domenica 8 febbraio 2026

INTERVISTA SU KUKAOS MAGAZINE

 

Sono felice di annunciarvi la pubblicazione dell'intervista rilasciata a Kukaos Magazine, in cui ovviamente ho parlato del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.

Ringrazio Bianca Folino per le bellissime domande e vi auguro buona lettura.


Francesco Abate

lunedì 26 gennaio 2026

SAN MARTINO DEL CARSO DI GIUSEPPE UNGARETTI

 

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato

San Martino del Carso è una poesia composta da Giuseppe Ungaretti il 27 agosto 1916. 
La poesia parte dall'immagine della località di San Martino del Carso distrutta dai bombardamenti austriaci, poi passa subito allo stato d'animo del poeta, che ricorda i tanti compagni perduti e sente il proprio cuore come un cimitero ("Ma nel cuore / nessuna croce manca").
Come nello stile di Ungaretti, e soprattutto della raccolta di cui questa poesia è parte, Il Porto Sepolto, il testo è essenziale, pone all'attenzione del lettore l'anima devastata dell'autore senza filtri e senza abbellimenti, manca perfino la punteggiatura.
Il messaggio è chiaro: la guerra distrugge case e paesi, ma la peggiore devastazione la lascia nei cuori dei sopravvissuti, che diventano cupi a causa dei lutti subiti.

Non è un caso se come immagine di questo post ho scelto una fotografia di Gaza, non una attinente alla Prima Guerra Mondiale. La guerra non ha mai smesso di infestare il mondo, da parte dei potenti non c'è stata mai la vera intenzione di cancellarla, semplicemente si è cercata di scatenarla lontana dai centri di potere; ma così come il morbo avanza inesorabile se non debellato del tutto, così lei si avvicina sempre più alle nostre case ed è tornata a fare paura, come durante gli anni più bui della Guerra Fredda.
I cuori però non sono straziati solo dai genocidi e dai bombardamenti, non sono solo a Gaza e in Siria; anche a pochi passi dal nostro finto benessere si combatte una guerra, quella tra i potenti e la gente comune, ed è un conflitto sempre più violento, che lascia sempre più vittime e quindi sempre più croci su cuori innocenti.
Purtroppo, per colpa della nostra incapacità di immaginare un mondo giusto e inclusivo, San Martino del Carso non smette di essere attuale.

Francesco Abate

sabato 10 gennaio 2026

LA CULTURA DELLA VIOLENZA

 

Un film che mostra scene di sesso esplicito è relegato su canali appositi, spesso vietati ai minori, o in fasce orarie specifiche, mentre un altro che mostra scene di violenza viene trasmesso in prima serata sui più importanti canali televisivi. Se si parla di fare educazione sessuale nelle scuole scoppiano mesi di polemiche infuocate, i militari invece possono fare propaganda delle proprie attività anche negli istituti frequentati dai più piccoli.
Gli esempi che ho fatto sopra servono a dimostrare come nella nostra società il sesso sia giudicato più pericoloso della violenza. Può sembrare una cosa da poco, ma è in realtà una delle prove, forse la più lampante, di come noi viviamo in una cultura della violenza.
Come "cultura della violenza" intendo un modo di vivere e di pensare che trova tante giustificazioni alla violenza, sminuendone la sua terribile gravità. La violenza è un atto di prepotenza col quale si lede l'integrità o la libertà di un altro individuo, quindi è l'uso della forza per privare una o più persone dei diritti umani. La definizione fa venire i brividi, descrive chiaramente un atto terribile e ingiustificabile, eppure oggi sentiamo mille giustificazioni per ogni atto di violenza; mentre io scrivo, Israele sta compiendo il genocidio dei palestinesi in nome della sicurezza nazionale, e molti sposano la sua tesi.
Oggi tendiamo a concentrarci solo su alcune forme di violenza, perché sono più mediatiche o semplicemente più usate dalla politica, e finiamo per non accorgerci della terribile realtà globale in cui siamo immersi. La verità è che nel nostro mondo malato chiunque sia (o senta di essere) in una condizione di superiorità rispetto a un altro individuo tende a sopraffarlo mediante l'uso della violenza, che sia fisica, psicologica, economica, eccetera. Invece di interrogarci sulle ragioni per cui x è violento contro y, dovremmo cominciare a chiederci perché chiunque sia in condizione di farlo usi violenza per sopraffare il prossimo.
Un'altra dimostrazione del dominio della violenza nella nostra cultura è data dal confronto tra la facilità con la quale riusciamo a manifestare sentimenti di odio o rabbia e la difficoltà con la quale mostriamo amore o altri sentimenti di solidarietà. Quanto è facile mandare a fare in culo una persona che ci indispone (e che non temiamo), quanto è invece difficile dire a una persona cara che le vogliamo bene!
Nel 1975 Hannah Arendt scriveva nel suo saggio Sulla violenza: "...è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L'ultima edizione dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti". La filosofa tedesca ravvisò già allora come la violenza fosse tanto radicata nella società da passare inosservata.
A differenza del passato, oggi di violenza si parla tanto, ma ci si concentra troppo spesso solo su alcune categorie, spesso differenziate tra loro per tipologie di vittime e carnefici. Questa strategia è in realtà controproducente, infatti porta alla deumanizzazione delle vittime e dei carnefici, finendo per rendere più facile per i violenti giustificare la propria violenza e per i detrattori incitare alla vendetta. 
La strada da percorrere è invece quella di stigmatizzare ogni forma di violenza che non sia legittima difesa (la VERA legittima difesa, che è diversa dalla vendetta). Solo inculcando nella mente delle persone, sin dall'infanzia, che non esiste giustificazione alcuna per la violenza, si riuscirà a sconfiggere questa piaga. Finché non si procederà in tal senso, continuando a presentare la violenza come un utile strumento per la risoluzione di alcuni problemi, come qualcosa di divertente o gratificante, non smetteremo di contare i fatti di sangue. La violenza infatti non fa altro che alimentare sé stessa generando circoli viziosi.

