Un film che mostra scene di sesso esplicito è relegato su canali appositi, spesso vietati ai minori, o in fasce orarie specifiche, mentre un altro che mostra scene di violenza viene trasmesso in prima serata sui più importanti canali televisivi. Se si parla di fare educazione sessuale nelle scuole scoppiano mesi di polemiche infuocate, i militari invece possono fare propaganda delle proprie attività anche negli istituti frequentati dai più piccoli.
Gli esempi che ho fatto sopra servono a dimostrare come nella nostra società il sesso sia giudicato più pericoloso della violenza. Può sembrare una cosa da poco, ma è in realtà una delle prove, forse la più lampante, di come noi viviamo in una cultura della violenza.
Come "cultura della violenza" intendo un modo di vivere e di pensare che trova tante giustificazioni alla violenza, sminuendone la sua terribile gravità. La violenza è un atto di prepotenza col quale si lede l'integrità o la libertà di un altro individuo, quindi è l'uso della forza per privare una o più persone dei diritti umani. La definizione fa venire i brividi, descrive chiaramente un atto terribile e ingiustificabile, eppure oggi sentiamo mille giustificazioni per ogni atto di violenza; mentre io scrivo, Israele sta compiendo il genocidio dei palestinesi in nome della sicurezza nazionale, e molti sposano la sua tesi.
Oggi tendiamo a concentrarci solo su alcune forme di violenza, perché sono più mediatiche o semplicemente più usate dalla politica, e finiamo per non accorgerci della terribile realtà globale in cui siamo immersi. La verità è che nel nostro mondo malato chiunque sia (o senta di essere) in una condizione di superiorità rispetto a un altro individuo tende a sopraffarlo mediante l'uso della violenza, che sia fisica, psicologica, economica, eccetera. Invece di interrogarci sulle ragioni per cui x è violento contro y, dovremmo cominciare a chiederci perché chiunque sia in condizione di farlo usi violenza per sopraffare il prossimo.
Un'altra dimostrazione del dominio della violenza nella nostra cultura è data dal confronto tra la facilità con la quale riusciamo a manifestare sentimenti di odio o rabbia e la difficoltà con la quale mostriamo amore o altri sentimenti di solidarietà. Quanto è facile mandare a fare in culo una persona che ci indispone (e che non temiamo), quanto è invece difficile dire a una persona cara che le vogliamo bene!
Nel 1975 Hannah Arendt scriveva nel suo saggio Sulla violenza: "...è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L'ultima edizione dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti". La filosofa tedesca ravvisò già allora come la violenza fosse tanto radicata nella società da passare inosservata.
A differenza del passato, oggi di violenza si parla tanto, ma ci si concentra troppo spesso solo su alcune categorie, spesso differenziate tra loro per tipologie di vittime e carnefici. Questa strategia è in realtà controproducente, infatti porta alla deumanizzazione delle vittime e dei carnefici, finendo per rendere più facile per i violenti giustificare la propria violenza e per i detrattori incitare alla vendetta.
La strada da percorrere è invece quella di stigmatizzare ogni forma di violenza che non sia legittima difesa (la VERA legittima difesa, che è diversa dalla vendetta). Solo inculcando nella mente delle persone, sin dall'infanzia, che non esiste giustificazione alcuna per la violenza, si riuscirà a sconfiggere questa piaga. Finché non si procederà in tal senso, continuando a presentare la violenza come un utile strumento per la risoluzione di alcuni problemi, come qualcosa di divertente o gratificante, non smetteremo di contare i fatti di sangue. La violenza infatti non fa altro che alimentare sé stessa generando circoli viziosi.
La cultura della violenza è il più grande tradimento perpetrato da chi detiene il potere nei confronti della gente comune. La società nasce infatti per difendere i cittadini dalla violenza, ma oggi lo stato di diritto arretra sempre di più di fronte alle sue manifestazioni.
Questo arretramento non avviene per caso; chi detiene il potere, volendo governare e non rappresentare, usa la violenza per reprimere il dissenso e assicurarsi ingiusti privilegi, non può quindi censurarla del tutto. Essendo gli organi incaricati di reprimere la violenza i primi a usarla, non sono più credibili quando cercano di censurarne le forme a loro non gradite, quindi sempre più cittadini si sentono in diritto di essere violenti. Non è un caso che nella mitologia greca Bia, che rappresenta la violenza, è sorella di Cratos, il potere, ed è sfruttata da Zeus per la conservazione del potere.
Alla luce di quanto sopra, risulta evidente come la violenza sia il fallimento della società e dell'essere umano.
Anche nel mio ultimo romanzo, Eudemonìa, affronto il tema della violenza, proprio attraverso il personaggio di Bia, che si scontra con Francesco e Dante.
Francesco Abate

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