Operette Morali è una raccolta di ventiquattro testi (prose e dialoghi) composti da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1828, durante il suo "silenzio poetico", periodo durante il quale non scrisse alcuna poesia, turbato da una profonda crisi interiore.
Scritti con un linguaggio ironico e filosofico, i testi nei personaggi attingono tanto alla mitologia quanto alla storia e presentano i temi principali della poetica leopardiana.
Il tema più presente è senza dubbio quello dell'infelicità; la vita per Leopardi è un'oscillazione tra dolore e noia, la felicità è quindi un'illusione e l'essere umano è condannato a vivere infelice. In Elogio degli uccelli, l'autore invidia l'esistenza degli uccelli, la quale è gaia e preferibile a quella infelice dell'essere umano. Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, l'autore arriva addirittura a considerare il suicidio come una scelta legittima dell'essere umano, che può usarlo come fuga dalla condanna che è costretto a scontare sulla Terra.
Nelle Operette Morali viene poi criticato aspramente l'antropocentrismo, cioè la concezione dell'essere umano come centro dell'universo, la Natura è considerata come indifferente alle sorti dell'uomo e per questo l'uomo di cultura, che comprende questa scomoda verità, vede accresciuta la propria infelicità. Ne Il Copernico, Leopardi sottolinea come la teoria eliocentrica metta in crisi l'idea dell'uomo come centro della creazione, causando una potente scossa tellurica capace di mandare in rovina le credenze religiose e l'ipocrisia della società moderna, le quali credono e si fondano sulla supposta superiorità dell'uomo sul resto del creato. Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, l'autore mostra come l'eventuale sparizione del genere umano non altererebbe in alcun modo l'andamento dell'universo, riducendo quindi l'uomo ad una porzione infinitesimale del cosmo, privandolo della posizione privilegiata datagli dalle credenze filosofiche e religiose.
Il Dialogo di Tristano e di un amico è uno dei testi più interessanti dell'opera, e forse anche il punto più estremo del pessimismo leopardiano. In questo dialogo Tristano dapprima sembra rinnegare le idee leopardiane sull'infelicità dell'uomo, dando partita vinta alla società moderna e al suo ottimismo, salvo poi rivelare come tale svolta non sia da lui davvero sentita e arrivare ad ammettere di desiderare la morte più di ogni altra cosa; il protagonista augura all'umanità di veder compiute le proprie speranze, ma mostra di non sentire in sé questo ottimismo e dichiara che alla gloria di un Cesare o di un Alessandro Magno preferirebbe una rapida morte. Il desiderio di morte espresso da Tristano si collega al proposito suicida di Porfirio nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove Leopardi legittima il suicidio come fuga da un'esistenza insopportabilmente infelice.
Come è facile immaginare, l'opera subì delle censure e fu inclusa dalla Chiesa nell'Indice dei Libri Proibiti. In un'epoca in cui la società sembrava avviata verso un progresso rapido e inesorabile, in cui importanti fermenti sociali e filosofici alimentavano grandi speranze nel futuro, un'opera che con crudezza rivelava come l'uomo non fosse il perno principale dell'universo non poteva certo essere ben accolta.
Francesco Abate
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