sabato 2 maggio 2026

"L'UOMO DUPLICATO" DI JOSE' SARAMAGO

 

L'Uomo duplicato è un romanzo dello scrittore portoghese José Saramago pubblicato nel 2002. Da questo romanzo è stato tratto il film Enemy, diretto da Denis Villeneuve e interpretato da Jake Gyllenhaal.
Come in tutte le sue opere, Saramago crea una situazione paradossale e analizza l'impatto che ha sulla vita e sulla mente dei protagonisti, analizzando l'evoluzione degli eventi e le conseguenze che genera.
In questo romanzo la situazione paradossale è la scoperta da parte del professore di Storia Tertuliano Maximo Afonso dell'esistenza di un attore esattamente identico a lui. Non si parla di una semplice somiglianza, i due sono identici in tutto, dal tono della voce al più piccolo neo, sebbene vivano vite distinte e non siano legati da alcun vincolo di parentela, anzi non sappiano l'uno dell'esistenza dell'altro.
Questa scoperta destabilizza la già precaria situazione mentale di Tertuliano Maximo Afonso, che vive una vita monotona e soffre di depressione. In lui si scatenano dubbi sulla propria identità e sulla sua stessa esistenza, ciò lo spinge a cercare un contatto con questo suo duplicato, Antonio Claro.
Tertuliano Maximo Afonso tiene per sé questa drammatica scoperta, temendo le conseguenze della rivelazione del segreto alle poche persone a lui care, eppure è proprio la sua mancanza di sincerità a spingere gli eventi verso l'epilogo più tragico. Sua madre, che lui scherzosamente soprannomina Cassandra, finisce per essere davvero tale, infatti predice al figlio le sventure che deriveranno dalla sua gestione della situazione, ma non viene creduta, gli eventi però finiscono per dimostrare che aveva ragione. Tertuliano Maximo Afonso gestisce l'intera faccenda come una partita a scacchi, vuole prima trovare una spiegazione e poi fare pressione sul suo duplicato, infine prova a vendicarsi di un grave torto da lui subito, ma mentre è immerso in questa sua folle competizione trascina l'unica persona che lo ama davvero in una spirale mortale.
Maria da Paz, l'amante di Tertuliano Maximo Afonso, lo ama sinceramente e finisce per pagare con la vita la sua scarsa sincerità e trasparenza. Di tutta la situazione lei è una vittima innocente, paga solo la propria eccessiva mitezza, che la spinge ad accettare le bugie e le omissioni di chi dovrebbe amarla.
Antonio Claro, il duplicato di Tertuliano (o l'originale, sta al lettore scoprirlo), sulle prime sembra desideroso di chiudere questa faccenda sconvolgente, salvo dopo scegliere di approfittarne nel modo più vile e disgustoso. Risoluto nel suo intento meschino, riesce a mettere spalle al muro Tertuliano Maximo Afonso, ma non pensa abbastanza alle conseguenze e finisce per causare una tragedia ed uno shock a sua moglie, Helena.
Helena è un'altra vittima della situazione paradossale e dello scontro tra i due duplicati, solo che lei, a differenza di Maria da Paz, riesce a rimpiazzare il marito senza troppi problemi. Dei protagonisti all'inizio sembra essere quella che soffre di più l'esistenza dei due duplicati, non riuscendo ad accettare l'idea che esista un uomo identico a suo marito, e la sua scelta finale conferma come per lei le due identità siano intercambiabili.
Ne L'Uomo duplicato troviamo l'inconfondibile stile di Saramago, con una narrazione che passa improvvisamente e senza soluzione di continuità dal racconto dei fatti ai dialoghi, dal flusso di pensieri all'azione. Con questo stile così apparentemente disordinato l'autore riesce a trasferire al lettore la confusione della situazione e dei personaggi che la vivono.

Francesco Abate

venerdì 1 maggio 2026

BUON 1 MAGGIO A...

 

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro sommerso.
L'Italia è una Repubblica fondata sui morti sul lavoro (1.093 solo l'anno scorso).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro povero (3 milioni di lavoratori vivono sotto la soglia di povertà).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro diseguale (418mila persone hanno redditi superiori ai 100.000 € annui).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro minorile (80mila lavoratori di età compresa tra i 15 e i 17 anni, e parlo solo di quelli contrattualizzati).
L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri (mentre noi lavoriamo per un tozzo di pane, e magari crepiamo pure, ci sono politici e paperoni che mangiano e parlano).

