giovedì 24 ottobre 2019

COMMENTO AL CANTO XVI DELLA "DIVINA COMMEDIA - PARADISO"

O poca nostra nobiltà di sangue,
se gloriar di te la gente fai
qua giù dove l'affetto nostro langue,
mirabil cosa non mi sarà mai;
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
Il canto XVI del Paradiso si apre con l'autore che esprime la propria gioia nell'aver appreso della nobiltà della propria famiglia; se ne gloria lui nel cielo, dove l'amore non è mai distolto dalle reali virtù (dove appetito non si torce), quindi non c'è da stupirsi se sulla Terra (dove l'affetto nostro langue) è giudicata una cosa così importante. La nobiltà di sangue è paragonabile a un mantello che si accorcia rapidamente, scrive ancora il poeta, perciò bisogna accrescerla di giorno in giorno con le opere, altrimenti il tempo taglierà via tutto con la propria forbice ("Ben se' tu manto che tosto raccorce; / sì che, se non s'appon di die in die, / lo tempo va dintorno con le force"). 
Dante si rivolge nuovamente a Cacciaguida, stavolta dandogli del "voi" e non del "tu", sia perché ne riconosce la nobiltà di cavaliere crociato sia perché ora sa di rivolgersi a un suo antenato; quella del "voi", commenta il poeta, è un'usanza che nacque a Roma (secondo la tradizione, fu usato per la prima volta per salutare Giulio Cesare vincitore) e che ora gli italiani stanno perdendo (in che la sua famiglia men persevera). Beatrice, sentendo quel mutamento di tono, sorride benevolmente mentre se ne sta in disparte, richiamando alla mente del poeta la dama di Malohaut, la quale assistette al primo incontro compromettente (al primo fallo scritto - cioè a quello che secondo gli scritti fu il primo incontro tra due innamorati) tra Lancillotto e Ginevra e tossì per far capire al cavaliere che ne aveva compreso le intenzioni. Al suo antenato, le cui parole lo hanno riempito di grande gioia, chiede prima notizie della vita, poi il racconto di com'era Firenze allora e di quali erano le famiglie più nobili. Accennando a Firenze, Dante parla di ovil di San Giovanni, questo perché si narra che nella Firenze ricostruita fu il primo ovile la porta del Duomo, inoltre san Giovanni è il santo protettore della città.
Sentita la richiesta del discendente, Cacciaguida si illumina come i carboni ardenti da cui divampa la fiamma quando si alza un po' di vento; diventa più bello e parla con voce più soave, pur non esprimendosi nel volgare fiorentino moderno (ma non con questa moderna favella). 
L'avo di Dante parte dal racconto della sua vita. Dal giorno dell'Annunciazione, quando l'arcangelo Gabriele disse "Ave" a Maria, al giorno in cui sua madre (ora santa) lo mise al mondo, Marte (questo foco) tornò nella costellazione del Leone cinquecentottanta volte (al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi). Per dedurre la data di nascita di Cacciaguida, dobbiamo tener conto che tradizionalmente all'epoca si riteneva il 25 marzo come giorno dell'Annunciazione, inoltre Marte compie il suo moto di rivoluzione in 686,94 giorni; l'avo di Dante era perciò nato, stando a questi versi, il 25 marzo del 1091. Racconta poi che i suoi antenati e lui nacquero nel luogo (Sesto di porta San Pietro) dove chi corre il palio incontra per primo l'ultimo Sesto; dei suoi antenati è sufficiente sapere questo, cioè che furono abitanti dell'antica Firenze ("basti de' miei maggiori udirne questo; / chi ei si fosser e onde venner quivi, / più è tacer che ragionare onesto"). 
Cacciaguida spiega che all'epoca i cittadini adatti a portare le armi residenti tra il Ponte Vecchio, dove sorgeva una statua di Marte, e il battistero di San Giovanni, quindi entro i confini della Firenze di allora, erano un quinto di quelli attuali; era però una cittadinanza di fiorentini puri, non mischiati con abitanti di Campi Bisenzio, Certaldo e Figline. Sarebbe stato meglio che quei fiorentini fossero rimasti entro i confini ristretti dell'epoca (Galluzzo e Trespiano erano due villaggi nei pressi di Firenze), invece di dover sopportare la vergogna di Baldo d'Aguglione e di Fazio dei Morubaldini da Signa, che ha già l'occhio pronto per barattare. Circa la figura di Baldo, è importante spendere due parole: fu un uomo politico fiorentino condannato a un anno di confinio per falso in atto pubblico; dopo la condanna tornò a condurre un'attiva vita politica, abbandonò i Guelfi bianchi alla venuta di Carlo di Valois e, quando con una riforma approvò una lista di esiliati a cui era concesso il rientro in città, ne escluse Dante. Cacciaguida continua dicendo che se la Chiesa, colei che più spesso di tutti devia dal bene (la gente ch'al mondo più traligna) non si fosse opposta all'impero, ma si fosse comportata nei suoi confronti come una madre amorevole, certi nuovi fiorentini che eccellono nel cambiare valute e nel mercanteggiare sarebbero rimasti a Simifonti, dove i loro antenati chiedevano l'elemosina; il riferimento in questo caso è alla distruzione del castello feudale di Simifonti del 1202, dovuta secondo Dante alla politica ecclesiastica, che portò gli abitanti di quella località a riversarsi in Firenze e diventare lì mercanti (alcuni pensano anche a un riferimento alla famiglia dei Velluti, cambiatori di valuta). Sempre se la Chiesa avesse lasciato agire correttamente l'impero, il castello di Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi, la famiglia dei Cerchi sarebbe ancora nella Pieve (nel piover) di Acone, e forse i Buondelmonte sarebbero ancora nel castello di Montebuoni in Val di Grieve. La mescolanza delle genti fu sempre causa dei mali di una città, così come altro cibo disturba lo stomaco che sta già digerendo; un toro cieco (simbolo della forza di una popolazione avida) inciampa e cade più spesso di un agnello cieco (simbolo di una popolazione umile), e una sola spada (simbolo di un'unica gente) spesso taglia meglio di cinque spade (la Firenze quintuplicata dei tempi moderni). 
