domenica 19 novembre 2017

COMMENTO AL CANTO V DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Nei primi versi del canto V, in cui Dante scende dal primo al secondo cerchio, ci viene spiegata una caratteristica importante dell'Inferno. Il regno di Lucifero è a forma di imbuto, cioè si stringe man mano che si procede verso il basso, ed è diviso in cerchi. Il secondo cerchio è quindi meno ampio del primo, ma la pena che lo abita è maggiore. I dannati sono indirizzati al cerchio dove è punito il peccato che li ha allontanati dalla grazia di Dio, più in basso nell'Inferno sono destinati e più è grave la colpa che li ha perduti, quindi più è terribile la pena che patiranno per l'eternità. A destinare le anime al cerchio corrispondente la loro pena c'è Minosse, che "essamina le colpe ne l'intrata" e attorciglia la coda intorno al proprio corpo. Il numero di cerchi formati dalla coda del giudice infernale corrisponde al numero del cerchio a cui è destinata l'anima dannata. Dante lo vede e lo spiega chiaramente: "Dico che quando l'anima mal nata / li vien dinanzi, tutta si confessa; / e quel conoscitor de la peccata / vede qual loco d'inferno è da essa; / cignesi con la coda tante volte / quantunque gradi vuol che giù sia messa". Notata la presenza di un uomo ancora in vita, Minosse si rivolge minaccioso a Dante, dapprima cerca di minare la sua fiducia nei confronti di Virgilio ("guarda com'entri e di cui tu ti fide"), poi lo invita a non farsi incoraggiare dall'ampiezza dell'ingresso che conduce all'Inferno. L'ingresso dell'Inferno è infatti comodo, ma conduce all'eterna perdizione, ad una condizione che l'essere umano dovrebbe fuggire ad ogni costo. Virgilio non si lascia intimorire e risponde perentoriamente a Minosse, sfidandone apertamente l'autorità prima chiedendogli perché gridi, poi spiegandogli che "vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole", cioè che Dante è lì per volontà dell'onnipotente, infine gli ordina di non fare più domande. Il giudice infernale, colui che decide la sorte delle anime senza alcuna possibilità d'appello, viene zittito in modo perentorio. 
Superata l'opposizione di Minosse, Dante si trova in un luogo dove le anime sono in balìa di un violento uragano e volano trasportate dal vento. Ad essere puniti in tal modo sono i lussuriosi, in questo canto vediamo un contrappasso per analogia: così come in vita si abbandonarono al vento della passione, per l'eternità sono travolti dal vento infernale. Per descrivere la situazione dei lussuriosi e il gran numero di anime perse nel vento, Dante li paragona agli storni che volano in numerosi branchi nel vento invernale: "E come li stornei ne portan l'ali / nel freddo tempo, a schiera larga e piena, / così quel fiato li spiriti mali / di qua, di là, di giù, di sù li mena". Anche per descrivere i lamenti del gruppo di lussuriosi che gli si avvicinano, Dante si affida ad un paragone ornitologico, i loro lamenti infatti assomigliano al canto delle gru in volo. Dante chiede alla sua guida chi siano le anime che si sono approssimate, Virgilio gliele indica. La prima anima è Semiramide, regina degli Assiri, che per giustificare agli occhi dei sudditi la sua vita licenziosa promulgò una legge che permetteva ai sudditi di comportarsi allo stesso modo ("A vizio di lussuria fu sì rotta, / che libito fé licito in sua legge"). La seconda anima è quella di Didone, mitica regina di Cartagine, che in vita aveva promesso di restare vedova fedele al marito Sicheo, promessa che ruppe quando si innamorò e si concesse ad Enea. La terza è Cleopatra, regina d'Egitto che sedusse Cesare e Marco Aurelio. Ci sono poi Elena di Troia, Achille, Paride e Tristano. Le anime elencate da Virgilio non sono accomunate solo dal peccato di lussuria, si tratta infatti di personaggi che per amore sono morti in modo violento, per mano propria o altrui.
Finito l'elenco di Virgilio, Dante nota due anime "che 'nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggieri" e chiede al suo maestro di poter parlare con loro. Virgilio gli dice che potrà farlo non appena saranno vicine. Le due anime in questione sono quelle di Francesca e Paolo. La prima a parlare è la donna, che rivolgendosi al poeta mostra subito una grande dolcezza e sensibilità, dicendogli che pregherebbe per lui che di loro mostra pietà, se solo Dio fosse "amico". Essendo dannati, essi non possono pregare, quindi le parole di Francesca mostrano tanto l'apprezzamento per la pietà di Dante quanto l'angoscia di non essere nelle grazie di Dio. Dopo aver spiegato le sue origini, in modo da sottolineare il rimpianto per non godere più della vista di quei luoghi, la donna si abbandona ad un discorso dolcissimo, sottolineato dai versi di Dante che qui, a mio parere, vanno per forza riportati interamente:
"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense."
Nei versi di Francesca da Rimini notiamo che non c'è rancore nei confronti di Paolo, il suo amante, colui che ha fatto nascere in lei la passione che l'ha perduta. Francesca parla dell'amore come fosse un'entità animata, che compie delle azioni e ha una volontà. L'amore, che si sviluppa nel cuore gentile (è quindi una qualità positiva, nonostante li abbia perduti), si impossessò di Paolo che fu ucciso. Francesca si innamorò a sua volta di Paolo, perché l'Amore non consente a chi è amato di non amare, e sottolinea come sia tutt'ora innamorata di lui. Essi sono quindi vittime dell'Amore, non colpevoli, e la morte non ha spento il loro sentimento. Il discorso si conclude con una sentenza: Gianciotto, marito di Francesca, colui che uccise lei e il suo amante, è atteso laddove si punisce chi ha versato il sangue dei congiunti. Le ultime parole possono sembrare un'invettiva, ma allo stesso tempo potrebbero essere una semplice constatazione. A mio parere sono valide entrambe le tesi, infatti la dolcezza del personaggio stona con l'auspicio di un'eterna pena per il suo assassino, allo stesso tempo però all'Inferno i dannati (lo vedremo anche in seguito) spesso si consolano sperando che tocchi qualcosa di peggio ad un loro nemico. 
Sentito il discorso della donna, Dante rimane pensieroso. Il poeta si chiede infatti come si sia scatenato l'amore tanto forte da perdere per sempre due anime tanto dolci. Francesca, dopo aver detto che non c'è niente di peggio che ricordare i tempi felici nel momento di miseria, racconta la sua storia. Stavano leggendo un libro che narrava della passione di Lancillotto per la regina Ginevra, erano soli ma nelle loro intenzioni non c'era nulla di malvagio, semplicemente leggevano insieme. Quando arrivarono al punto in cui Lancillotto bacia Ginevra, Paolo fu vinto dal trasporto amoroso e le baciò la bocca. Anche la narrazione della vicenda fornisce molti spunti. Come si vede, anche il libro che Paolo e Francesca stavano leggendo, e che favorì il loro sentimento, narrava della lussuria (Lancillotto amava Ginevra, moglie di re Artù) e la faceva trionfare. Secondo i critici, si fa riferimento ad un testo molto diffuso all'epoca di Dante e proibito con una Bolla di Innocenzo III. In questo caso vediamo quindi la cattiva cultura come veicolo che porta alla perdizione, e Francesca stessa esclama "Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse". Il canto si conclude con la descrizione di ciò che il poeta vede. Mentre Francesca parla, Paolo piange e tace. Tanto è triste la scena che Dante sviene.

Francesco Abate

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