lunedì 6 luglio 2026

"I SUPPLIZI CAPITALI" DI EVA CANTARELLA

 

I supplizi capitali è un saggio pubblicato nel 2005 da Eva Cantarella.
In questo saggio l'autrice analizza i reati per i quali era prevista la pena di morte nella Grecia e nella Roma antiche, oltre ai modi in cui essa era eseguita. Non si creda che quest'analisi sia fine a sé stessa o sia un semplice esercizio di arricchimento culturale, lo scopo è quello di comprendere meglio le ragioni alla base dell'applicazione dei supplizi capitali, così da arricchire il dibattito sulla loro legittimità. 
Non è un caso la scelta dell'autrice di tornare indietro fino alla Grecia antica e alla Roma delle origini, infatti sebbene il dibattito sull'abolizione della pena di morte sia iniziato nel Settecento con Cesare Beccaria, è da Platone che iniziano le riflessioni circa la natura della pena, e nel Protagora il filosofo propone per la prima volta un'idea di giustizia prospettiva invece che retributiva, cioè una giustizia pensata affinché il reo sia recuperato, non semplicemente punito. Nell'antica Grecia affondano quindi le radici del concetto di giustizia riabilitativa, che è quanto di più incompatibile possa esistere con la pena di morte.
Studiare la storia antica della pena di morte ci aiuta inoltre a vedere come le società del tempo si siano sforzate nel tempo di trasferire l'amministrazione della giustizia dalla sfera privata agli spazi pubblici. Sia in Grecia che a Roma, in origine a punire con la morte per molti reati era il capofamiglia, il quale era legittimamente considerato sovrano nel piccolo nucleo sociale (la famiglia) sul quale si reggeva l'intera comunità. Col passare del tempo, in entrambe le realtà, le leggi furono modificate affinché fossero sempre meno i casi in cui il giudizio e la pena fossero comminati nello spazio privato della casa, togliendo quindi potere ai capifamiglia ed accentrando l'amministrazione della giustizia nelle mani della comunità.
La lettura di questo saggio è importante anche per sfatare il mito secondo cui l'ideazione dei supplizi capitali fosse solo un esercizio di crudeltà. Sebbene io resti convinto che un certo sadismo abbia influenzato spesso la scelta delle modalità di un'esecuzione capitale (basta guardare il disegno all'inizio del post), l'autrice, attraverso lo studio dei documenti giuridici, delle tradizioni ed anche della letteratura, dimostra come la tipologia del supplizio fosse influenzata dalla natura del reato e dallo scopo della pena; le modalità cambiavano a seconda che il reo fosse punito per vendicare l'offesa che aveva fatto alla vittima, che venisse punito per la violazione di legge o che dovesse espiare un peccato commesso contro un dio. 

Francesco Abate

domenica 28 giugno 2026

LE PROSSIME PRESENTAZIONI DI EUDEMONIA

 


Il prossimo sarà un fine settimana molto intenso per me.
Venerdì 3 luglio vi aspetto presso Libramente - Caffé Letterario a Salerno per parlarmi del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.
Il giorno dopo sarò ad Aquara, precisamente al bar 'A Kjazz, sempre per parlarvi di Eudemonìa.
In queste presentazioni sarò in compagnia degli amici Luisa Patta e Luca Maucione, che parleranno rispettivamente di Umane Traiettorie e Balancìn.

Saranno due occasioni per scoprire nuovi libri e nuovi posti da vivere nella splendida provincia di Salerno.

Vi aspetto.