Non è un caso se ho aperto il post con l'immagine simbolo dei morti sul lavoro.
Io auguro buona Festa dei Lavoratori a chi non accetta di fare straordinari non retribuiti per mostrare buona volontà e attaccamento all'azienda. Lo auguro a chi non vende i colleghi nella speranza di avere una promozione. Lo auguro a chi non sacrifica il proprio tempo libero per accontentare il capo. Lo auguro a chi diffida dei sindacati venduti, che stringono accordi con gli oppressori e ci ingannano con dei contentini. Lo auguro a chi non andrà al Concertone del I maggio, oggi svilito, ché mentre una volta portava sul palco artisti alternativi e attenti alle tematiche sociali oggi propone la solita paccottiglia commerciale di bambocci che non spendono una parola nemmeno su un genocidio in corso. Lo auguro a chi non cade negli inganni dei fascisti, riemersi dalle fogne più puzzolenti che mai. Lo auguro a chi non cade nell'errore di chiamare sinistra quella banda di centristi travestiti che oggi abbiamo all'opposizione (la vera sinistra la trovate tra le strade, sui luoghi di lavoro, nei luoghi di cultura). 

Auguro buona Festa dei Lavoratori a chi crede che il lavoro sia un diritto, un mezzo per garantirsi una vita decente, un gradino che può aiutare a raggiungere la felicità.

Francesco Abate 

sabato 25 aprile 2026

25 APRILE

 

I vostri proiettili sono mortali
e nell'inchiostro della mia penna c'è vita
le vostre armi saranno annientate
e la poesia rimarrà viva

Per celebrare questo 25 aprile ho scelto i versi della poesia Allucinazioni di una poetessa prigioniera condannata per terrorismo della poetessa palestinese Dareen Tatour. L'ho fatto perché credo che il miglior modo per spiegare cos'è la privazione della libertà sia mostrare chi oggi subisce il peggiore dei crimini, il genocidio.
Il 25 aprile 1945 i partigiani italiani abbattevano la dittatura fascista, restituendo a un popolo umiliato e stremato quella libertà che gli era stata sottratta più di venti anni prima. Festeggiare questa ricorrenza è importante per confermare la scelta di campo che l'Italia fece allora, contro il nazifascismo e per la libertà, ma ricordare quegli eventi serve anche a capire che la libertà non va data per scontata e che sotto i nostri occhi viene calpestata senza ritegno ogni giorno.
Non è un caso se Bella Ciao viene cantata in tutto il mondo, è infatti simbolo della lotta per la liberazione dall'oppressione, appartiene a chiunque è costretto a resistere alla soppressione della propria libertà.
Il 25 aprile deve essere divisivo, perché la Resistenza lo fu sin dall'origine, dividendo antifascisti e fascisti, e le resistenze in generale lo sono, perché dividono gli oppressi dagli oppressori. Se oggi siamo liberi è perché i partigiani prevalsero sui repubblichini e sui nazifascisti, se domani altri saranno liberi dipenderà dal vincitore dello scontro tra oppressi e oppressori. 
Occorre perciò celebrare il 25 aprile per rimarcare con orgoglio questa divisività, urlare che noi celebriamo e sosteniamo chi lotta per la libertà, non chi la schiaccia, rivendicare con orgoglio che noi siamo coi partigiani, coi palestinesi, col popolo iraniano, coi cubani, coi venezuelani, e con chiunque debba combattere contro l'avidità del potere e del capitale.
A partire da questa data, e per ogni giorno della nostra vita, dobbiamo stordire i nemici ripetendo in ogni modo possibile gli ultimi due versi della strofa che ho citato all'inizio del post: "le vostre armi saranno annientate / e la poesia rimarrà viva".

Francesco Abate

mercoledì 15 aprile 2026

PARLANO DI EUDEMONIA

Vi segnalo un articolo/intervista pubblicato sul sito dell'associazione Acalveare e scritto dalla bravissima Livia Di Gioia.

Buona lettura.

Francesco Abate

 

mercoledì 8 aprile 2026

EUDEMONIA ALLA FIERA DEL LIBRO DI ATRANI

 

Con grande gioia vi annuncio che avrò il piacere e l'onore di presentare il mio ultimo romanzo, Eudemonìa, nella bellissima Atrani, perla della costiera amalfitana, nell'ambito della Fiera del Libro e dell'Editoria 2026 Amalfi Coast.
La Fiera si svolgerà il 30 e il 31 maggio, a partire dalle 10 e fino alle 22, e darà spazio a numerose presentazioni di scrittori e case editrici provenienti da tutta Italia.
Io sarò presente con Eudemonìa domenica 31 maggio a partire dalle 18:10.

Vi aspetto!

