domenica 19 luglio 2026

STIAMO ANNEGANDO NELLA VIOLENZA

 

Il fiore schiaccia la farfalla
e la farfalla sbrindella il fiore;
insetti adulti divorano larve
e larva grossa uccide larvetta.

Non tanti demoni uscirono
quando il vaso di Pandora fu aperto:
solo un mostro
gigante e mutevole
si sciolse nel nostro sangue.

Non sono eserciti a insanguinare il mondo;
se guardi oltre la nebbia che ti acceca
vedi ancora il pugnale insanguinato
stretto nella mano crudele di Bia.

Spesso parlo di violenza nelle mie opere, tanto nelle poesie (sopra vi ho riportato il testo de La mano crudele di Bia) quanto nei romanzi (in Eudemonìa compare il personaggio di Bia).
Come ho già avuto modo di scrivere in un vecchio post, viviamo in un mondo in cui la violenza è continuamente giustificata e legittimata, dove non si cerca di reprimerla e ognuno tenta di usarla a proprio vantaggio. Discendiamo dalle culture greca e romana, che esaltavano la violenza come valore supremo, tanto che gli eroi erano quasi sempre dei violenti, e questo veleno non siamo ancora riusciti a tirarlo via dal nostro sangue.
Sento il bisogno di una nuova riflessione sul tema della violenza perché vedo ogni giorno di più la totale assuefazione a questo morbo dell'anima. In questi giorni l'Italia è piena di persone pronte a definire legittima difesa l'azione di un uomo che ha inseguito i ladri che l'avevano derubato, gli ha sparato, uccidendone due, e si è accanito sul ferito prendendolo a calci. L'uomo in questione aveva già manifestato la propria indole violenta presentandosi armato a casa dell'ex fidanzato della figlia, da perfetto figlio dei film d'azione americani. Una manifestazione così animalesca di violenza in una società civile non dovrebbe trovare alcuna giustificazione, dovremmo essere tutti concordi sul fatto che la violenza sarebbe da condannare sempre e comunque, invece una parte politica legittima quella barbarie per raccattare qualche voto cavalcando la rabbia popolare, e buona parte della società civile giustifica l'assassino in nome della libertà di difendersi. Nessuno si chiede cosa succederebbe se davvero tutti fossimo liberi di reagire come ha fatto il gioielliere, massacrando senza pietà chi ci ha derubato, nessuno pensa al sentimento di vendetta che potrebbe nascere tra i parenti delle vittime o al gusto che potrebbe prenderci il carnefice, nessuno ragiona su quello che ormai la storia ci ha mostrato chiaramente: la violenza non fa altro che generare e rinforzare un'infinita spirale di sangue, nutre sé stessa ed è insaziabile.
Il fiume di sangue che scorre è già imponente e noi non facciamo altro che minimizzarlo, giustificarlo e ignorarlo. Il popolo palestinese sta subendo un genocidio, ma alcuni si lavano la coscienza parlando del 7 ottobre e guardano altrove; gli immigrati vengono schiavizzati, torturati e uccisi, ma sono diversi da noi e ci sentiamo legittimati a non guardare; i governanti usano sempre con maggiore frequenza la violenza per reprimere il dissenso, ma spesso i dissidenti ci sono antipatici e diamo ragione ai repressori. Voglio usare questi esempi per farvi capire che, seppure parliamo spesso di pace e amore, facciamo un uso sempre più massiccio della violenza e non abbiamo alcun problema a giustificarla; questa è una tendenza molto pericolosa perché, come dimostra l'escalation di questi ultimi anni, la spirale di sangue non si arresterà mai da sola, se la lasciamo andare non farà altro che rinforzarsi e travolgere tutto.
Per noi stessi e per il mondo in cui viviamo, dobbiamo azionare il cervello il prima possibile. Dobbiamo capire che la società ha senso solo nel caso in cui la forza delle leggi e dei principi annulli la forza delle armi, in caso contrario finisce per non essere altro che un canile dalle sbarre invisibili in cui cane mangia cane.