Francesco Abate

domenica 14 giugno 2026

"INNO AI PATRIARCHI" DI GIACOMO LEOPARDI

 

Inno ai patriarchi o de' principi del genere umano è uno dei Canti scritti da Giacomo Leopardi.
Pubblicato nel 1822, fu l'unico degli Inni cristiani, che il poeta aveva progettato nel 1819, ad essere composto.
Formato da centodiciassette versi in endecasillabi sciolti, la poesia richiama alla memoria i patriarchi, coloro che per la tradizione biblica furono i primi padri del genere umano (da Adamo a Giuseppe), per tracciare un parallelismo tra la felicità della loro epoca, più naturale e meno civilizzata, e l'infelicità della civiltà contemporanea.
Nella prima strofa Leopardi, dopo aver esordito dicendo che il canto dei figli infelici evocherà con lodi i patriarchi, nei versi da 6 a 15 riflette come non sia Dio a imporre all'uomo l'infelicità, sono invece le colpe degli uomini ad essere ben più gravi del peccato originale ed a condannare l'umanità.
Nella seconda strofa il poeta evoca Adamo. Il primo uomo creato da Dio vive in una natura meravigliosa, regno della pace, sconvolta solo dal fratricidio commesso da Caino ("...Ecco di sangue / gli avari colti e di fraterno scempio / furor novello incesta, e le nefande / ali di morte il divo etere impara").
Nella terza strofa viene evocato Noè, che salva l'umanità dalla furia del diluvio universale, ma questa, invece di uscire migliorata dalla tragedia, si mostra addirittura peggiore di prima (un po' come l'uomo moderno dopo il Covid19).
Nella quarta strofa Leopardi evoca la placida vita pastorale di Abramo, la visione dolce di una vita semplice passata a stretto contatto con la natura. Poi Giacobbe sceglie di diventare servo di Labanide per amore.
Nella quinta strofa viene richiamata la leggendaria età dell'oro, in cui l'essere umano viveva nella natura, nell'abbondanza e in pace.
La sesta e ultima strofa è la più incisiva. Leopardi descrive la vita semplice e felice dei selvaggi che vivevano in California, che non patiscono le angosce dell'uomo civile ("a cui non sugge pallida cura il petto"), che non periscono delle malattie che tormentano l'uomo di città ("a cui le membra fera tabe non doma"), a cui la natura offre protezione e sostentamento. La quiete di questi felici selvaggi è distrutta dall'arrivo dei missionari, i quali tentano di imporre loro la civiltà e la religione; nulla può la natura contro lo scellerato ardimento dell'uomo civile, viene devastata dalla brama di conquista, e ai popoli vittima di questo scempio viene insegnata l'infelicità, mentre la felicità viene resa anche per loro sempre più fugace e difficile da raggiungere.
Riporto interamente la sesta strofa, che merita di essere letta e riletta:
Tal fra le vaste californie selve
nasce beata prole, a cui non sugge
pallida cura il petto, a cui le membra
fera tabe non doma; e vitto il bosco,
nidi l'intima rupe, onde ministra
l'irrigua valle, inopinato il giorno
dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
scellerato ardimento inermi regni
della saggia natura! I lidi e gli antri
e le quiete selve apre l'invitto
nostro furor; le violate genti
al peregrino affanno, agl'ignorati
desiri educa; e la fugace, ignuda
felicità per l'imo sole incalza.

Il tema del rapporto dell'uomo moderno con la natura è ricorrente in Leopardi, tanto nei Canti quanto nelle Operette morali, e la posizione del poeta è in netto contrasto con l'antropocentrismo, che vede l'universo intero al servizio dell'essere umano.
Forse nella nostra epoca, in cui si inquina per permettere ai miliardari di fare le gite nello spazio, bisognerebbe rileggere bene Leopardi e non fermarsi solo al pessimismo.

Francesco Abate

sabato 6 giugno 2026

QUALCHE SCATTO DALLA FIERA DEL LIBRO "AMALFI COAST" DI ATRANI

 





Vi lascio qualche scatto dalla Fiera del Libro e dell'Editoria "Amalfi Coast" di Atrani, dove la scorsa settimana ho parlato del mio romanzo Eudemonìa.