Francesco Abate

lunedì 6 aprile 2026

"PER CHI SUONA LA CAMPANA" DI ERNEST HEMINGWAY

 

Per chi suona la campana è uno dei più importanti romanzi dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, pubblicato nel 1940 e ambientato durante la guerra civile spagnola.
Il romanzo è ispirato all'esperienza diretta dell'autore, che combatté in prima persona la guerra civile spagnola, e che ci narra la vicenda attraverso gli occhi del rivoluzionario statunitense Robert Jordan, un suo alter ego.
Il tema centrale dell'opera è la morte, come si può facilmente intuire dal titolo originale, For Whom the Bell Tolls: il verbo to toll in inglese esprime il rintocco a morto delle campane. Il titolo è preso da uno scritto del poeta inglese John Donne, il quale sostiene che nessun uomo è un'isola e conclude dicendo: "Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te". La morte di ciascun uomo è la morte di tutti, per questo Robert Jordan non può restare indifferente di fronte ai crimini del fascismo, sebbene si compiano su persone di un altro paese. Per chi suona la campana è una storia sul coraggio di sacrificarsi, di dedicare la propria vita ad una causa superiore, affinché nessuno debba più cedere a dolore e vergogna.
In questo romanzo Hemingway, che la guerra l'ha vissuta in prima persona, ce la mostra nel suo spietato realismo. In battaglia ci sono sì gli eroi, che sentono di dover sfidare la morte per una causa superiore, ma c'è anche gente stanca, come Pablo, che ha paura di morire e vorrebbe defilarsi, o ci sono persone che nemmeno credono in pieno a ciò per cui stanno combattendo, e che sono anche persone simpatiche. Il soldato è prima di tutto un uomo, questo l'autore vuole che non si dimentichi, perché quando uccidiamo un soldato stiamo sì ferendo un'ideologia, ma stiamo anche privando un uomo della vita. La guerra è però anche disumana crudeltà, così come ci racconta Pilar, la compagna di Pablo, quando rievoca un episodio della ribellione contro i fascisti.
In netto contrasto con l'umanità dei soldati c'è la brutalità della macchina, rappresentata in questo romanzo dagli aerei. La macchina non combatte, porta solo distruzione; nella sua azione non c'è eroismo e non c'è umanità, ci sono soltanto distruzione e morte. La macchina terrorizza i nemici, ma non ne spegne l'eroismo e non riesce a fermarli.

In quest'epoca in cui si parla di guerra come fosse un gioco, in cui si pensa di poter sterminare una popolazione senza dover fare i conti con la verità, in cui si versa il sangue della povera gente per assecondare il capriccio di un folle, in cui pesa di più il rincaro del petrolio che non il costo in vite umane di un bombardamento, è necessario leggere libri come Per chi suona la campana. Le pagine di questo romanzo servono a ricordarci che la guerra è una cosa seria, una bestialità in cui della povera gente viene annichilita in nome dell'interesse superiore di chi muove i fili dei governi: la guerra è l'annullamento della vita e dell'amore, di tutto ciò che di bello c'è in questo mondo.

Francesco Abate

domenica 29 marzo 2026

"EUDEMONIA" AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

 

Con grande gioia vi annuncio che Eudemonìa sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino dal 14 al 18 maggio 2026, presso lo stand della casa editrice Atile Edizioni, Padiglione 2 - Stand F39. Inoltre venerdì 15 maggio, a partire dalle ore 18, sarò presente anche io presso lo stand per un firmacopie e per scambiare due chiacchiere con chi avrà piacere di raggiungermi.

Vi aspetto!

Francesco Abate

sabato 21 marzo 2026

"UNA CERTA IDEA DI SOCIALISMO" DI SANDRO PERTINI

 

Una certa idea di socialismo è un saggio pubblicato nel 2025 a cura di Marzio Breda e Stefano Caretti nel quale la storia di Sandro Pertini viene raccontata con le parole dette o scritte dal diretto interessato.
Quella di Pertini è una figura che ancora oggi affascina, coerente con le proprie idee fino al punto di mettere a rischio la sua stessa vita, trasparente anche nella sua attività di Presidente della Repubblica. Un Presidente capace di schierarsi senza ipocrisie contro la corruzione: "Si colpiscano i colpevoli di corruzione senza pietismi, senza solidarietà di amicizia o di partiti: questa solidarietà sarebbe vera complicità". Già queste parole contro la corruzione basterebbero a far capire l'importanza che ha ancora oggi la figura di Sandro Pertini, perché in una politica trasformata in melma da una classe dirigente senza scrupoli si erge come baluardo di quella Politica intesa come ideale sacro, necessaria alla costruzione di una società giusta.
La storia di Pertini è anche lotta per la libertà e per la pace, è la capacità di mantenersi fedele ad ideali pacifisti nonostante tragedie come il fascismo, la Guerra Fredda e gli Anni di Piombo, è la lungimiranza di capire come la corsa agli armamenti non può produrre altro che morte e distruzione, come oggi purtroppo stiamo osservando.
Per quello che Pertini ha rappresentato e rappresenta, fa bene oggi aprire libri come Una certa idea di socialismo ed approfondirne le vicende, così da trovare un'utile indicazione per la via d'uscita da quest'epoca violenta e priva di ideali.

