lunedì 16 marzo 2026

"MARTIN EDEN" DI JACK LONDON

 

Martin Eden è un romanzo dello scrittore americano Jack London, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1908 sul Pacific Monthly, poi in volume unico nel 1909.
Per anni i critici hanno giudicato questo come un romanzo autobiografico, arrivando a ipotizzare che la morte del suo autore fosse in realtà dovuta a un suicidio, come quella del protagonista. Lo stesso London in vita chiarì invece che si trattava di un'opera contro l'individualismo, esprimendo meraviglia per il fatto che nessuno se ne fosse accorto.
Il protagonista, Martin Eden, è un marinaio che entra in contatto con la famiglia Morse, appartenente all'alta borghesia, e si innamora della giovane Ruth. Spinto dall'amore per la ragazza, Martin comincia a vedere nella raffinatezza e nel lusso dei Morse le qualità a cui un essere umano dovrebbe aspirare. Il giovane, che mostra grandi doti intellettuali nonostante la scarsa istruzione, studia da autodidatta e comincia a scrivere, sognando di diventare un grande scrittore e di raggiungere così lo status sociale dei Morse; i suoi sforzi come scrittore all'inizio non vengono presi sul serio, ma alla fine riesce a farsi pubblicare, così in breve tempo raggiunge fama mondiale e ricchezza.
Quando finalmente arrivano i riconoscimenti, Martin coglie la profonda ipocrisia della società borghese, perché con la fama arrivano a ruota la stima e l'ammirazione della società, e la stessa famiglia Morse, che l'aveva respinto perché povero, fa di tutto per convincerlo a sposare Ruth. Si rende conto perciò che non c'è alcuna superiorità morale in quell'alta borghesia che tanto aveva ammirato, c'è solo una profonda ipocrisia che porta a giudicare degno di valore chi ha successo e indegno chi non ce l'ha, senza alcuna reale considerazione per le effettive qualità dell'individuo.
Attraverso lo sguardo di Martin Eden, London ci mostra come il mito della realizzazione di sé, che è al centro delle teorie individualistiche, sia esposto all'ipocrisia della società e possa condurre solo alla rovina. Il protagonista, una volta compresa la reale inconsistenza dell'alta società in cui sognava di entrare, si ritrova incapace di trovare una propria dimensione del mondo e sceglie di abbandonare la vita.
L'avventura di Martin Eden, oltre a mostrarci l'ipocrisia della società, è anche un faro sui peccati del mercato editoriale, che lo infestavano allora e ancora oggi lo appestano. Gli editori non considerano gli scritti del protagonista quando è un signor Nessuno, concedendogli solo qualche occasionale pubblicazione pagata poco o niente; quando arriva finalmente il primo importante riconoscimento, la prima pubblicazione di livello, tutti si accorgono di lui e lo esaltano, nonostante pubblichino quegli stessi scritti che in precedenza erano stati rifiutati. London in questo romanzo ci mostra un'editoria schiava dei nomi, priva della capacità di scovare i nuovi talenti e di proporre espressioni artistiche nuove, un problema che non c'era solo a inizio Novecento anzi, forse oggi è più pressante che mai.

Francesco Abate

domenica 8 marzo 2026

"LA MIMOSA E L'ERBACCIA" ALLA III EDIZIONE DELLA RASSEGNA FEMMINISTA DI AQUARA

 

Trionfa carica di primavera gialla la mimosa
e ai piedi stenta scurita dall'ombra l'erbaccia,
chiama nel cielo il canto di uccelli gioiosa
mentre china la vicina vergognosa copre la faccia;
il suo giallore è calore di un'amante focosa
ai cui piedi una carne ferita passiva si ghiaccia,
il suo profumo è la nota di una danza gioiosa
che nasconde agli occhi chi dal ballo si scaccia.
In alto orgogliosa si staglia un'estate radiosa
e in basso il quadro si perde nei lividi in faccia,
ma non osi alcun boscaiolo tagliar la mimosa
e non osi alcun contadino falciare l'erbaccia.

Questa poesia, dal titolo La mimosa e l'erbaccia, è esposta sui muri del borgo di Aquara (SA) nell'ambito della III Rassegna Femminista. Per questo onore, e per il piacere di aver partecipato, ringrazio l'Associazione Culturale Ortica, in particolar modo nella persona di Livia Di Gioia.
Vi invito a fare un giro ad Aquara, perché ci sono esposte molte poesie, inviate da autori di tutta Italia, che offrono occasioni di riflessione, oltre ad essere belle.