Francesco Abate



domenica 24 maggio 2026

"OPERETTE MORALI" DI GIACOMO LEOPARDI

Operette Morali è una raccolta di ventiquattro testi (prose e dialoghi) composti da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1828, durante il suo "silenzio poetico", periodo durante il quale non scrisse alcuna poesia, turbato da una profonda crisi interiore.
Scritti con un linguaggio ironico e filosofico, i testi nei personaggi attingono tanto alla mitologia quanto alla storia e presentano i temi principali della poetica leopardiana.
Il tema più presente è senza dubbio quello dell'infelicità; la vita per Leopardi è un'oscillazione tra dolore e noia, la felicità è quindi un'illusione e l'essere umano è condannato a vivere infelice. In Elogio degli uccelli, l'autore invidia l'esistenza degli uccelli, la quale è gaia e preferibile a quella infelice dell'essere umano. Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, l'autore arriva addirittura a considerare il suicidio come una scelta legittima dell'essere umano, che può usarlo come fuga dalla condanna che è costretto a scontare sulla Terra.
Nelle Operette Morali viene poi criticato aspramente l'antropocentrismo, cioè la concezione dell'essere umano come centro dell'universo, la Natura è considerata come indifferente alle sorti dell'uomo e per questo l'uomo di cultura, che comprende questa scomoda verità, vede accresciuta la propria infelicità. Ne Il Copernico, Leopardi sottolinea come la teoria eliocentrica metta in crisi l'idea dell'uomo come centro della creazione, causando una potente scossa tellurica capace di mandare in rovina le credenze religiose e l'ipocrisia della società moderna, le quali credono e si fondano sulla supposta superiorità dell'uomo sul resto del creato. Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, l'autore mostra come l'eventuale sparizione del genere umano non altererebbe in alcun modo l'andamento dell'universo, riducendo quindi l'uomo ad una porzione infinitesimale del cosmo, privandolo della posizione privilegiata datagli dalle credenze filosofiche e religiose.
Il Dialogo di Tristano e di un amico è uno dei testi più interessanti dell'opera, e forse anche il punto più estremo del pessimismo leopardiano. In questo dialogo Tristano dapprima sembra rinnegare le idee leopardiane sull'infelicità dell'uomo, dando partita vinta alla società moderna e al suo ottimismo, salvo poi rivelare come tale svolta non sia da lui davvero sentita e arrivare ad ammettere di desiderare la morte più di ogni altra cosa; il protagonista augura all'umanità di veder compiute le proprie speranze, ma mostra di non sentire in sé questo ottimismo e dichiara che alla gloria di un Cesare o di un Alessandro Magno preferirebbe una rapida morte. Il desiderio di morte espresso da Tristano si collega al proposito suicida di Porfirio nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove Leopardi legittima il suicidio come fuga da un'esistenza insopportabilmente infelice.
Come è facile immaginare, l'opera subì delle censure e fu inclusa dalla Chiesa nell'Indice dei Libri Proibiti. In un'epoca in cui la società sembrava avviata verso un progresso rapido e inesorabile, in cui importanti fermenti sociali e filosofici alimentavano grandi speranze nel futuro, un'opera che con crudezza rivelava come l'uomo non fosse il perno principale dell'universo non poteva certo essere ben accolta.

Francesco Abate

lunedì 18 maggio 2026

QUALCHE SCATTO DAL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

 




Vi lascio qualche immagine del mio firmacopie al Salone del Libro di Torino.
E' stata un'esperienza densa di emozioni, un'occasione per vivere dall'interno la più importante manifestazione letteraria d'Italia; ho avuto inoltre la possibilità di visitare Torino, una città bellissima e ricca di storia.
Questi incontri non fanno altro che accrescere il mio amore per la scrittura, dandomi nuove energie per continuare questo percorso intrapreso ormai quasi venti anni fa.
Posso solo ringraziare la casa editrice Atile Editore per l'opportunità che mi ha dato e tutti quelli che mi seguono e leggono le mie opere.