Cacciaguida porta l'esempio di alcune città: se Dante considera come sono andate in rovina Luni e Ubisaglia, e come stanno crollando adesso Chiusi e Senigallia, non gli sembrerà di vedere nulla di nuovo visto che tutte le città hanno una fine; tutte le cose umane hanno un termine, così come la vita umana, ma per alcune ce ne dimentichiamo perché durano molto più della vita di un uomo ("Le vostre cose tutte hanno lor morte, / sì come voi; ma celasi in alcuna / che dura molto, e le vite son corte"). La Provvidenza cambia Firenze come il sole e la luna alzano o abbassano le acque dei mari, perciò il poeta non deve meravigliarsi che le famiglie illustri di cui parlerà siano ormai decadute e dimenticate. A questo punto Cacciaguida elenca le famiglie illustri che conobbe ai suoi tempi: gli Ughi, i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni, gli Alberighi (che erano importanti anche se già in decadenza), i Sannella, i Dell'Arca, i Soldanieri, gli Ardinghi e i Bostichi. Alla porta di San Pietro, dove ora sono i Cerchi, gente faziosa e traditrice che caricherà Firenze di un peso così grave da farla affondare, c'erano i Ravignani, da cui è disceso il conte Guido Guerra e tutti coloro che hanno preso il nome da Bellincione Berti. La famiglia della Pressa sapeva già come si deve governare; mentre la famiglia Galigai aveva in casa l'elsa e l'impugnatura della spada dorata, era cioè composta da cavalieri. Era già grande lo stemma dei Pigli (la colonna del Vaio), i Sacchetti, i Giuochi, i Fifanti, i Barucci, i Galli e i Chiaramontesi, che ancora si vergognano per la truffa dello staio (tolsero una doga allo staio, frodando la gente con false misurazioni). Il ceppo da cui nacquero i Donati (i Calfucci) era già grande, i Sizi e gli Arrigucci accedevano già alle cariche politiche. Erano grandi, ricorda con nostalgia, gli Uberti (quel che son disfatti per lor superbia) e i Lamberti, il cui stemma raffigurante palle d'oro su sfondo azzurro compariva in tutte le grandi imprese della città. Così facevano gli antenati di coloro (i Tosinghi e i Tosa) che ora approfittano della sede vescovile vacante per accaparrarsi nuovi diritti. Gli arroganti Adimari (L'oltracotata schiatta), che si accaniscono come draghi contro chi fugge e diventano agnelli nei confronti di chi mostra la forza ('l dente) o il denaro (la borsa), erano già potenti ma avevano umili origini; infatti Ubertino Donati non fu contento quando il suocero (Bellincione Berti) li imparentò a lui. I Caponsacchi erano già scesi da Fiesole e vivevano a Mercato Vecchio; i Giudi e gli Infangati erano già buoni cittadini. Cacciaguida dice poi una cosa vera, seppur incredibile: nelle mura della città antica (picciol cerchio) si entrava attraverso una porta intitolata alla famiglia della Pera (questo dà l'idea del prestigio della famiglia in questione); secondo un'antica tradizione fiorentina, questa famiglia fu antenata dei celeberrimi Peruzzi, ma non tutti i commentatori della Commedia sono concordi. Le famiglie che portano nell'insegna lo stemma del marchese Ugo di Brandeburgo (gran barone), per cui è celebrata ogni anno una messa in suffragio nel giorno di san Tommaso (21 dicembre, giorno in cui morì nel 1001), da lui ricevettero la carica di cavaliere (milizia e privilegio); anche se ora accade che uno di loro, Giano della Bella, si schieri dalla parte del popolo contro i Grandi. Già c'erano i Gualterotti e gli Importuni, e Borgo Santi Apostoli sarebbe un posto più tranquillo se non avesse acquistato nuovi vicini. La casata degli Amidei, che uccidendo Buondelmonte per punirlo di aver abbandonato la promessa sposa diede inizio ai travagli di Firenze, era onorata insieme ai suoi consorti: quanto male fece Buondelmonte a rinunciare alle nozze prefissate per prendere in sposa Gualdrada Donati (importante questo passaggio: la colpa fu sua, che offese gravemente un'innocente, e meno di chi lo uccise per vendicare l'offesa). Molti sarebbero felici, dice Cacciaguida, se il giorno del suo primo ingresso a Firenze Dio l'avesse fatto affogare nel fiume Ema. Conclude constatando che era destino che Firenze immolasse una vittima ai piedi della statua di Marte al termine della sua vita di pace.
Il lungo discorso sulla gloria passata delle genti di Firenze viene concluso con un rimpianto: lui vide Firenze in una pace tale da far mancare ragioni di pianto o di lutto, con quelle famiglie il giglio bianco in campo rosso non fu mai messo sull'asta rovesciata (come fecero i senesi per dileggio) e non fu mai invertito nei colori (come fecero i guelfi nel 1215). 

Francesco Abate  

Nessun commento:

Posta un commento

La discussione è crescita. Se ti va, puoi lasciare un commento al post. Grazie.