Nella poesia ho voluto cantare due tipi di donna, quella che splende nella sua sicurezza, nei suoi trionfi e nelle sue fortune, e quella che arranca tra disagi, insicurezze, sofferenze e sfortune. Ho voluto quindi includere tutte le donne, perché oggi deve essere una giornata di riflessione sulla condizione femminile in generale e sulla cultura patriarcale, che tende a reprimerle e opprimerle ogni volta che tentano di emergere.
La poesia è composta da dodici versi in rima alternata; i versi pari raccontano della mimosa, cioè della donna affermata, felice, trionfante nella società, capace di manifestarsi in tutta la sua potenza, mentre i versi dispari parlano dell'erbaccia, cioè la donna in difficoltà, oppressa e schiacciata, incapace di mostrarsi al mondo in tutta la sua potenzialità. La conclusione per entrambi i tipi di donna, mimosa ed erbaccia, è la stessa: "... non osi alcun boscaiolo tagliar la mimosa / e non osi alcun contadino falciare l'erbaccia". Sebbene io parli di tagliare e recidere, il monito non fa riferimento solo alla violenza fisica (che è solo una delle forme di prevaricazione, e nemmeno la più diffusa e la più tipica), bensì ad ogni forma di oppressione, perché qualsiasi azione neghi il diritto della donna a vivere liberamente sé stessa e la propria esistenza è inconcepibile in una società che aspiri ad essere giusta.

Detto questo, vi ricordo che oggi non è una festa, ma una giornata di riflessione e presa di coscienza, e ricordo agli uomini che la negazione dei diritti fondamentali è un problema di tutti, non solo di chi ne è vittima, quindi anche noi maschi dobbiamo lottare affinché la mentalità patriarcale sparisca e si realizzi a tutti i livelli la parità di genere.
Allo stesso modo, raccomando alle donne di fuggire da quelle distorsioni che banalizzano e sviliscono la lotta femminista; seguite le opinioni ragionate delle pensatrici, non i post acchiappa-like di influcencer e scrittrici/blogger innamorate di sé stesse.

Francesco Abate

lunedì 2 marzo 2026

PARLIAMO DI EUDEMONIA: IL PERSONAGGIO MISTERIOSO

 

"Adesso che ebbero modo di guardarlo fermo alla luce del giorno, impallidirono. Francesco rimase a bocca aperta; Dante più volte guardò in volto prima l'uno e poi l'altro, come a volersi convincere di una realtà sconvolgente. L'aggressore era identico a Francesco; stessa corporatura, stesso viso, l'unica differenza erano i capelli più lunghi e un accenno di barba. Stavolta la domanda non fu posta in modo aggressivo, nel tono Francesco fece trasparire tutta la confusione di cui era preda: <<Ma chi cavolo sei?>>
<<Francesco>>
L'uomo misterioso disse il proprio nome con un sorriso beffardo dipinto sul volto. Capiva la confusione del suo interlocutore, ed era evidente che sapesse ciò che Francesco non sapeva e forse stava per scoprire ora.
<<Ti chiami come me>> Francesco parlò più a sé stesso che all'altro.
<<O tu ti chiamo come me>> rispose l'altro con la stessa aria beffarda di prima"
Il personaggio misterioso introdotto dalle parole che sopra ho riportato, si rivela un passaggio fondamentale nella ricerca di Francesco.
Non posso rivelarvi più di quello che già rivela il virgolettato, per sapere chi è questo misterioso personaggio e quali conseguenze porta il suo arrivo nella missione di Francesco, non vi resta che comprare Eudemonìa.


Vi invito a seguire il blog e le mie pagine social (FacebookMeWeInstagram) per tutti gli aggiornamenti riguardo questo romanzo.
Vi ricordo che potete acquistare il romanzo in tutte le librerie fisiche e virtuali (link in questa pagina). Il romanzo è inoltre disponibile presso Copperflield Bookshop in via Italia, 43.

Francesco Abate

sabato 14 febbraio 2026

"JAMES BROWN SI METTEVA I BIGODINI" DI YASMINA REZA

 

