratrice, tende però ad esternare senza filtri i propri stati d'animo: quando è preso dalla malinconia ulula alla Luna come un lupo, quando è felice invece imita gli animali. Questo lato particolare del suo carattere spinge gli abitanti del villaggio a bollarlo come pazzo, sebbene lui non faccia niente di troppo diverso da loro che si definiscono normali, infatti anche il dottor Ervinen (che firmerà la diagnosi di pazzia necessaria a farlo internare) nel raccontare le proprie battute di caccia si abbandona ad un'appassionata imitazione degli animali.
Il romanzo offre anche una fotografia della realtà dei manicomi. L'istituto dove viene portato Gunnar è un lager dove i malati mentali, o quelli che come lui sono giudicati tali solo perché fuori dagli schemi, vengono abbandonati a sé stessi, privati della dignità e del diritto di vivere, ridotti allo stato di animali in gabbia. Non c'è un vero percorso di cura, il manicomio è una discarica in cui gettare l'umanità difettosa, così da evitare fastidi alla cosiddetta gente per bene.

Francesco Abate

domenica 19 luglio 2026

STIAMO ANNEGANDO NELLA VIOLENZA

 

Il fiore schiaccia la farfalla
e la farfalla sbrindella il fiore;
insetti adulti divorano larve
e larva grossa uccide larvetta.

Non tanti demoni uscirono
quando il vaso di Pandora fu aperto:
solo un mostro
gigante e mutevole
si sciolse nel nostro sangue.

Non sono eserciti a insanguinare il mondo;
se guardi oltre la nebbia che ti acceca
vedi ancora il pugnale insanguinato
stretto nella mano crudele di Bia.

Spesso parlo di violenza nelle mie opere, tanto nelle poesie (sopra vi ho riportato il testo de La mano crudele di Bia) quanto nei romanzi (in Eudemonìa compare il personaggio di Bia).
Come ho già avuto modo di scrivere in un vecchio post, viviamo in un mondo in cui la violenza è continuamente giustificata e legittimata, dove non si cerca di reprimerla e ognuno tenta di usarla a proprio vantaggio. Discendiamo dalle culture greca e romana, che esaltavano la violenza come valore supremo, tanto che gli eroi erano quasi sempre dei violenti, e questo veleno non siamo ancora riusciti a tirarlo via dal nostro sangue.
Sento il bisogno di una nuova riflessione sul tema della violenza perché vedo ogni giorno di più la totale assuefazione a questo morbo dell'anima. In questi giorni l'Italia è piena di persone pronte a definire legittima difesa l'azione di un uomo che ha inseguito i ladri che l'avevano derubato, gli ha sparato, uccidendone due, e si è accanito sul ferito prendendolo a calci. L'uomo in questione aveva già manifestato la propria indole violenta presentandosi armato a casa dell'ex fidanzato della figlia, da perfetto figlio dei film d'azione americani. Una manifestazione così animalesca di violenza in una società civile non dovrebbe trovare alcuna giustificazione, dovremmo essere tutti concordi sul fatto che la violenza sarebbe da condannare sempre e comunque, invece una parte politica legittima quella barbarie per raccattare qualche voto cavalcando la rabbia popolare, e buona parte della società civile giustifica l'assassino in nome della libertà di difendersi. Nessuno si chiede cosa succederebbe se davvero tutti fossimo liberi di reagire come ha fatto il gioielliere, massacrando senza pietà chi ci ha derubato, nessuno pensa al sentimento di vendetta che potrebbe nascere tra i parenti delle vittime o al gusto che potrebbe prenderci il carnefice, nessuno ragiona su quello che ormai la storia ci ha mostrato chiaramente: la violenza non fa altro che generare e rinforzare un'infinita spirale di sangue, nutre sé stessa ed è insaziabile.
Il fiume di sangue che scorre è già imponente e noi non facciamo altro che minimizzarlo, giustificarlo e ignorarlo. Il popolo palestinese sta subendo un genocidio, ma alcuni si lavano la coscienza parlando del 7 ottobre e guardano altrove; gli immigrati vengono schiavizzati, torturati e uccisi, ma sono diversi da noi e ci sentiamo legittimati a non guardare; i governanti usano sempre con maggiore frequenza la violenza per reprimere il dissenso, ma spesso i dissidenti ci sono antipatici e diamo ragione ai repressori. Voglio usare questi esempi per farvi capire che, seppure parliamo spesso di pace e amore, facciamo un uso sempre più massiccio della violenza e non abbiamo alcun problema a giustificarla; questa è una tendenza molto pericolosa perché, come dimostra l'escalation di questi ultimi anni, la spirale di sangue non si arresterà mai da sola, se la lasciamo andare non farà altro che rinforzarsi e travolgere tutto.
Per noi stessi e per il mondo in cui viviamo, dobbiamo azionare il cervello il prima possibile. Dobbiamo capire che la società ha senso solo nel caso in cui la forza delle leggi e dei principi annulli la forza delle armi, in caso contrario finisce per non essere altro che un canile dalle sbarre invisibili in cui cane mangia cane.