La cultura della violenza è il più grande tradimento perpetrato da chi detiene il potere nei confronti della gente comune. La società nasce infatti per difendere i cittadini dalla violenza, ma oggi lo stato di diritto arretra sempre di più di fronte alle sue manifestazioni.
Questo arretramento non avviene per caso; chi detiene il potere, volendo governare e non rappresentare, usa la violenza per reprimere il dissenso e assicurarsi ingiusti privilegi, non può quindi censurarla del tutto. Essendo gli organi incaricati di reprimere la violenza i primi a usarla, non sono più credibili quando cercano di censurarne le forme a loro non gradite, quindi sempre più cittadini si sentono in diritto di essere violenti. Non è un caso che nella mitologia greca Bia, che rappresenta la violenza, è sorella di Cratos, il potere, ed è sfruttata da Zeus per la conservazione del potere.
Alla luce di quanto sopra, risulta evidente come la violenza sia il fallimento della società e dell'essere umano.

Anche nel mio ultimo romanzo, Eudemonìa, affronto il tema della violenza, proprio attraverso il personaggio di Bia, che si scontra con Francesco e Dante

Francesco Abate

martedì 6 gennaio 2026

"LA FINE DI ISRAELE" DI ILAN PAPPE'

 

La fine di Israele è un saggio scritto dallo storico israeliano Ilan Pappé.
Questo saggio si divide in tre sezioni: nella prima Pappé analizza le ragioni che lo spingono a giudicare imminente il collasso di Israele, nella seconda riflette sulle piccole rivoluzioni culturali da portare a compimento per far sorgere dalle ceneri di Israele uno Stato giusto in cui palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, nella terza infine sogna la realizzazione di tale Stato.
Per lo storico israeliano ci sono sette crepe che rendono evidente la prossima fine dello stato di Israele.
La prima crepa è il sopravvento preso dallo Stato di Giudea nei confronti dello Stato di Israele, cioè lo strapotere conquistato dagli ebrei ultraortodossi nei confronti di quelli laici, una condizione che sta portando allo svuotamento del paese ed al suo impoverimento economico e culturale. 
La seconda crepa è il sostegno senza precedenti incassato dai palestinesi dopo il 7 ottobre. Grazie ai nuovi media, che hanno consentito la conoscenza dei crimini israeliani nonostante la censura, nel mondo tante categorie che negli anni passati guardavano con indifferenza ai palestinesi si sono sentite in dovere di far sentire forte il proprio grido, quel grido che è diventato la voce dei palestinesi ridotti al silenzio.
La terza crepa è la distanza sempre maggiore che si è creata tra Israele e gli ebrei sparsi per il mondo. Dopo l'accelerazione del genocidio iniziata il 7 ottobre 2023 sempre più organizzazioni ebraiche hanno preso le distanze da Israele e dal sionismo in generale.
La quarta crepa è molto più concreta, Israele infatti vive una profonda crisi economica, è nel mondo una delle nazioni con maggiori diseguaglianze, nonché una di quelle che vive la peggiore crisi abitativa, e le forze di estrema destra attualmente al potere non sembrano intenzionate ad affrontare tali questioni.
La quinta crepa è la perdita di fiducia nelle capacità militari di Israele, infatti l'IDF è apparsa efficiente nello sterminio di palestinesi inermi, meno nella difesa dei cittadini da azioni ostili reali (il 7 ottobre 2023 due kibbutz di confine dovettero aspettare sette ore prima che arrivassero le forze militari a difenderli dall'attacco terroristico).