Francesco Abate

lunedì 16 marzo 2026

"MARTIN EDEN" DI JACK LONDON

 

Martin Eden è un romanzo dello scrittore americano Jack London, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1908 sul Pacific Monthly, poi in volume unico nel 1909.
Per anni i critici hanno giudicato questo come un romanzo autobiografico, arrivando a ipotizzare che la morte del suo autore fosse in realtà dovuta a un suicidio, come quella del protagonista. Lo stesso London in vita chiarì invece che si trattava di un'opera contro l'individualismo, esprimendo meraviglia per il fatto che nessuno se ne fosse accorto.
Il protagonista, Martin Eden, è un marinaio che entra in contatto con la famiglia Morse, appartenente all'alta borghesia, e si innamora della giovane Ruth. Spinto dall'amore per la ragazza, Martin comincia a vedere nella raffinatezza e nel lusso dei Morse le qualità a cui un essere umano dovrebbe aspirare. Il giovane, che mostra grandi doti intellettuali nonostante la scarsa istruzione, studia da autodidatta e comincia a scrivere, sognando di diventare un grande scrittore e di raggiungere così lo status sociale dei Morse; i suoi sforzi come scrittore all'inizio non vengono presi sul serio, ma alla fine riesce a farsi pubblicare, così in breve tempo raggiunge fama mondiale e ricchezza.
Quando finalmente arrivano i riconoscimenti, Martin coglie la profonda ipocrisia della società borghese, perché con la fama arrivano a ruota la stima e l'ammirazione della società, e la stessa famiglia Morse, che l'aveva respinto perché povero, fa di tutto per convincerlo a sposare Ruth. Si rende conto perciò che non c'è alcuna superiorità morale in quell'alta borghesia che tanto aveva ammirato, c'è solo una profonda ipocrisia che porta a giudicare degno di valore chi ha successo e indegno chi non ce l'ha, senza alcuna reale considerazione per le effettive qualità dell'individuo.
Attraverso lo sguardo di Martin Eden, London ci mostra come il mito della realizzazione di sé, che è al centro delle teorie individualistiche, sia esposto all'ipocrisia della società e possa condurre solo alla rovina. Il protagonista, una volta compresa la reale inconsistenza dell'alta società in cui sognava di entrare, si ritrova incapace di trovare una propria dimensione del mondo e sceglie di abbandonare la vita.
L'avventura di Martin Eden, oltre a mostrarci l'ipocrisia della società, è anche un faro sui peccati del mercato editoriale, che lo infestavano allora e ancora oggi lo appestano. Gli editori non considerano gli scritti del protagonista quando è un signor Nessuno, concedendogli solo qualche occasionale pubblicazione pagata poco o niente; quando arriva finalmente il primo importante riconoscimento, la prima pubblicazione di livello, tutti si accorgono di lui e lo esaltano, nonostante pubblichino quegli stessi scritti che in precedenza erano stati rifiutati. London in questo romanzo ci mostra un'editoria schiava dei nomi, priva della capacità di scovare i nuovi talenti e di proporre espressioni artistiche nuove, un problema che non c'era solo a inizio Novecento anzi, forse oggi è più pressante che mai.

Francesco Abate

domenica 8 marzo 2026

"LA MIMOSA E L'ERBACCIA" ALLA III EDIZIONE DELLA RASSEGNA FEMMINISTA DI AQUARA

 

Trionfa carica di primavera gialla la mimosa
e ai piedi stenta scurita dall'ombra l'erbaccia,
chiama nel cielo il canto di uccelli gioiosa
mentre china la vicina vergognosa copre la faccia;
il suo giallore è calore di un'amante focosa
ai cui piedi una carne ferita passiva si ghiaccia,
il suo profumo è la nota di una danza gioiosa
che nasconde agli occhi chi dal ballo si scaccia.
In alto orgogliosa si staglia un'estate radiosa
e in basso il quadro si perde nei lividi in faccia,
ma non osi alcun boscaiolo tagliar la mimosa
e non osi alcun contadino falciare l'erbaccia.

Questa poesia, dal titolo La mimosa e l'erbaccia, è esposta sui muri del borgo di Aquara (SA) nell'ambito della III Rassegna Femminista. Per questo onore, e per il piacere di aver partecipato, ringrazio l'Associazione Culturale Ortica, in particolar modo nella persona di Livia Di Gioia.
Vi invito a fare un giro ad Aquara, perché ci sono esposte molte poesie, inviate da autori di tutta Italia, che offrono occasioni di riflessione, oltre ad essere belle.

Nella poesia ho voluto cantare due tipi di donna, quella che splende nella sua sicurezza, nei suoi trionfi e nelle sue fortune, e quella che arranca tra disagi, insicurezze, sofferenze e sfortune. Ho voluto quindi includere tutte le donne, perché oggi deve essere una giornata di riflessione sulla condizione femminile in generale e sulla cultura patriarcale, che tende a reprimerle e opprimerle ogni volta che tentano di emergere.
La poesia è composta da dodici versi in rima alternata; i versi pari raccontano della mimosa, cioè della donna affermata, felice, trionfante nella società, capace di manifestarsi in tutta la sua potenza, mentre i versi dispari parlano dell'erbaccia, cioè la donna in difficoltà, oppressa e schiacciata, incapace di mostrarsi al mondo in tutta la sua potenzialità. La conclusione per entrambi i tipi di donna, mimosa ed erbaccia, è la stessa: "... non osi alcun boscaiolo tagliar la mimosa / e non osi alcun contadino falciare l'erbaccia". Sebbene io parli di tagliare e recidere, il monito non fa riferimento solo alla violenza fisica (che è solo una delle forme di prevaricazione, e nemmeno la più diffusa e la più tipica), bensì ad ogni forma di oppressione, perché qualsiasi azione neghi il diritto della donna a vivere liberamente sé stessa e la propria esistenza è inconcepibile in una società che aspiri ad essere giusta.