Francesco Abate

venerdì 17 luglio 2026

VI PRESENTO LA MIA NUOVA PAGINA

 

Vi annuncio con grande gioia che è online la mia nuova pagina, https://www.hubscrittori.it/francesco-abate.

Ringrazio gli amici di Interrete per il fantastico lavoro svolto e tutto il supporto che mi stanno dando. 
Vi invito inoltre a visitare https://www.hubscrittori.it/ per conoscere altri autori interessanti e le loro opere.

Francesco Abate

lunedì 6 luglio 2026

"I SUPPLIZI CAPITALI" DI EVA CANTARELLA

 

I supplizi capitali è un saggio pubblicato nel 2005 da Eva Cantarella.
In questo saggio l'autrice analizza i reati per i quali era prevista la pena di morte nella Grecia e nella Roma antiche, oltre ai modi in cui essa era eseguita. Non si creda che quest'analisi sia fine a sé stessa o sia un semplice esercizio di arricchimento culturale, lo scopo è quello di comprendere meglio le ragioni alla base dell'applicazione dei supplizi capitali, così da arricchire il dibattito sulla loro legittimità. 
Non è un caso la scelta dell'autrice di tornare indietro fino alla Grecia antica e alla Roma delle origini, infatti sebbene il dibattito sull'abolizione della pena di morte sia iniziato nel Settecento con Cesare Beccaria, è da Platone che iniziano le riflessioni circa la natura della pena, e nel Protagora il filosofo propone per la prima volta un'idea di giustizia prospettiva invece che retributiva, cioè una giustizia pensata affinché il reo sia recuperato, non semplicemente punito. Nell'antica Grecia affondano quindi le radici del concetto di giustizia riabilitativa, che è quanto di più incompatibile possa esistere con la pena di morte.
Studiare la storia antica della pena di morte ci aiuta inoltre a vedere come le società del tempo si siano sforzate nel tempo di trasferire l'amministrazione della giustizia dalla sfera privata agli spazi pubblici. Sia in Grecia che a Roma, in origine a punire con la morte per molti reati era il capofamiglia, il quale era legittimamente considerato sovrano nel piccolo nucleo sociale (la famiglia) sul quale si reggeva l'intera comunità. Col passare del tempo, in entrambe le realtà, le leggi furono modificate affinché fossero sempre meno i casi in cui il giudizio e la pena fossero comminati nello spazio privato della casa, togliendo quindi potere ai capifamiglia ed accentrando l'amministrazione della giustizia nelle mani della comunità.
La lettura di questo saggio è importante anche per sfatare il mito secondo cui l'ideazione dei supplizi capitali fosse solo un esercizio di crudeltà. Sebbene io resti convinto che un certo sadismo abbia influenzato spesso la scelta delle modalità di un'esecuzione capitale (basta guardare il disegno all'inizio del post), l'autrice, attraverso lo studio dei documenti giuridici, delle tradizioni ed anche della letteratura, dimostra come la tipologia del supplizio fosse influenzata dalla natura del reato e dallo scopo della pena; le modalità cambiavano a seconda che il reo fosse punito per vendicare l'offesa che aveva fatto alla vittima, che venisse punito per la violazione di legge o che dovesse espiare un peccato commesso contro un dio. 

