Fedro è un'opera scritta dal filosofo greco Platone nel 370 a.C.
Nel Fedro, Platone usa l'espediente di un dialogo tra Socrate e Fedro sull'amore per descrivere l'anima umana e analizzare la retorica.
L'anima è descritta come un carro alato guidato da un auriga e condotto da due cavalli: uno bianco, che tende verso l'alto, e uno nero, che tira verso il basso. L'auriga è la ragione, alla quale tocca gestire l'anima irascibile (volontà e coraggio, il cavallo bianco) e quella concupiscibile (i desideri intensi, il cavallo nero). Il cavallo bianco tende ad elevare l'anima, quello nero invece a degradarla, e l'auriga deve governarli affinché l'uomo possa ascendere ad un livello superiore, così da giungere alla fine alla contemplazione della verità. Il mito del carro serve a Platone per spiegare com'è fatta l'anima, ma anche per chiarire i ruoli che hanno ragione e passioni; a differenza di altri filosofi, come gli stoici, per Platone le passioni sono necessarie affinché l'anima possa compiere la sua ascesa alla verità, però devono essere mediate dalla ragione.
Il Fedro non tratta solo dell'anima umana, ma all'ultimo discorso di Socrate affida anche una definizione della retorica, la quale deve essere finalizzata alla conoscenza della verità, guidare verso la scoperta del mondo delle Idee, e non deve curarsi solo della propria efficacia persuasiva. Alla conoscenza della verità la retorica deve giungere per disgiunzioni e separazioni: deve separare ogni elemento nelle sue parti costitutive per poi individuare quali siano le idee connesse con la materia, ripercorrendo le relazioni tra le idee stesse fino a concepire la struttura dell'Uno.
Platone in quest'opera spiega come la comunicazione orale sia da preferire per innalzare l'anima verso la vera conoscenza, mentre la parola scritta rimane fissata in una perenne immobilità.
Francesco Abate

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