James Brown si metteva i bigodini è un'opera teatrale scritta dall'autrice francese Yasmina Reza. L'opera sviluppa la vicenda dei coniugi Hutner, personaggi del romanzo Felici i felici, i quali devono ricoverare il figlio Jacob in un istituto psichiatrico perché convinto di essere Céline Dion.
L'opera ci mostra proprio la permanenza di Jacob/Céline nell'istituto psichiatrico, le visite dei suoi genitori, Lionel e Pascaline, e la sua amicizia con Philippe, studente che ha problemi con la propria identità nera pur essendo bianco.
Attraverso Jacob e Philippe, l'autrice ci mostra la vita di chi sceglie di essere altro da sé: Jacob vive come Céline Dion, si prepara ai concerti e cura con attenzione la propria voce, così come Philippe vive le ansie proprie delle persone di colore nella società attuale. Come l'albero che tentano di piantare di nascosto nel giardino, che stenta perché troppo compresso nel vaso che ne contiene le radici, i due ospiti dell'istituto sentono stretti i limiti imposti dalla società; scelgono quindi di violarli, così come scelgono di piantare l'albero in piena terra, dandogli la possibilità di stendere le radici come più gli occorre. La storia di Jacob e Philippe è perciò una fuga.
La psichiatra ha un approccio molto originale ai problemi mentali degli ospiti, infatti li asseconda, non prova a forzare una cura. Una possibile spiegazione al suo approccio può essere data attraverso la sua visione della favola di Cenerentola, nella quale lei cuce il ruolo di vittime sulle sorellastre, tradizionalmente indicate come cattive, che a suo modo di vedere sono solo vittime della propria imperfezione, considerate immeritevoli di compassione perché non belle e docili come Cenerentola. Traslando la sua teoria sul lavoro di psichiatra, lei forse nei pazienti vede delle vittime non di una malattia, ma di uno stigma: sono internati perché imperfetti, perché esterni agli schemi imposti dalla società, perché rifiutano l'identità cucitagli addosso dalle circostanze e scelgono quella che più gli piace.
Altri due personaggi sono i genitori di Jacob/Céline, Lionel e Pascaline. Lionel è un uomo rigido, non riesce a fare alcun passo verso la nuova identità del figlio e rifiuta con forza l'approccio originale della psichiatra. Sebbene sia quello che oppone più resistenza alla nuova identità del figlio, è molto insicuro, e forse questa è la ragione per cui non riesce a sporgersi un pochino di più verso il nuovo mondo di Jacob/Céline. Pascaline, la madre, invece è più malleabile: sebbene soffra la condizione del figlio, riesce ad assecondarla, e a tratti pare perfino apprezzarne alcuni aspetti.

James Brown si metteva i bigodini è un'opera simpatica, che riesce però a far riflettere sulla questione dei problemi mentali, spingendo a guardarla non solo dal punto di vista dei sani (i coniugi Hutner), ma anche da quello di chi consideriamo malato (Jacob e Philippe). L'autrice si guarda bene dal dare giudizi o dal tentare di fornire risposte, si limita a gettare quanta più luce possibile su tutto l'ambiente da analizzare, cercando di sollevare nel lettore/spettatore quel dubbio dal quale dovrebbe nascere poi il ragionamento, che è il miglior antidoto al pregiudizio.

Colgo l'occasione per ringraziare la libreria Copperfield Bookshop di Battipaglia, che mi ha fatto conoscere l'opera e un'autrice di cui sicuramente in futuro leggerò altro.

Francesco Abate

domenica 8 febbraio 2026

INTERVISTA SU KUKAOS MAGAZINE

 

Sono felice di annunciarvi la pubblicazione dell'intervista rilasciata a Kukaos Magazine, in cui ovviamente ho parlato del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.

Ringrazio Bianca Folino per le bellissime domande e vi auguro buona lettura.


Francesco Abate

lunedì 26 gennaio 2026

SAN MARTINO DEL CARSO DI GIUSEPPE UNGARETTI

 

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato

San Martino del Carso è una poesia composta da Giuseppe Ungaretti il 27 agosto 1916. 
La poesia parte dall'immagine della località di San Martino del Carso distrutta dai bombardamenti austriaci, poi passa subito allo stato d'animo del poeta, che ricorda i tanti compagni perduti e sente il proprio cuore come un cimitero ("Ma nel cuore / nessuna croce manca").
Come nello stile di Ungaretti, e soprattutto della raccolta di cui questa poesia è parte, Il Porto Sepolto, il testo è essenziale, pone all'attenzione del lettore l'anima devastata dell'autore senza filtri e senza abbellimenti, manca perfino la punteggiatura.
Il messaggio è chiaro: la guerra distrugge case e paesi, ma la peggiore devastazione la lascia nei cuori dei sopravvissuti, che diventano cupi a causa dei lutti subiti.

Non è un caso se come immagine di questo post ho scelto una fotografia di Gaza, non una attinente alla Prima Guerra Mondiale. La guerra non ha mai smesso di infestare il mondo, da parte dei potenti non c'è stata mai la vera intenzione di cancellarla, semplicemente si è cercata di scatenarla lontana dai centri di potere; ma così come il morbo avanza inesorabile se non debellato del tutto, così lei si avvicina sempre più alle nostre case ed è tornata a fare paura, come durante gli anni più bui della Guerra Fredda.
I cuori però non sono straziati solo dai genocidi e dai bombardamenti, non sono solo a Gaza e in Siria; anche a pochi passi dal nostro finto benessere si combatte una guerra, quella tra i potenti e la gente comune, ed è un conflitto sempre più violento, che lascia sempre più vittime e quindi sempre più croci su cuori innocenti.
Purtroppo, per colpa della nostra incapacità di immaginare un mondo giusto e inclusivo, San Martino del Carso non smette di essere attuale.