Francesco Abate

domenica 28 giugno 2026

LE PROSSIME PRESENTAZIONI DI EUDEMONIA

 


Il prossimo sarà un fine settimana molto intenso per me.
Venerdì 3 luglio vi aspetto presso Libramente - Caffé Letterario a Salerno per parlarmi del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.
Il giorno dopo sarò ad Aquara, precisamente al bar 'A Kjazz, sempre per parlarvi di Eudemonìa.
In queste presentazioni sarò in compagnia degli amici Luisa Patta e Luca Maucione, che parleranno rispettivamente di Umane Traiettorie e Balancìn.

Saranno due occasioni per scoprire nuovi libri e nuovi posti da vivere nella splendida provincia di Salerno.

Vi aspetto.

Francesco Abate

domenica 14 giugno 2026

"INNO AI PATRIARCHI" DI GIACOMO LEOPARDI

 

Inno ai patriarchi o de' principi del genere umano è uno dei Canti scritti da Giacomo Leopardi.
Pubblicato nel 1822, fu l'unico degli Inni cristiani, che il poeta aveva progettato nel 1819, ad essere composto.
Formato da centodiciassette versi in endecasillabi sciolti, la poesia richiama alla memoria i patriarchi, coloro che per la tradizione biblica furono i primi padri del genere umano (da Adamo a Giuseppe), per tracciare un parallelismo tra la felicità della loro epoca, più naturale e meno civilizzata, e l'infelicità della civiltà contemporanea.
Nella prima strofa Leopardi, dopo aver esordito dicendo che il canto dei figli infelici evocherà con lodi i patriarchi, nei versi da 6 a 15 riflette come non sia Dio a imporre all'uomo l'infelicità, sono invece le colpe degli uomini ad essere ben più gravi del peccato originale ed a condannare l'umanità.
Nella seconda strofa il poeta evoca Adamo. Il primo uomo creato da Dio vive in una natura meravigliosa, regno della pace, sconvolta solo dal fratricidio commesso da Caino ("...Ecco di sangue / gli avari colti e di fraterno scempio / furor novello incesta, e le nefande / ali di morte il divo etere impara").
Nella terza strofa viene evocato Noè, che salva l'umanità dalla furia del diluvio universale, ma questa, invece di uscire migliorata dalla tragedia, si mostra addirittura peggiore di prima (un po' come l'uomo moderno dopo il Covid19).
Nella quarta strofa Leopardi evoca la placida vita pastorale di Abramo, la visione dolce di una vita semplice passata a stretto contatto con la natura. Poi Giacobbe sceglie di diventare servo di Labanide per amore.
Nella quinta strofa viene richiamata la leggendaria età dell'oro, in cui l'essere umano viveva nella natura, nell'abbondanza e in pace.
La sesta e ultima strofa è la più incisiva. Leopardi descrive la vita semplice e felice dei selvaggi che vivevano in California, che non patiscono le angosce dell'uomo civile ("a cui non sugge pallida cura il petto"), che non periscono delle malattie che tormentano l'uomo di città ("a cui le membra fera tabe non doma"), a cui la natura offre protezione e sostentamento. La quiete di questi felici selvaggi è distrutta dall'arrivo dei missionari, i quali tentano di imporre loro la civiltà e la religione; nulla può la natura contro lo scellerato ardimento dell'uomo civile, viene devastata dalla brama di conquista, e ai popoli vittima di questo scempio viene insegnata l'infelicità, mentre la felicità viene resa anche per loro sempre più fugace e difficile da raggiungere.
Riporto interamente la sesta strofa, che merita di essere letta e riletta:
Tal fra le vaste californie selve
nasce beata prole, a cui non sugge
pallida cura il petto, a cui le membra
fera tabe non doma; e vitto il bosco,
nidi l'intima rupe, onde ministra
l'irrigua valle, inopinato il giorno
dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
scellerato ardimento inermi regni
della saggia natura! I lidi e gli antri
e le quiete selve apre l'invitto
nostro furor; le violate genti
al peregrino affanno, agl'ignorati
desiri educa; e la fugace, ignuda
felicità per l'imo sole incalza.