Francesco Abate

sabato 2 maggio 2026

"L'UOMO DUPLICATO" DI JOSE' SARAMAGO

 

L'Uomo duplicato è un romanzo dello scrittore portoghese José Saramago pubblicato nel 2002. Da questo romanzo è stato tratto il film Enemy, diretto da Denis Villeneuve e interpretato da Jake Gyllenhaal.
Come in tutte le sue opere, Saramago crea una situazione paradossale e analizza l'impatto che ha sulla vita e sulla mente dei protagonisti, analizzando l'evoluzione degli eventi e le conseguenze che genera.
In questo romanzo la situazione paradossale è la scoperta da parte del professore di Storia Tertuliano Maximo Afonso dell'esistenza di un attore esattamente identico a lui. Non si parla di una semplice somiglianza, i due sono identici in tutto, dal tono della voce al più piccolo neo, sebbene vivano vite distinte e non siano legati da alcun vincolo di parentela, anzi non sappiano l'uno dell'esistenza dell'altro.
Questa scoperta destabilizza la già precaria situazione mentale di Tertuliano Maximo Afonso, che vive una vita monotona e soffre di depressione. In lui si scatenano dubbi sulla propria identità e sulla sua stessa esistenza, ciò lo spinge a cercare un contatto con questo suo duplicato, Antonio Claro.
Tertuliano Maximo Afonso tiene per sé questa drammatica scoperta, temendo le conseguenze della rivelazione del segreto alle poche persone a lui care, eppure è proprio la sua mancanza di sincerità a spingere gli eventi verso l'epilogo più tragico. Sua madre, che lui scherzosamente soprannomina Cassandra, finisce per essere davvero tale, infatti predice al figlio le sventure che deriveranno dalla sua gestione della situazione, ma non viene creduta, gli eventi però finiscono per dimostrare che aveva ragione. Tertuliano Maximo Afonso gestisce l'intera faccenda come una partita a scacchi, vuole prima trovare una spiegazione e poi fare pressione sul suo duplicato, infine prova a vendicarsi di un grave torto da lui subito, ma mentre è immerso in questa sua folle competizione trascina l'unica persona che lo ama davvero in una spirale mortale.
Maria da Paz, l'amante di Tertuliano Maximo Afonso, lo ama sinceramente e finisce per pagare con la vita la sua scarsa sincerità e trasparenza. Di tutta la situazione lei è una vittima innocente, paga solo la propria eccessiva mitezza, che la spinge ad accettare le bugie e le omissioni di chi dovrebbe amarla.
Antonio Claro, il duplicato di Tertuliano (o l'originale, sta al lettore scoprirlo), sulle prime sembra desideroso di chiudere questa faccenda sconvolgente, salvo dopo scegliere di approfittarne nel modo più vile e disgustoso. Risoluto nel suo intento meschino, riesce a mettere spalle al muro Tertuliano Maximo Afonso, ma non pensa abbastanza alle conseguenze e finisce per causare una tragedia ed uno shock a sua moglie, Helena.
Helena è un'altra vittima della situazione paradossale e dello scontro tra i due duplicati, solo che lei, a differenza di Maria da Paz, riesce a rimpiazzare il marito senza troppi problemi. Dei protagonisti all'inizio sembra essere quella che soffre di più l'esistenza dei due duplicati, non riuscendo ad accettare l'idea che esista un uomo identico a suo marito, e la sua scelta finale conferma come per lei le due identità siano intercambiabili.
Ne L'Uomo duplicato troviamo l'inconfondibile stile di Saramago, con una narrazione che passa improvvisamente e senza soluzione di continuità dal racconto dei fatti ai dialoghi, dal flusso di pensieri all'azione. Con questo stile così apparentemente disordinato l'autore riesce a trasferire al lettore la confusione della situazione e dei personaggi che la vivono.

Francesco Abate