Detto questo, vi ricordo che oggi non è una festa, ma una giornata di riflessione e presa di coscienza, e ricordo agli uomini che la negazione dei diritti fondamentali è un problema di tutti, non solo di chi ne è vittima, quindi anche noi maschi dobbiamo lottare affinché la mentalità patriarcale sparisca e si realizzi a tutti i livelli la parità di genere.
Allo stesso modo, raccomando alle donne di fuggire da quelle distorsioni che banalizzano e sviliscono la lotta femminista; seguite le opinioni ragionate delle pensatrici, non i post acchiappa-like di influcencer e scrittrici/blogger innamorate di sé stesse.

Francesco Abate

lunedì 2 marzo 2026

PARLIAMO DI EUDEMONIA: IL PERSONAGGIO MISTERIOSO

 

"Adesso che ebbero modo di guardarlo fermo alla luce del giorno, impallidirono. Francesco rimase a bocca aperta; Dante più volte guardò in volto prima l'uno e poi l'altro, come a volersi convincere di una realtà sconvolgente. L'aggressore era identico a Francesco; stessa corporatura, stesso viso, l'unica differenza erano i capelli più lunghi e un accenno di barba. Stavolta la domanda non fu posta in modo aggressivo, nel tono Francesco fece trasparire tutta la confusione di cui era preda: <<Ma chi cavolo sei?>>
<<Francesco>>
L'uomo misterioso disse il proprio nome con un sorriso beffardo dipinto sul volto. Capiva la confusione del suo interlocutore, ed era evidente che sapesse ciò che Francesco non sapeva e forse stava per scoprire ora.
<<Ti chiami come me>> Francesco parlò più a sé stesso che all'altro.
<<O tu ti chiamo come me>> rispose l'altro con la stessa aria beffarda di prima"
Il personaggio misterioso introdotto dalle parole che sopra ho riportato, si rivela un passaggio fondamentale nella ricerca di Francesco.
Non posso rivelarvi più di quello che già rivela il virgolettato, per sapere chi è questo misterioso personaggio e quali conseguenze porta il suo arrivo nella missione di Francesco, non vi resta che comprare Eudemonìa.


Vi invito a seguire il blog e le mie pagine social (FacebookMeWeInstagram) per tutti gli aggiornamenti riguardo questo romanzo.
Vi ricordo che potete acquistare il romanzo in tutte le librerie fisiche e virtuali (link in questa pagina). Il romanzo è inoltre disponibile presso Copperflield Bookshop in via Italia, 43.

Francesco Abate

sabato 14 febbraio 2026

"JAMES BROWN SI METTEVA I BIGODINI" DI YASMINA REZA

 

James Brown si metteva i bigodini è un'opera teatrale scritta dall'autrice francese Yasmina Reza. L'opera sviluppa la vicenda dei coniugi Hutner, personaggi del romanzo Felici i felici, i quali devono ricoverare il figlio Jacob in un istituto psichiatrico perché convinto di essere Céline Dion.
L'opera ci mostra proprio la permanenza di Jacob/Céline nell'istituto psichiatrico, le visite dei suoi genitori, Lionel e Pascaline, e la sua amicizia con Philippe, studente che ha problemi con la propria identità nera pur essendo bianco.
Attraverso Jacob e Philippe, l'autrice ci mostra la vita di chi sceglie di essere altro da sé: Jacob vive come Céline Dion, si prepara ai concerti e cura con attenzione la propria voce, così come Philippe vive le ansie proprie delle persone di colore nella società attuale. Come l'albero che tentano di piantare di nascosto nel giardino, che stenta perché troppo compresso nel vaso che ne contiene le radici, i due ospiti dell'istituto sentono stretti i limiti imposti dalla società; scelgono quindi di violarli, così come scelgono di piantare l'albero in piena terra, dandogli la possibilità di stendere le radici come più gli occorre. La storia di Jacob e Philippe è perciò una fuga.
La psichiatra ha un approccio molto originale ai problemi mentali degli ospiti, infatti li asseconda, non prova a forzare una cura. Una possibile spiegazione al suo approccio può essere data attraverso la sua visione della favola di Cenerentola, nella quale lei cuce il ruolo di vittime sulle sorellastre, tradizionalmente indicate come cattive, che a suo modo di vedere sono solo vittime della propria imperfezione, considerate immeritevoli di compassione perché non belle e docili come Cenerentola. Traslando la sua teoria sul lavoro di psichiatra, lei forse nei pazienti vede delle vittime non di una malattia, ma di uno stigma: sono internati perché imperfetti, perché esterni agli schemi imposti dalla società, perché rifiutano l'identità cucitagli addosso dalle circostanze e scelgono quella che più gli piace.
Altri due personaggi sono i genitori di Jacob/Céline, Lionel e Pascaline. Lionel è un uomo rigido, non riesce a fare alcun passo verso la nuova identità del figlio e rifiuta con forza l'approccio originale della psichiatra. Sebbene sia quello che oppone più resistenza alla nuova identità del figlio, è molto insicuro, e forse questa è la ragione per cui non riesce a sporgersi un pochino di più verso il nuovo mondo di Jacob/Céline. Pascaline, la madre, invece è più malleabile: sebbene soffra la condizione del figlio, riesce ad assecondarla, e a tratti pare perfino apprezzarne alcuni aspetti.