Il tema del rapporto dell'uomo moderno con la natura è ricorrente in Leopardi, tanto nei Canti quanto nelle Operette morali, e la posizione del poeta è in netto contrasto con l'antropocentrismo, che vede l'universo intero al servizio dell'essere umano.
Forse nella nostra epoca, in cui si inquina per permettere ai miliardari di fare le gite nello spazio, bisognerebbe rileggere bene Leopardi e non fermarsi solo al pessimismo.

Francesco Abate

sabato 6 giugno 2026

QUALCHE SCATTO DALLA FIERA DEL LIBRO "AMALFI COAST" DI ATRANI

 





Vi lascio qualche scatto dalla Fiera del Libro e dell'Editoria "Amalfi Coast" di Atrani, dove la scorsa settimana ho parlato del mio romanzo Eudemonìa.

Francesco Abate



domenica 24 maggio 2026

"OPERETTE MORALI" DI GIACOMO LEOPARDI

Operette Morali è una raccolta di ventiquattro testi (prose e dialoghi) composti da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1828, durante il suo "silenzio poetico", periodo durante il quale non scrisse alcuna poesia, turbato da una profonda crisi interiore.
Scritti con un linguaggio ironico e filosofico, i testi nei personaggi attingono tanto alla mitologia quanto alla storia e presentano i temi principali della poetica leopardiana.
Il tema più presente è senza dubbio quello dell'infelicità; la vita per Leopardi è un'oscillazione tra dolore e noia, la felicità è quindi un'illusione e l'essere umano è condannato a vivere infelice. In Elogio degli uccelli, l'autore invidia l'esistenza degli uccelli, la quale è gaia e preferibile a quella infelice dell'essere umano. Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, l'autore arriva addirittura a considerare il suicidio come una scelta legittima dell'essere umano, che può usarlo come fuga dalla condanna che è costretto a scontare sulla Terra.
Nelle Operette Morali viene poi criticato aspramente l'antropocentrismo, cioè la concezione dell'essere umano come centro dell'universo, la Natura è considerata come indifferente alle sorti dell'uomo e per questo l'uomo di cultura, che comprende questa scomoda verità, vede accresciuta la propria infelicità. Ne Il Copernico, Leopardi sottolinea come la teoria eliocentrica metta in crisi l'idea dell'uomo come centro della creazione, causando una potente scossa tellurica capace di mandare in rovina le credenze religiose e l'ipocrisia della società moderna, le quali credono e si fondano sulla supposta superiorità dell'uomo sul resto del creato. Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, l'autore mostra come l'eventuale sparizione del genere umano non altererebbe in alcun modo l'andamento dell'universo, riducendo quindi l'uomo ad una porzione infinitesimale del cosmo, privandolo della posizione privilegiata datagli dalle credenze filosofiche e religiose.
Il Dialogo di Tristano e di un amico è uno dei testi più interessanti dell'opera, e forse anche il punto più estremo del pessimismo leopardiano. In questo dialogo Tristano dapprima sembra rinnegare le idee leopardiane sull'infelicità dell'uomo, dando partita vinta alla società moderna e al suo ottimismo, salvo poi rivelare come tale svolta non sia da lui davvero sentita e arrivare ad ammettere di desiderare la morte più di ogni altra cosa; il protagonista augura all'umanità di veder compiute le proprie speranze, ma mostra di non sentire in sé questo ottimismo e dichiara che alla gloria di un Cesare o di un Alessandro Magno preferirebbe una rapida morte. Il desiderio di morte espresso da Tristano si collega al proposito suicida di Porfirio nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove Leopardi legittima il suicidio come fuga da un'esistenza insopportabilmente infelice.
Come è facile immaginare, l'opera subì delle censure e fu inclusa dalla Chiesa nell'Indice dei Libri Proibiti. In un'epoca in cui la società sembrava avviata verso un progresso rapido e inesorabile, in cui importanti fermenti sociali e filosofici alimentavano grandi speranze nel futuro, un'opera che con crudezza rivelava come l'uomo non fosse il perno principale dell'universo non poteva certo essere ben accolta.