Francesco Abate

venerdì 17 luglio 2026

VI PRESENTO LA MIA NUOVA PAGINA

 

Vi annuncio con grande gioia che è online la mia nuova pagina, https://www.hubscrittori.it/francesco-abate.

Ringrazio gli amici di Interrete per il fantastico lavoro svolto e tutto il supporto che mi stanno dando. 
Vi invito inoltre a visitare https://www.hubscrittori.it/ per conoscere altri autori interessanti e le loro opere.

Francesco Abate

lunedì 6 luglio 2026

"I SUPPLIZI CAPITALI" DI EVA CANTARELLA

 

I supplizi capitali è un saggio pubblicato nel 2005 da Eva Cantarella.
In questo saggio l'autrice analizza i reati per i quali era prevista la pena di morte nella Grecia e nella Roma antiche, oltre ai modi in cui essa era eseguita. Non si creda che quest'analisi sia fine a sé stessa o sia un semplice esercizio di arricchimento culturale, lo scopo è quello di comprendere meglio le ragioni alla base dell'applicazione dei supplizi capitali, così da arricchire il dibattito sulla loro legittimità. 
Non è un caso la scelta dell'autrice di tornare indietro fino alla Grecia antica e alla Roma delle origini, infatti sebbene il dibattito sull'abolizione della pena di morte sia iniziato nel Settecento con Cesare Beccaria, è da Platone che iniziano le riflessioni circa la natura della pena, e nel Protagora il filosofo propone per la prima volta un'idea di giustizia prospettiva invece che retributiva, cioè una giustizia pensata affinché il reo sia recuperato, non semplicemente punito. Nell'antica Grecia affondano quindi le radici del concetto di giustizia riabilitativa, che è quanto di più incompatibile possa esistere con la pena di morte.
Studiare la storia antica della pena di morte ci aiuta inoltre a vedere come le società del tempo si siano sforzate nel tempo di trasferire l'amministrazione della giustizia dalla sfera privata agli spazi pubblici. Sia in Grecia che a Roma, in origine a punire con la morte per molti reati era il capofamiglia, il quale era legittimamente considerato sovrano nel piccolo nucleo sociale (la famiglia) sul quale si reggeva l'intera comunità. Col passare del tempo, in entrambe le realtà, le leggi furono modificate affinché fossero sempre meno i casi in cui il giudizio e la pena fossero comminati nello spazio privato della casa, togliendo quindi potere ai capifamiglia ed accentrando l'amministrazione della giustizia nelle mani della comunità.
La lettura di questo saggio è importante anche per sfatare il mito secondo cui l'ideazione dei supplizi capitali fosse solo un esercizio di crudeltà. Sebbene io resti convinto che un certo sadismo abbia influenzato spesso la scelta delle modalità di un'esecuzione capitale (basta guardare il disegno all'inizio del post), l'autrice, attraverso lo studio dei documenti giuridici, delle tradizioni ed anche della letteratura, dimostra come la tipologia del supplizio fosse influenzata dalla natura del reato e dallo scopo della pena; le modalità cambiavano a seconda che il reo fosse punito per vendicare l'offesa che aveva fatto alla vittima, che venisse punito per la violazione di legge o che dovesse espiare un peccato commesso contro un dio. 

Francesco Abate

domenica 28 giugno 2026

LE PROSSIME PRESENTAZIONI DI EUDEMONIA

 


Il prossimo sarà un fine settimana molto intenso per me.
Venerdì 3 luglio vi aspetto presso Libramente - Caffé Letterario a Salerno per parlarmi del mio ultimo romanzo, Eudemonìa.
Il giorno dopo sarò ad Aquara, precisamente al bar 'A Kjazz, sempre per parlarvi di Eudemonìa.
In queste presentazioni sarò in compagnia degli amici Luisa Patta e Luca Maucione, che parleranno rispettivamente di Umane Traiettorie e Balancìn.

