venerdì 2 dicembre 2016

RECENSIONE DE LA LUNA E I FALO' DI CESARE PAVESE


Scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima che il suo autore si togliesse la vita, La Luna e i falò è un romanzo di grandissima importanza storico-culturale. Scritto pochi anni dopo la fine della guerra, mostra il bisogno degli italiani di tornare alla normalità dopo gli sconvolgimenti e i drammi generati dal conflitto, evidenziando la vocazione contadina propria del nostro paese.
Un elemento ricorrente nel romanzo è quello del falò. Ne vediamo nelle pagine iniziali nella loro forma propiziatoria e festiva, poi con lo scorrere della vicenda vediamo il loro volto distruttivo con l'incendio della casa del Valino e l'incenerimento del corpo di Santa.

Protagonista del romanzo è Anguilla che, dopo aver vissuto per anni prima negli Stati Uniti e poi a Genova, dopo aver quindi girato il mondo, sente il bisogno di tornare nei luoghi in cui è cresciuto, le Langhe piemontesi. Attraverso gli occhi del protagonista e i suoi dialoghi con l'amico Nuto, veniamo a conoscenza di tutto ciò che è capitato non solo ad Anguilla, ma a tutti i personaggi che animarono i luoghi in cui visse in gioventù. Conosciamo e vediamo la vicenda di Valino attraverso l'esperienza diretta di Anguilla, allo stesso tempo vengono rievocate le storie di tante persone che conobbe in gioventù. 
In questo romanzo Pavese ci mostra il peso che le radici hanno nella vita di una persona. Tale tema si evidenzia nel confronto tra Anguilla e il suo vecchio amico Nuto. Uno è fuggito da quella vita ed ha girato il mondo, l'altro è un idealista che odia l'arretratezza culturale del luogo e la vive con disagio. Anguilla finisce per tornare nei luoghi da cui è fuggito, Nuto invece non li abbandona mai. Entrambi sentono, o hanno sentito, il bisogno di andare via senza riuscire a farlo.

Pavese con La Luna e i falò rievoca lo scorrere lento della vita in campagna. Il protagonista ritorna nelle Langhe, dove è cresciuto, e si confronta con un tipo di esistenza ormai lontana e dimenticata, molto diversa da quella americana e genovese. 
Sebbene Anguilla ricordi con nostalgia i suoi trascorsi contadini, la vita in campagna non è per niente idealizzata e viene mostrata in tutta la sua drammaticità. Attraverso l'esperienza del Valino, il cui epilogo è scoperto dal protagonista grazie a Cinto, il lettore può assistere al dramma della povertà, della mancanza di prospettive e delle violenze in famiglia. 
Arriva poi la guerra a scombussolare tutto, la vita cambia radicalmente, ma i drammi non cessano, cambiano solo forma. Questo lo vediamo in particolar modo attraverso il racconto finale di Nuto, che racconta il tragico epilogo della vita di Santa, la terza figlia di colui che fu il padrone del giovane Anguilla, il sor Matteo.

Non mancano nel romanzo i contenuti politici, anche se sono fortemente limitati. Anguilla non ha una vera e propria idea politica, Nuto invece è un comunista convinto. Un evento in cui poi è reso il clima politico degli anni '50 è il funerale dei due repubblichini ritrovati morti dopo anni dalla fine della guerra: a loro il prete riconosce funerali solenni, parlando contro i partigiani e contro i comunisti in generale. 

Particolare è lo stile narrativo adottato dall'autore. Il protagonista narra i fatti in prima persona e senza una continuità temporale, salta di continuo tra il presente e il passato ed ogni capitolo può essere quasi visto come una storia a sé. Così facendo, Pavese ci porta a vivere direttamente l'esperienza del viaggiatore che torna dopo decenni nella terra natìa, con lo sguardo che si posa ovunque e non vede soltanto ciò che è adesso, ma anche ciò che fu e ciò che vi avvenne. Anche il linguaggio usato per la narrazione è funzionale a tale scopo, sono usati prevalentemente termini propri della comunicazione verbale, senza però mai ricorrere al dialetto. Leggere La Luna e i falò è in pratica come sedersi in poltrona e parlare con un uomo tornato alle Langhe dopo tanto tempo.

Francesco Abate


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