James Brown si metteva i bigodini è un'opera simpatica, che riesce però a far riflettere sulla questione dei problemi mentali, spingendo a guardarla non solo dal punto di vista dei sani (i coniugi Hutner), ma anche da quello di chi consideriamo malato (Jacob e Philippe). L'autrice si guarda bene dal dare giudizi o dal tentare di fornire risposte, si limita a gettare quanta più luce possibile su tutto l'ambiente da analizzare, cercando di sollevare nel lettore/spettatore quel dubbio dal quale dovrebbe nascere poi il ragionamento, che è il miglior antidoto al pregiudizio.

Colgo l'occasione per ringraziare la libreria Copperfield Bookshop di Battipaglia, che mi ha fatto conoscere l'opera e un'autrice di cui sicuramente in futuro leggerò altro.

Francesco Abate

domenica 8 febbraio 2026

INTERVISTA SU KUKAOS MAGAZINE

 

Sono felice di annunciarvi la pubblicazione dell'intervista rilasciata a Kukaos Magazine, in cui ovviamente ho parlato del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.

Ringrazio Bianca Folino per le bellissime domande e vi auguro buona lettura.


Francesco Abate

lunedì 26 gennaio 2026

SAN MARTINO DEL CARSO DI GIUSEPPE UNGARETTI

 

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato

San Martino del Carso è una poesia composta da Giuseppe Ungaretti il 27 agosto 1916. 
La poesia parte dall'immagine della località di San Martino del Carso distrutta dai bombardamenti austriaci, poi passa subito allo stato d'animo del poeta, che ricorda i tanti compagni perduti e sente il proprio cuore come un cimitero ("Ma nel cuore / nessuna croce manca").
Come nello stile di Ungaretti, e soprattutto della raccolta di cui questa poesia è parte, Il Porto Sepolto, il testo è essenziale, pone all'attenzione del lettore l'anima devastata dell'autore senza filtri e senza abbellimenti, manca perfino la punteggiatura.
Il messaggio è chiaro: la guerra distrugge case e paesi, ma la peggiore devastazione la lascia nei cuori dei sopravvissuti, che diventano cupi a causa dei lutti subiti.

Non è un caso se come immagine di questo post ho scelto una fotografia di Gaza, non una attinente alla Prima Guerra Mondiale. La guerra non ha mai smesso di infestare il mondo, da parte dei potenti non c'è stata mai la vera intenzione di cancellarla, semplicemente si è cercata di scatenarla lontana dai centri di potere; ma così come il morbo avanza inesorabile se non debellato del tutto, così lei si avvicina sempre più alle nostre case ed è tornata a fare paura, come durante gli anni più bui della Guerra Fredda.
I cuori però non sono straziati solo dai genocidi e dai bombardamenti, non sono solo a Gaza e in Siria; anche a pochi passi dal nostro finto benessere si combatte una guerra, quella tra i potenti e la gente comune, ed è un conflitto sempre più violento, che lascia sempre più vittime e quindi sempre più croci su cuori innocenti.
Purtroppo, per colpa della nostra incapacità di immaginare un mondo giusto e inclusivo, San Martino del Carso non smette di essere attuale.

Francesco Abate

sabato 10 gennaio 2026

LA CULTURA DELLA VIOLENZA

 