Saranno due occasioni per scoprire nuovi libri e nuovi posti da vivere nella splendida provincia di Salerno.

Vi aspetto.

Francesco Abate

domenica 14 giugno 2026

"INNO AI PATRIARCHI" DI GIACOMO LEOPARDI

 

Inno ai patriarchi o de' principi del genere umano è uno dei Canti scritti da Giacomo Leopardi.
Pubblicato nel 1822, fu l'unico degli Inni cristiani, che il poeta aveva progettato nel 1819, ad essere composto.
Formato da centodiciassette versi in endecasillabi sciolti, la poesia richiama alla memoria i patriarchi, coloro che per la tradizione biblica furono i primi padri del genere umano (da Adamo a Giuseppe), per tracciare un parallelismo tra la felicità della loro epoca, più naturale e meno civilizzata, e l'infelicità della civiltà contemporanea.
Nella prima strofa Leopardi, dopo aver esordito dicendo che il canto dei figli infelici evocherà con lodi i patriarchi, nei versi da 6 a 15 riflette come non sia Dio a imporre all'uomo l'infelicità, sono invece le colpe degli uomini ad essere ben più gravi del peccato originale ed a condannare l'umanità.
Nella seconda strofa il poeta evoca Adamo. Il primo uomo creato da Dio vive in una natura meravigliosa, regno della pace, sconvolta solo dal fratricidio commesso da Caino ("...Ecco di sangue / gli avari colti e di fraterno scempio / furor novello incesta, e le nefande / ali di morte il divo etere impara").
Nella terza strofa viene evocato Noè, che salva l'umanità dalla furia del diluvio universale, ma questa, invece di uscire migliorata dalla tragedia, si mostra addirittura peggiore di prima (un po' come l'uomo moderno dopo il Covid19).
Nella quarta strofa Leopardi evoca la placida vita pastorale di Abramo, la visione dolce di una vita semplice passata a stretto contatto con la natura. Poi Giacobbe sceglie di diventare servo di Labanide per amore.
Nella quinta strofa viene richiamata la leggendaria età dell'oro, in cui l'essere umano viveva nella natura, nell'abbondanza e in pace.
La sesta e ultima strofa è la più incisiva. Leopardi descrive la vita semplice e felice dei selvaggi che vivevano in California, che non patiscono le angosce dell'uomo civile ("a cui non sugge pallida cura il petto"), che non periscono delle malattie che tormentano l'uomo di città ("a cui le membra fera tabe non doma"), a cui la natura offre protezione e sostentamento. La quiete di questi felici selvaggi è distrutta dall'arrivo dei missionari, i quali tentano di imporre loro la civiltà e la religione; nulla può la natura contro lo scellerato ardimento dell'uomo civile, viene devastata dalla brama di conquista, e ai popoli vittima di questo scempio viene insegnata l'infelicità, mentre la felicità viene resa anche per loro sempre più fugace e difficile da raggiungere.
Riporto interamente la sesta strofa, che merita di essere letta e riletta:
Tal fra le vaste californie selve
nasce beata prole, a cui non sugge
pallida cura il petto, a cui le membra
fera tabe non doma; e vitto il bosco,
nidi l'intima rupe, onde ministra
l'irrigua valle, inopinato il giorno
dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
scellerato ardimento inermi regni
della saggia natura! I lidi e gli antri
e le quiete selve apre l'invitto
nostro furor; le violate genti
al peregrino affanno, agl'ignorati
desiri educa; e la fugace, ignuda
felicità per l'imo sole incalza.