Francesco Abate

lunedì 18 maggio 2026

QUALCHE SCATTO DAL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

 




Vi lascio qualche immagine del mio firmacopie al Salone del Libro di Torino.
E' stata un'esperienza densa di emozioni, un'occasione per vivere dall'interno la più importante manifestazione letteraria d'Italia; ho avuto inoltre la possibilità di visitare Torino, una città bellissima e ricca di storia.
Questi incontri non fanno altro che accrescere il mio amore per la scrittura, dandomi nuove energie per continuare questo percorso intrapreso ormai quasi venti anni fa.
Posso solo ringraziare la casa editrice Atile Editore per l'opportunità che mi ha dato e tutti quelli che mi seguono e leggono le mie opere.

Francesco Abate

sabato 2 maggio 2026

"L'UOMO DUPLICATO" DI JOSE' SARAMAGO

 

L'Uomo duplicato è un romanzo dello scrittore portoghese José Saramago pubblicato nel 2002. Da questo romanzo è stato tratto il film Enemy, diretto da Denis Villeneuve e interpretato da Jake Gyllenhaal.
Come in tutte le sue opere, Saramago crea una situazione paradossale e analizza l'impatto che ha sulla vita e sulla mente dei protagonisti, analizzando l'evoluzione degli eventi e le conseguenze che genera.
In questo romanzo la situazione paradossale è la scoperta da parte del professore di Storia Tertuliano Maximo Afonso dell'esistenza di un attore esattamente identico a lui. Non si parla di una semplice somiglianza, i due sono identici in tutto, dal tono della voce al più piccolo neo, sebbene vivano vite distinte e non siano legati da alcun vincolo di parentela, anzi non sappiano l'uno dell'esistenza dell'altro.
Questa scoperta destabilizza la già precaria situazione mentale di Tertuliano Maximo Afonso, che vive una vita monotona e soffre di depressione. In lui si scatenano dubbi sulla propria identità e sulla sua stessa esistenza, ciò lo spinge a cercare un contatto con questo suo duplicato, Antonio Claro.
Tertuliano Maximo Afonso tiene per sé questa drammatica scoperta, temendo le conseguenze della rivelazione del segreto alle poche persone a lui care, eppure è proprio la sua mancanza di sincerità a spingere gli eventi verso l'epilogo più tragico. Sua madre, che lui scherzosamente soprannomina Cassandra, finisce per essere davvero tale, infatti predice al figlio le sventure che deriveranno dalla sua gestione della situazione, ma non viene creduta, gli eventi però finiscono per dimostrare che aveva ragione. Tertuliano Maximo Afonso gestisce l'intera faccenda come una partita a scacchi, vuole prima trovare una spiegazione e poi fare pressione sul suo duplicato, infine prova a vendicarsi di un grave torto da lui subito, ma mentre è immerso in questa sua folle competizione trascina l'unica persona che lo ama davvero in una spirale mortale.
Maria da Paz, l'amante di Tertuliano Maximo Afonso, lo ama sinceramente e finisce per pagare con la vita la sua scarsa sincerità e trasparenza. Di tutta la situazione lei è una vittima innocente, paga solo la propria eccessiva mitezza, che la spinge ad accettare le bugie e le omissioni di chi dovrebbe amarla.
Antonio Claro, il duplicato di Tertuliano (o l'originale, sta al lettore scoprirlo), sulle prime sembra desideroso di chiudere questa faccenda sconvolgente, salvo dopo scegliere di approfittarne nel modo più vile e disgustoso. Risoluto nel suo intento meschino, riesce a mettere spalle al muro Tertuliano Maximo Afonso, ma non pensa abbastanza alle conseguenze e finisce per causare una tragedia ed uno shock a sua moglie, Helena.
Helena è un'altra vittima della situazione paradossale e dello scontro tra i due duplicati, solo che lei, a differenza di Maria da Paz, riesce a rimpiazzare il marito senza troppi problemi. Dei protagonisti all'inizio sembra essere quella che soffre di più l'esistenza dei due duplicati, non riuscendo ad accettare l'idea che esista un uomo identico a suo marito, e la sua scelta finale conferma come per lei le due identità siano intercambiabili.
Ne L'Uomo duplicato troviamo l'inconfondibile stile di Saramago, con una narrazione che passa improvvisamente e senza soluzione di continuità dal racconto dei fatti ai dialoghi, dal flusso di pensieri all'azione. Con questo stile così apparentemente disordinato l'autore riesce a trasferire al lettore la confusione della situazione e dei personaggi che la vivono.