Un film che mostra scene di sesso esplicito è relegato su canali appositi, spesso vietati ai minori, o in fasce orarie specifiche, mentre un altro che mostra scene di violenza viene trasmesso in prima serata sui più importanti canali televisivi. Se si parla di fare educazione sessuale nelle scuole scoppiano mesi di polemiche infuocate, i militari invece possono fare propaganda delle proprie attività anche negli istituti frequentati dai più piccoli.
Gli esempi che ho fatto sopra servono a dimostrare come nella nostra società il sesso sia giudicato più pericoloso della violenza. Può sembrare una cosa da poco, ma è in realtà una delle prove, forse la più lampante, di come noi viviamo in una cultura della violenza.
Come "cultura della violenza" intendo un modo di vivere e di pensare che trova tante giustificazioni alla violenza, sminuendone la sua terribile gravità. La violenza è un atto di prepotenza col quale si lede l'integrità o la libertà di un altro individuo, quindi è l'uso della forza per privare una o più persone dei diritti umani. La definizione fa venire i brividi, descrive chiaramente un atto terribile e ingiustificabile, eppure oggi sentiamo mille giustificazioni per ogni atto di violenza; mentre io scrivo, Israele sta compiendo il genocidio dei palestinesi in nome della sicurezza nazionale, e molti sposano la sua tesi.
Oggi tendiamo a concentrarci solo su alcune forme di violenza, perché sono più mediatiche o semplicemente più usate dalla politica, e finiamo per non accorgerci della terribile realtà globale in cui siamo immersi. La verità è che nel nostro mondo malato chiunque sia (o senta di essere) in una condizione di superiorità rispetto a un altro individuo tende a sopraffarlo mediante l'uso della violenza, che sia fisica, psicologica, economica, eccetera. Invece di interrogarci sulle ragioni per cui x è violento contro y, dovremmo cominciare a chiederci perché chiunque sia in condizione di farlo usi violenza per sopraffare il prossimo.
Un'altra dimostrazione del dominio della violenza nella nostra cultura è data dal confronto tra la facilità con la quale riusciamo a manifestare sentimenti di odio o rabbia e la difficoltà con la quale mostriamo amore o altri sentimenti di solidarietà. Quanto è facile mandare a fare in culo una persona che ci indispone (e che non temiamo), quanto è invece difficile dire a una persona cara che le vogliamo bene!
Nel 1975 Hannah Arendt scriveva nel suo saggio Sulla violenza: "...è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L'ultima edizione dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti". La filosofa tedesca ravvisò già allora come la violenza fosse tanto radicata nella società da passare inosservata.
A differenza del passato, oggi di violenza si parla tanto, ma ci si concentra troppo spesso solo su alcune categorie, spesso differenziate tra loro per tipologie di vittime e carnefici. Questa strategia è in realtà controproducente, infatti porta alla deumanizzazione delle vittime e dei carnefici, finendo per rendere più facile per i violenti giustificare la propria violenza e per i detrattori incitare alla vendetta. 
La strada da percorrere è invece quella di stigmatizzare ogni forma di violenza che non sia legittima difesa (la VERA legittima difesa, che è diversa dalla vendetta). Solo inculcando nella mente delle persone, sin dall'infanzia, che non esiste giustificazione alcuna per la violenza, si riuscirà a sconfiggere questa piaga. Finché non si procederà in tal senso, continuando a presentare la violenza come un utile strumento per la risoluzione di alcuni problemi, come qualcosa di divertente o gratificante, non smetteremo di contare i fatti di sangue. La violenza infatti non fa altro che alimentare sé stessa generando circoli viziosi.

La cultura della violenza è il più grande tradimento perpetrato da chi detiene il potere nei confronti della gente comune. La società nasce infatti per difendere i cittadini dalla violenza, ma oggi lo stato di diritto arretra sempre di più di fronte alle sue manifestazioni.
Questo arretramento non avviene per caso; chi detiene il potere, volendo governare e non rappresentare, usa la violenza per reprimere il dissenso e assicurarsi ingiusti privilegi, non può quindi censurarla del tutto. Essendo gli organi incaricati di reprimere la violenza i primi a usarla, non sono più credibili quando cercano di censurarne le forme a loro non gradite, quindi sempre più cittadini si sentono in diritto di essere violenti. Non è un caso che nella mitologia greca Bia, che rappresenta la violenza, è sorella di Cratos, il potere, ed è sfruttata da Zeus per la conservazione del potere.
Alla luce di quanto sopra, risulta evidente come la violenza sia il fallimento della società e dell'essere umano.

Anche nel mio ultimo romanzo, Eudemonìa, affronto il tema della violenza, proprio attraverso il personaggio di Bia, che si scontra con Francesco e Dante

Francesco Abate

martedì 6 gennaio 2026

"LA FINE DI ISRAELE" DI ILAN PAPPE'

 

