Inno ai patriarchi o de' principi del genere umano è uno dei Canti scritti da Giacomo Leopardi.
Pubblicato nel 1822, fu l'unico degli Inni cristiani, che il poeta aveva progettato nel 1819, ad essere composto.
Formato da centodiciassette versi in endecasillabi sciolti, la poesia richiama alla memoria i patriarchi, coloro che per la tradizione biblica furono i primi padri del genere umano (da Adamo a Giuseppe), per tracciare un parallelismo tra la felicità della loro epoca, più naturale e meno civilizzata, e l'infelicità della civiltà contemporanea.
Nella prima strofa Leopardi, dopo aver esordito dicendo che il canto dei figli infelici evocherà con lodi i patriarchi, nei versi da 6 a 15 riflette come non sia Dio a imporre all'uomo l'infelicità, sono invece le colpe degli uomini ad essere ben più gravi del peccato originale ed a condannare l'umanità.
Nella seconda strofa il poeta evoca Adamo. Il primo uomo creato da Dio vive in una natura meravigliosa, regno della pace, sconvolta solo dal fratricidio commesso da Caino ("...Ecco di sangue / gli avari colti e di fraterno scempio / furor novello incesta, e le nefande / ali di morte il divo etere impara").
Nella terza strofa viene evocato Noè, che salva l'umanità dalla furia del diluvio universale, ma questa, invece di uscire migliorata dalla tragedia, si mostra addirittura peggiore di prima (un po' come l'uomo moderno dopo il Covid19).
Nella quarta strofa Leopardi evoca la placida vita pastorale di Abramo, la visione dolce di una vita semplice passata a stretto contatto con la natura. Poi Giacobbe sceglie di diventare servo di Labanide per amore.
Nella quinta strofa viene richiamata la leggendaria età dell'oro, in cui l'essere umano viveva nella natura, nell'abbondanza e in pace.
La sesta e ultima strofa è la più incisiva. Leopardi descrive la vita semplice e felice dei selvaggi che vivevano in California, che non patiscono le angosce dell'uomo civile ("a cui non sugge pallida cura il petto"), che non periscono delle malattie che tormentano l'uomo di città ("a cui le membra fera tabe non doma"), a cui la natura offre protezione e sostentamento. La quiete di questi felici selvaggi è distrutta dall'arrivo dei missionari, i quali tentano di imporre loro la civiltà e la religione; nulla può la natura contro lo scellerato ardimento dell'uomo civile, viene devastata dalla brama di conquista, e ai popoli vittima di questo scempio viene insegnata l'infelicità, mentre la felicità viene resa anche per loro sempre più fugace e difficile da raggiungere.
Riporto interamente la sesta strofa, che merita di essere letta e riletta:
Tal fra le vaste californie selve
nasce beata prole, a cui non sugge
pallida cura il petto, a cui le membra
fera tabe non doma; e vitto il bosco,
nidi l'intima rupe, onde ministra
l'irrigua valle, inopinato il giorno
dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
scellerato ardimento inermi regni
della saggia natura! I lidi e gli antri
e le quiete selve apre l'invitto
nostro furor; le violate genti
al peregrino affanno, agl'ignorati
desiri educa; e la fugace, ignuda
felicità per l'imo sole incalza.
Il tema del rapporto dell'uomo moderno con la natura è ricorrente in Leopardi, tanto nei Canti quanto nelle Operette morali, e la posizione del poeta è in netto contrasto con l'antropocentrismo, che vede l'universo intero al servizio dell'essere umano.
Forse nella nostra epoca, in cui si inquina per permettere ai miliardari di fare le gite nello spazio, bisognerebbe rileggere bene Leopardi e non fermarsi solo al pessimismo.
Francesco Abate