Francesco Abate

venerdì 1 maggio 2026

BUON 1 MAGGIO A...

 

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro sommerso.
L'Italia è una Repubblica fondata sui morti sul lavoro (1.093 solo l'anno scorso).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro povero (3 milioni di lavoratori vivono sotto la soglia di povertà).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro diseguale (418mila persone hanno redditi superiori ai 100.000 € annui).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro minorile (80mila lavoratori di età compresa tra i 15 e i 17 anni, e parlo solo di quelli contrattualizzati).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri (mentre noi lavoriamo per un tozzo di pane, e magari crepiamo pure, ci sono politici e paperoni che mangiano e parlano).

Non è un caso se ho aperto il post con l'immagine simbolo dei morti sul lavoro.
Io auguro buona Festa dei Lavoratori a chi non accetta di fare straordinari non retribuiti per mostrare buona volontà e attaccamento all'azienda. Lo auguro a chi non vende i colleghi nella speranza di avere una promozione. Lo auguro a chi non sacrifica il proprio tempo libero per accontentare il capo. Lo auguro a chi diffida dei sindacati venduti, che stringono accordi con gli oppressori e ci ingannano con dei contentini. Lo auguro a chi non andrà al Concertone del I maggio, oggi svilito, ché mentre una volta portava sul palco artisti alternativi e attenti alle tematiche sociali oggi propone la solita paccottiglia commerciale di bambocci che non spendono una parola nemmeno su un genocidio in corso. Lo auguro a chi non cade negli inganni dei fascisti, riemersi dalle fogne più puzzolenti che mai. Lo auguro a chi non cade nell'errore di chiamare sinistra quella banda di centristi travestiti che oggi abbiamo all'opposizione (la vera sinistra la trovate tra le strade, sui luoghi di lavoro, nei luoghi di cultura). 

Auguro buona Festa dei Lavoratori a chi crede che il lavoro sia un diritto, un mezzo per garantirsi una vita decente, un gradino che può aiutare a raggiungere la felicità.

Francesco Abate 

sabato 25 aprile 2026

25 APRILE

 

I vostri proiettili sono mortali
e nell'inchiostro della mia penna c'è vita
le vostre armi saranno annientate
e la poesia rimarrà viva

Per celebrare questo 25 aprile ho scelto i versi della poesia Allucinazioni di una poetessa prigioniera condannata per terrorismo della poetessa palestinese Dareen Tatour. L'ho fatto perché credo che il miglior modo per spiegare cos'è la privazione della libertà sia mostrare chi oggi subisce il peggiore dei crimini, il genocidio.
Il 25 aprile 1945 i partigiani italiani abbattevano la dittatura fascista, restituendo a un popolo umiliato e stremato quella libertà che gli era stata sottratta più di venti anni prima. Festeggiare questa ricorrenza è importante per confermare la scelta di campo che l'Italia fece allora, contro il nazifascismo e per la libertà, ma ricordare quegli eventi serve anche a capire che la libertà non va data per scontata e che sotto i nostri occhi viene calpestata senza ritegno ogni giorno.
Non è un caso se Bella Ciao viene cantata in tutto il mondo, è infatti simbolo della lotta per la liberazione dall'oppressione, appartiene a chiunque è costretto a resistere alla soppressione della propria libertà.
Il 25 aprile deve essere divisivo, perché la Resistenza lo fu sin dall'origine, dividendo antifascisti e fascisti, e le resistenze in generale lo sono, perché dividono gli oppressi dagli oppressori. Se oggi siamo liberi è perché i partigiani prevalsero sui repubblichini e sui nazifascisti, se domani altri saranno liberi dipenderà dal vincitore dello scontro tra oppressi e oppressori. 
Occorre perciò celebrare il 25 aprile per rimarcare con orgoglio questa divisività, urlare che noi celebriamo e sosteniamo chi lotta per la libertà, non chi la schiaccia, rivendicare con orgoglio che noi siamo coi partigiani, coi palestinesi, col popolo iraniano, coi cubani, coi venezuelani, e con chiunque debba combattere contro l'avidità del potere e del capitale.
A partire da questa data, e per ogni giorno della nostra vita, dobbiamo stordire i nemici ripetendo in ogni modo possibile gli ultimi due versi della strofa che ho citato all'inizio del post: "le vostre armi saranno annientate / e la poesia rimarrà viva".