La fine di Israele è un saggio scritto dallo storico israeliano Ilan Pappé.
Questo saggio si divide in tre sezioni: nella prima Pappé analizza le ragioni che lo spingono a giudicare imminente il collasso di Israele, nella seconda riflette sulle piccole rivoluzioni culturali da portare a compimento per far sorgere dalle ceneri di Israele uno Stato giusto in cui palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, nella terza infine sogna la realizzazione di tale Stato.
Per lo storico israeliano ci sono sette crepe che rendono evidente la prossima fine dello stato di Israele.
La prima crepa è il sopravvento preso dallo Stato di Giudea nei confronti dello Stato di Israele, cioè lo strapotere conquistato dagli ebrei ultraortodossi nei confronti di quelli laici, una condizione che sta portando allo svuotamento del paese ed al suo impoverimento economico e culturale. 
La seconda crepa è il sostegno senza precedenti incassato dai palestinesi dopo il 7 ottobre. Grazie ai nuovi media, che hanno consentito la conoscenza dei crimini israeliani nonostante la censura, nel mondo tante categorie che negli anni passati guardavano con indifferenza ai palestinesi si sono sentite in dovere di far sentire forte il proprio grido, quel grido che è diventato la voce dei palestinesi ridotti al silenzio.
La terza crepa è la distanza sempre maggiore che si è creata tra Israele e gli ebrei sparsi per il mondo. Dopo l'accelerazione del genocidio iniziata il 7 ottobre 2023 sempre più organizzazioni ebraiche hanno preso le distanze da Israele e dal sionismo in generale.
La quarta crepa è molto più concreta, Israele infatti vive una profonda crisi economica, è nel mondo una delle nazioni con maggiori diseguaglianze, nonché una di quelle che vive la peggiore crisi abitativa, e le forze di estrema destra attualmente al potere non sembrano intenzionate ad affrontare tali questioni.
La quinta crepa è la perdita di fiducia nelle capacità militari di Israele, infatti l'IDF è apparsa efficiente nello sterminio di palestinesi inermi, meno nella difesa dei cittadini da azioni ostili reali (il 7 ottobre 2023 due kibbutz di confine dovettero aspettare sette ore prima che arrivassero le forze militari a difenderli dall'attacco terroristico).
La sesta crepa è il cattivo funzionamento dello Stato di Israele, minato da una pubblica amministrazione fortemente politicizzata e non in grado di soddisfare le reali esigenze dei cittadini.
La settima crepa è l'opera di una nuova generazione di dissidenti palestinesi che, a differenza di quelle precedenti, è più unita e appare in grado di pensare concretamente al futuro della Palestina post-Israele.
A parere dell'autore, le sette crepe rivelano l'imminente collasso di Israele e, per evitare transizioni traumatiche, sarebbe giusto pensare già allo Stato che verrà dopo. Prima di tutto è necessario uscire dalle logiche usate nei precedenti processi di pace, dove si cristallizzavano le posizioni acquisite militarmente da Israele, ignorando totalmente il punto di vista palestinese: per la costruzione di uno Stato giusto diventa fondamentale ascoltare i palestinesi e tenere conto delle loro idee. Questo spinge Pappé anche a respingere l'idea dei due Stati; a suo modo di vedere bisogna favorire la nascita di un unico Stato in cui palestinesi ed ebrei possano vivere pacificamente.
Perché sia realizzato lo Stato post-Israele, sarà importante realizzare delle piccole rivoluzioni culturali, cioè cambiare il modo di concepire la politica ed approcciare diversamente dal solito alla nuova ricostruzione. Sarà fondamentale, afferma lo storico, riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi dispersi con la Nakba, oltre a giusti risarcimenti per i crimini subiti durante le varie fasi del genocidio e il riconoscimento storico dei torti subiti. Per Pappé sarà necessario invertire il processo di de-arabizzazione che Israele sta portando avanti attualmente, riconoscere i torti israeliani e gli atti di resistenza palestinese, e attraverso questo riconoscimento avviare una fase di convivenza civile tra palestinesi ed ebrei.

Il saggio di Pappé, oltre ad offrire ottime informazioni ed ottimi spunti di riflessione circa la questione palestinese, ci dà l'occasione di prendere atto di una realtà che oggi solo i miopi non vogliono vedere: la fine degli Stati-nazione. Per l'autore "stiamo andando verso un mondo post-vestfaliano", cioè un mondo in cui il concetto di Stato-nazione, affermatosi con la pace di Vestfalia dopo la guerra dei Trent'anni, è obsoleto, non essendo infatti più in grado di rispondere alle esigenze del mondo moderno.

La fine di Israele è un saggio che affronta uno dei temi più caldi della storia contemporanea, la questione palestinese. Leggerlo ci permette di acquisire delle informazioni importanti, di conoscere il punto di vista di una persona che vive la questione da vicino e la conosce a 360°, e di fare delle valutazioni che vanno al di là dei confini palestinesi per abbracciare il mondo intero.
Il discorso sul superamento degli Stati-nazione, infatti, andrebbe affrontato prima di intraprendere qualsiasi ragionamento sulla politica o sulla storia di qualunque Stato. Oggi stiamo assistendo al proliferare di ideologie fondate su disvalori che erroneamente credevamo sepolti proprio perché le strutture che dovrebbero garantirci il benessere, gli Stati, seguendo logiche antiche non sono più in grado di soddisfare i cittadini: ecco che il malcontento cresce e ci si butta tra le braccia del populismo.
Come tutti i grandi saggi, il libro di Pappé fornisce gli strumenti per un'interpretazione globale della realtà, oltre a quelli per la piena comprensione della questione palestinese.

Francesco Abate