La sesta crepa è il cattivo funzionamento dello Stato di Israele, minato da una pubblica amministrazione fortemente politicizzata e non in grado di soddisfare le reali esigenze dei cittadini.
La settima crepa è l'opera di una nuova generazione di dissidenti palestinesi che, a differenza di quelle precedenti, è più unita e appare in grado di pensare concretamente al futuro della Palestina post-Israele.
A parere dell'autore, le sette crepe rivelano l'imminente collasso di Israele e, per evitare transizioni traumatiche, sarebbe giusto pensare già allo Stato che verrà dopo. Prima di tutto è necessario uscire dalle logiche usate nei precedenti processi di pace, dove si cristallizzavano le posizioni acquisite militarmente da Israele, ignorando totalmente il punto di vista palestinese: per la costruzione di uno Stato giusto diventa fondamentale ascoltare i palestinesi e tenere conto delle loro idee. Questo spinge Pappé anche a respingere l'idea dei due Stati; a suo modo di vedere bisogna favorire la nascita di un unico Stato in cui palestinesi ed ebrei possano vivere pacificamente.
Perché sia realizzato lo Stato post-Israele, sarà importante realizzare delle piccole rivoluzioni culturali, cioè cambiare il modo di concepire la politica ed approcciare diversamente dal solito alla nuova ricostruzione. Sarà fondamentale, afferma lo storico, riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi dispersi con la Nakba, oltre a giusti risarcimenti per i crimini subiti durante le varie fasi del genocidio e il riconoscimento storico dei torti subiti. Per Pappé sarà necessario invertire il processo di de-arabizzazione che Israele sta portando avanti attualmente, riconoscere i torti israeliani e gli atti di resistenza palestinese, e attraverso questo riconoscimento avviare una fase di convivenza civile tra palestinesi ed ebrei.

Il saggio di Pappé, oltre ad offrire ottime informazioni ed ottimi spunti di riflessione circa la questione palestinese, ci dà l'occasione di prendere atto di una realtà che oggi solo i miopi non vogliono vedere: la fine degli Stati-nazione. Per l'autore "stiamo andando verso un mondo post-vestfaliano", cioè un mondo in cui il concetto di Stato-nazione, affermatosi con la pace di Vestfalia dopo la guerra dei Trent'anni, è obsoleto, non essendo infatti più in grado di rispondere alle esigenze del mondo moderno.

La fine di Israele è un saggio che affronta uno dei temi più caldi della storia contemporanea, la questione palestinese. Leggerlo ci permette di acquisire delle informazioni importanti, di conoscere il punto di vista di una persona che vive la questione da vicino e la conosce a 360°, e di fare delle valutazioni che vanno al di là dei confini palestinesi per abbracciare il mondo intero.
Il discorso sul superamento degli Stati-nazione, infatti, andrebbe affrontato prima di intraprendere qualsiasi ragionamento sulla politica o sulla storia di qualunque Stato. Oggi stiamo assistendo al proliferare di ideologie fondate su disvalori che erroneamente credevamo sepolti proprio perché le strutture che dovrebbero garantirci il benessere, gli Stati, seguendo logiche antiche non sono più in grado di soddisfare i cittadini: ecco che il malcontento cresce e ci si butta tra le braccia del populismo.
Come tutti i grandi saggi, il libro di Pappé fornisce gli strumenti per un'interpretazione globale della realtà, oltre a quelli per la piena comprensione della questione palestinese.

Francesco Abate