Francesco Abate

mercoledì 15 aprile 2026

PARLANO DI EUDEMONIA

Vi segnalo un articolo/intervista pubblicato sul sito dell'associazione Acalveare e scritto dalla bravissima Livia Di Gioia.

Buona lettura.

Francesco Abate

 

mercoledì 8 aprile 2026

EUDEMONIA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ATRANI

 

Con grande gioia vi annuncio che avrò il piacere e l'onore di presentare il mio ultimo romanzo, Eudemonìa, nella bellissima Atrani, perla della costiera amalfitana, nell'ambito della Fiera del Libro e dell'Editoria 2026 Amalfi Coast.
La Fiera si svolgerà il 30 e il 31 maggio, a partire dalle 10 e fino alle 22, e darà spazio a numerose presentazioni di scrittori e case editrici provenienti da tutta Italia.
Io sarò presente con Eudemonìa domenica 31 maggio a partire dalle 18:10.

Vi aspetto!

Francesco Abate

lunedì 6 aprile 2026

"PER CHI SUONA LA CAMPANA" DI ERNEST HEMINGWAY

 

Per chi suona la campana è uno dei più importanti romanzi dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, pubblicato nel 1940 e ambientato durante la guerra civile spagnola.
Il romanzo è ispirato all'esperienza diretta dell'autore, che combatté in prima persona la guerra civile spagnola, e che ci narra la vicenda attraverso gli occhi del rivoluzionario statunitense Robert Jordan, un suo alter ego.
Il tema centrale dell'opera è la morte, come si può facilmente intuire dal titolo originale, For Whom the Bell Tolls: il verbo to toll in inglese esprime il rintocco a morto delle campane. Il titolo è preso da uno scritto del poeta inglese John Donne, il quale sostiene che nessun uomo è un'isola e conclude dicendo: "Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te". La morte di ciascun uomo è la morte di tutti, per questo Robert Jordan non può restare indifferente di fronte ai crimini del fascismo, sebbene si compiano su persone di un altro paese. Per chi suona la campana è una storia sul coraggio di sacrificarsi, di dedicare la propria vita ad una causa superiore, affinché nessuno debba più cedere a dolore e vergogna.
In questo romanzo Hemingway, che la guerra l'ha vissuta in prima persona, ce la mostra nel suo spietato realismo. In battaglia ci sono sì gli eroi, che sentono di dover sfidare la morte per una causa superiore, ma c'è anche gente stanca, come Pablo, che ha paura di morire e vorrebbe defilarsi, o ci sono persone che nemmeno credono in pieno a ciò per cui stanno combattendo, e che sono anche persone simpatiche. Il soldato è prima di tutto un uomo, questo l'autore vuole che non si dimentichi, perché quando uccidiamo un soldato stiamo sì ferendo un'ideologia, ma stiamo anche privando un uomo della vita. La guerra è però anche disumana crudeltà, così come ci racconta Pilar, la compagna di Pablo, quando rievoca un episodio della ribellione contro i fascisti.
In netto contrasto con l'umanità dei soldati c'è la brutalità della macchina, rappresentata in questo romanzo dagli aerei. La macchina non combatte, porta solo distruzione; nella sua azione non c'è eroismo e non c'è umanità, ci sono soltanto distruzione e morte. La macchina terrorizza i nemici, ma non ne spegne l'eroismo e non riesce a fermarli.

In quest'epoca in cui si parla di guerra come fosse un gioco, in cui si pensa di poter sterminare una popolazione senza dover fare i conti con la verità, in cui si versa il sangue della povera gente per assecondare il capriccio di un folle, in cui pesa di più il rincaro del petrolio che non il costo in vite umane di un bombardamento, è necessario leggere libri come Per chi suona la campana. Le pagine di questo romanzo servono a ricordarci che la guerra è una cosa seria, una bestialità in cui della povera gente viene annichilita in nome dell'interesse superiore di chi muove i fili dei governi: la guerra è l'annullamento della vita e dell'amore, di tutto ciò che di bello c'è in questo mondo.

Francesco Abate