Francesco Abate

sabato 10 gennaio 2026

LA CULTURA DELLA VIOLENZA

 

Un film che mostra scene di sesso esplicito è relegato su canali appositi, spesso vietati ai minori, o in fasce orarie specifiche, mentre un altro che mostra scene di violenza viene trasmesso in prima serata sui più importanti canali televisivi. Se si parla di fare educazione sessuale nelle scuole scoppiano mesi di polemiche infuocate, i militari invece possono fare propaganda delle proprie attività anche negli istituti frequentati dai più piccoli.
Gli esempi che ho fatto sopra servono a dimostrare come nella nostra società il sesso sia giudicato più pericoloso della violenza. Può sembrare una cosa da poco, ma è in realtà una delle prove, forse la più lampante, di come noi viviamo in una cultura della violenza.
Come "cultura della violenza" intendo un modo di vivere e di pensare che trova tante giustificazioni alla violenza, sminuendone la sua terribile gravità. La violenza è un atto di prepotenza col quale si lede l'integrità o la libertà di un altro individuo, quindi è l'uso della forza per privare una o più persone dei diritti umani. La definizione fa venire i brividi, descrive chiaramente un atto terribile e ingiustificabile, eppure oggi sentiamo mille giustificazioni per ogni atto di violenza; mentre io scrivo, Israele sta compiendo il genocidio dei palestinesi in nome della sicurezza nazionale, e molti sposano la sua tesi.
Oggi tendiamo a concentrarci solo su alcune forme di violenza, perché sono più mediatiche o semplicemente più usate dalla politica, e finiamo per non accorgerci della terribile realtà globale in cui siamo immersi. La verità è che nel nostro mondo malato chiunque sia (o senta di essere) in una condizione di superiorità rispetto a un altro individuo tende a sopraffarlo mediante l'uso della violenza, che sia fisica, psicologica, economica, eccetera. Invece di interrogarci sulle ragioni per cui x è violento contro y, dovremmo cominciare a chiederci perché chiunque sia in condizione di farlo usi violenza per sopraffare il prossimo.
Un'altra dimostrazione del dominio della violenza nella nostra cultura è data dal confronto tra la facilità con la quale riusciamo a manifestare sentimenti di odio o rabbia e la difficoltà con la quale mostriamo amore o altri sentimenti di solidarietà. Quanto è facile mandare a fare in culo una persona che ci indispone (e che non temiamo), quanto è invece difficile dire a una persona cara che le vogliamo bene!
Nel 1975 Hannah Arendt scriveva nel suo saggio Sulla violenza: "...è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L'ultima edizione dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti". La filosofa tedesca ravvisò già allora come la violenza fosse tanto radicata nella società da passare inosservata.
A differenza del passato, oggi di violenza si parla tanto, ma ci si concentra troppo spesso solo su alcune categorie, spesso differenziate tra loro per tipologie di vittime e carnefici. Questa strategia è in realtà controproducente, infatti porta alla deumanizzazione delle vittime e dei carnefici, finendo per rendere più facile per i violenti giustificare la propria violenza e per i detrattori incitare alla vendetta. 
La strada da percorrere è invece quella di stigmatizzare ogni forma di violenza che non sia legittima difesa (la VERA legittima difesa, che è diversa dalla vendetta). Solo inculcando nella mente delle persone, sin dall'infanzia, che non esiste giustificazione alcuna per la violenza, si riuscirà a sconfiggere questa piaga. Finché non si procederà in tal senso, continuando a presentare la violenza come un utile strumento per la risoluzione di alcuni problemi, come qualcosa di divertente o gratificante, non smetteremo di contare i fatti di sangue. La violenza infatti non fa altro che alimentare sé stessa generando circoli viziosi.

La cultura della violenza è il più grande tradimento perpetrato da chi detiene il potere nei confronti della gente comune. La società nasce infatti per difendere i cittadini dalla violenza, ma oggi lo stato di diritto arretra sempre di più di fronte alle sue manifestazioni.
Questo arretramento non avviene per caso; chi detiene il potere, volendo governare e non rappresentare, usa la violenza per reprimere il dissenso e assicurarsi ingiusti privilegi, non può quindi censurarla del tutto. Essendo gli organi incaricati di reprimere la violenza i primi a usarla, non sono più credibili quando cercano di censurarne le forme a loro non gradite, quindi sempre più cittadini si sentono in diritto di essere violenti. Non è un caso che nella mitologia greca Bia, che rappresenta la violenza, è sorella di Cratos, il potere, ed è sfruttata da Zeus per la conservazione del potere.
Alla luce di quanto sopra, risulta evidente come la violenza sia il fallimento della società e dell'essere umano.

Anche nel mio ultimo romanzo, Eudemonìa, affronto il tema della violenza, proprio attraverso il personaggio di Bia, che si scontra con Francesco e Dante

Francesco Abate