domenica 16 agosto 2026

"FEDRO" DI PLATONE

 

Fedro è un'opera scritta dal filosofo greco Platone nel 370 a.C.
Nel Fedro, Platone usa l'espediente di un dialogo tra Socrate e Fedro sull'amore per descrivere l'anima umana e analizzare la retorica.
L'anima è descritta come un carro alato guidato da un auriga e condotto da due cavalli: uno bianco, che tende verso l'alto, e uno nero, che tira verso il basso. L'auriga è la ragione, alla quale tocca gestire l'anima irascibile (volontà e coraggio, il cavallo bianco) e quella concupiscibile (i desideri intensi, il cavallo nero). Il cavallo bianco tende ad elevare l'anima, quello nero invece a degradarla, e l'auriga deve governarli affinché l'uomo possa ascendere ad un livello superiore, così da giungere alla fine alla contemplazione della verità. Il mito del carro serve a Platone per spiegare com'è fatta l'anima, ma anche per chiarire i ruoli che hanno ragione e passioni; a differenza di altri filosofi, come gli stoici, per Platone le passioni sono necessarie affinché l'anima possa compiere la sua ascesa alla verità, però devono essere mediate dalla ragione.
Il Fedro non tratta solo dell'anima umana, ma all'ultimo discorso di Socrate affida anche una definizione della retorica, la quale deve essere finalizzata alla conoscenza della verità, guidare verso la scoperta del mondo delle Idee, e non deve curarsi solo della propria efficacia persuasiva. Alla conoscenza della verità la retorica deve giungere per disgiunzioni e separazioni: deve separare ogni elemento nelle sue parti costitutive per poi individuare quali siano le idee connesse con la materia, ripercorrendo le relazioni tra le idee stesse fino a concepire la struttura dell'Uno.
Platone in quest'opera spiega come la comunicazione orale sia da preferire per innalzare l'anima verso la vera conoscenza, mentre la parola scritta rimane fissata in una perenne immobilità.

Francesco Abate

martedì 4 agosto 2026

"SIMPOSIO O SULL'AMORE" DI PLATONE

 

Il Simposio (o sull'Amore) è un'opera del filosofo greco Platone, composta nel 380 a.C.
Il libro racconta di un banchetto che si svolge a casa del tragediografo Agatone, al quale oltre al padrone di casa partecipano Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane e Socrate. Nel corso di questo banchetto, ogni commensale pronuncia il proprio discorso sull'Amore.
Il primo a parlare è Fedro, secondo cui Eros è un dio antichissimo, annoverato nei miti della creazione, importante perché ha abbellito il mondo, proporzionandolo e armonizzandolo (argomento mitologico).
Viene poi il turno di Pausania, il quale presenta una distinzione tra un Eros buono, privo di eccessi e di difetti, e un Eros cattivo, passionale ed eccessivo (argomento etico).
Erissimaco poi paragona Eros a un farmaco: cura le anime più inquiete e travagliate, ma col dosaggio sbagliato può portare alla follia (argomento scientifico).
Il discorso di Aristofane riporta uno dei passaggi più celebri della filosofia platonica, il mito dell'androgino. Secondo questo mito, in origine esistevano tre sessi: maschio, femmina e androgino. Ogni essere umano era tondeggiante, con quattro mani, quattro gambe e due volti. Per quanto concerne i genitali, alcuni avevano gli organi maschili raddoppiati (maschi), alcuni quelli femminili doppi (femmine), altri avevano sia il maschile che il femminile (androgini). Questi esseri erano potentissimi e osarono sfidare gli dèi, costringendo Zeus a tagliarli in due per indebolirli e ridurli all'obbedienza; il loro viso fu voltato dal lato del taglio, così che vedessero ciò che avevano subito. Da allora ogni essere cerca la metà perduta, e così sono spiegate anche eterosessualità e omosessualità: gli uomini che erano parte dell'androgino cercano le donne (e viceversa), quelli che erano parte del maschio cercano altri maschi (i ragazzi che amano gli uomini, per Aristofane, sono i più virili), le donne che erano parte della femmina cercano altre femmine. Questo è l'argomento mitologico del Simposio.
Il discorso di Agatone identifica il bello col bene, concludendo perciò che l'amore ha come oggetto solo il bene e chi ama deve per forza essere bello.
L'ultimo a parlare è Socrate, il quale riferisce ciò che gli fu detto dalla sacerdotessa Diotima (un personaggio inventato). Eros è figlio di Poros e Penìa, due divinità minori: il padre gli ha donato intelligenza e sagacia, la madre la bruttezza. Per via della bruttezza, Eros cerca il bello, e l'Amore altro non è che la ricerca nell'amato di qualcosa che manca all'amante. L'Amore è, inoltre, un'ascesa intellettuale dall'amore per il corpo fino all'amore del bello in sé.

Francesco Abate