Il tema del rapporto dell'uomo moderno con la natura è ricorrente in Leopardi, tanto nei Canti quanto nelle Operette morali, e la posizione del poeta è in netto contrasto con l'antropocentrismo, che vede l'universo intero al servizio dell'essere umano.
Forse nella nostra epoca, in cui si inquina per permettere ai miliardari di fare le gite nello spazio, bisognerebbe rileggere bene Leopardi e non fermarsi solo al pessimismo.

Francesco Abate

sabato 6 giugno 2026

QUALCHE SCATTO DALLA FIERA DEL LIBRO "AMALFI COAST" DI ATRANI

 





Vi lascio qualche scatto dalla Fiera del Libro e dell'Editoria "Amalfi Coast" di Atrani, dove la scorsa settimana ho parlato del mio romanzo Eudemonìa.

Francesco Abate



domenica 24 maggio 2026

"OPERETTE MORALI" DI GIACOMO LEOPARDI

Operette Morali è una raccolta di ventiquattro testi (prose e dialoghi) composti da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1828, durante il suo "silenzio poetico", periodo durante il quale non scrisse alcuna poesia, turbato da una profonda crisi interiore.
Scritti con un linguaggio ironico e filosofico, i testi nei personaggi attingono tanto alla mitologia quanto alla storia e presentano i temi principali della poetica leopardiana.
Il tema più presente è senza dubbio quello dell'infelicità; la vita per Leopardi è un'oscillazione tra dolore e noia, la felicità è quindi un'illusione e l'essere umano è condannato a vivere infelice. In Elogio degli uccelli, l'autore invidia l'esistenza degli uccelli, la quale è gaia e preferibile a quella infelice dell'essere umano. Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, l'autore arriva addirittura a considerare il suicidio come una scelta legittima dell'essere umano, che può usarlo come fuga dalla condanna che è costretto a scontare sulla Terra.
Nelle Operette Morali viene poi criticato aspramente l'antropocentrismo, cioè la concezione dell'essere umano come centro dell'universo, la Natura è considerata come indifferente alle sorti dell'uomo e per questo l'uomo di cultura, che comprende questa scomoda verità, vede accresciuta la propria infelicità. Ne Il Copernico, Leopardi sottolinea come la teoria eliocentrica metta in crisi l'idea dell'uomo come centro della creazione, causando una potente scossa tellurica capace di mandare in rovina le credenze religiose e l'ipocrisia della società moderna, le quali credono e si fondano sulla supposta superiorità dell'uomo sul resto del creato. Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, l'autore mostra come l'eventuale sparizione del genere umano non altererebbe in alcun modo l'andamento dell'universo, riducendo quindi l'uomo ad una porzione infinitesimale del cosmo, privandolo della posizione privilegiata datagli dalle credenze filosofiche e religiose.
Il Dialogo di Tristano e di un amico è uno dei testi più interessanti dell'opera, e forse anche il punto più estremo del pessimismo leopardiano. In questo dialogo Tristano dapprima sembra rinnegare le idee leopardiane sull'infelicità dell'uomo, dando partita vinta alla società moderna e al suo ottimismo, salvo poi rivelare come tale svolta non sia da lui davvero sentita e arrivare ad ammettere di desiderare la morte più di ogni altra cosa; il protagonista augura all'umanità di veder compiute le proprie speranze, ma mostra di non sentire in sé questo ottimismo e dichiara che alla gloria di un Cesare o di un Alessandro Magno preferirebbe una rapida morte. Il desiderio di morte espresso da Tristano si collega al proposito suicida di Porfirio nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove Leopardi legittima il suicidio come fuga da un'esistenza insopportabilmente infelice.
Come è facile immaginare, l'opera subì delle censure e fu inclusa dalla Chiesa nell'Indice dei Libri Proibiti. In un'epoca in cui la società sembrava avviata verso un progresso rapido e inesorabile, in cui importanti fermenti sociali e filosofici alimentavano grandi speranze nel futuro, un'opera che con crudezza rivelava come l'uomo non fosse il perno principale dell'universo non poteva certo essere ben accolta.

Francesco Abate