domenica 22 aprile 2018

COMMENTO AL CANTO XXIV DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

In quella parte del giovanetto anno
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
quando la brina in su la terra assempra
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
in poco d'ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Il canto XXIV inizia con versi che richiamano un'immagine di vita campagnola. Nel periodo tra gennaio e febbraio, quando il sole è nella costellazione dell'Acquario e le notti durano circa metà del giorno (quando ci si avvicina quindi all'equinozio di primavera), il povero pastore si sveglia e vede la campagna imbiancata. Ovviamente se ne duole e si lamenta, convinto che si sia posata la neve che gli impedirà di far pascolare le bestie, ma per sua fortuna è solo brina che viene rapidamente sciolta dai raggi solari. Il pastore si lamenta in casa, poi esce di nuovo fuori e riacquista la speranza, vedendo che la brina si sta sciogliendo, quindi prende la verga (il vincastro) e porta il gregge a pascolare. Dante introduce questa immagine per mostrarci la reazione di Virgilio davanti all'inganno di Malacoda: il maestro prima resta turbato, poi non appena vede le rovine e assume l'espressione di chi è sereno perché ha trovato una soluzione. Dopo aver ben valutato la situazione, Virgilio prende in braccio Dante e lo spinge, aiutandolo a iniziare la risalita delle rovine. I due risalgono, con la guida sempre pronta ad avvisare l'allievo della sporgenza successiva a cui aggrapparsi, dandogli la sicurezza di chi vede che ogni azione è accompagnata da una riflessione, non è avventata. Virgilio, ogni volta che aiuta Dante ad aggrapparsi a una sporgenza, subito gli indica la successiva e gli consiglia di saggiarne prima la resistenza ("E come quei ch'adopera ed estima, / che sempre par che 'nnanzi si proveggia, / così, levando me sù ver' la cima / d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia / dicendo: << Sovra quella poi t'aggrappa; / ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia >>"). "Non era via da vestito di cappa", dichiara l'autore, intendendo che la salita non è adatta a vestiti lunghi, che facilmente si potrebbero impigliare nelle sporgenze. La risalita è difficoltosa, di sicuro Dante non potrebbe farcela se l'argine fosse alto quanto quello precedente, ma Malebolge scende verso il pozzo centrale, quindi questo su cui sta salendo è più basso. Arrivati in cima, è esausto e si siede. La sua guida però lo rimprovera aspramente, usando un tono elevato che trasforma il semplice rimbrotto in una vera e propria lezione morale. Virgilio gli dice che non deve abbandonarsi alla pigrizia, alla fama infatti non si arriva poltrendo seduti o distesi sotto le coperte, e senza la fama non si lascia alcun segno sulla Terra dopo la morte, sparendo come il fumo nell'aria o la schiuma nell'acqua ("<< Ormai convien che tu così ti spoltre >>, / disse 'l maestro; << ché, seggendo in piuma, / in fama non si vien, né sotto coltre; / sanza la qual chi sua vita consuma, / cotal vestigio in terra di sé lascia, / qual fummo in aere ed in acqua la schiuma"). La guida conclude il suo discorso esortandolo a rialzarsi, ricordandogli che non gli basta andar via dall'Inferno, che dovrà sostenere una salita ben più lunga (allude alla montagna del Purgatorio). Dante si alza, mostrando un'energia maggiore di quella che effettivamente ha ("mostrandomi fornito meglio di lena ch'i' non mi sentia") e dichiarandosi pronto a sostenere il resto del viaggio. Riprendono il cammino sullo scoglio che sovrasta la bolgia, che è ricco di sporgenze, stretto e dissestato, più scomodo di quelli percorsi fino a questo momento. Il poeta parla mentre cammina per sembrare meno debole e timido. Una voce si leva dal fondo della bolgia, non formando però nessuna parola. Dante non capisce cosa dica la voce, gli sembra però che chi parla sia intento a muoversi. Guarda in basso, ma non vede nulla a causa dell'oscurità, quindi chiede al maestro di raggiungere l'altra sommità per poi scendere nella bolgia, così da poter vedere e capire ciò che sta sentendo. Virgilio acconsente, dice che alla domanda giusta bisogna rispondere con l'azione, senza parlare. I due raggiungono l'altra sommità e scendono nella bolgia, qui Dante vede che il fondo è pieno di serpenti, tanto diversi tra loro da fargli ancora gelare il sangue. Tutti i serpenti della Libia (che godeva della fama di avere la varietà più terribile di serpenti velenosi), dell'Etiopia e del nord Africa insieme non possono competere con quelli che il poeta vede sul fondo della bolgia. Tra le serpi corrono i dannati, nudi e spaventati, privi della speranza di potersi riparare in un pertugio o di poter fuggire grazie all'elitropia (pietra che si credeva rendesse invisibili). I dannati hanno le mani legate dietro la schiena dai serpenti, inoltre i rettili si infilano interamente dietro la loro schiena e gli si arrampicano anche sulla parte anteriore del corpo. Questa è la settima bolgia e qui sono puniti i ladri. La presenza dei serpenti e la loro capacità di penetrare ovunque è metafora del ladro, così come nella pena è evidente il contrappasso: i ladri in vita furono  esseri infidi capaci di infilarsi ovunque per rubare, così adesso soffrono a causa di rettili in grado di infilarsi dappertutto. 
Alla base dell'argine, i poeti vedono un dannato venir trafitto da un serpente alla base del collo. Il ladro non fa in tempo a emettere un suono, subito inizia ad ardere e finisce ridotto in cenere. Le ceneri del malcapitato si raccolgono e in un momento si riforma di nuovo il dannato nella sua interezza. Dante paragona questa visione al mito della fenice, secondo il quale l'uccello raccoglie nardo e mirra, esponendole al sole e posandosi in mezzo, così queste prendono fuoco e l'animale con esse arde, per poi risorgere dalle ceneri. Il poeta paragona poi il modo in cui il dannato si rialza a quello dell'epilettico dopo una crisi, che si guarda intorno, stordito e spossato. Riguardo all'epilessia, per capire il passaggio è necessario sapere che all'epoca si credeva potesse essere causata o da un demone o dall'ostruzione delle vene. La descrizione della scena termina con una riflessione sulla potenza di Dio. Il passaggio intero merita di essere letto integralmente:
Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle s'annoda.
Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com'el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e 'n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch'a terra li tira,
o d'altra oppilazion che lega l'omo,
quando si leva, che 'ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era 'l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant'è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
Virgilio chiede al dannato appena riformatosi dalle ceneri chi sia, questo risponde che viene dalla Toscana e non è morto da molto tempo, fu Vanni Fucci e visse non come umano ma come bestia, infine dichiara che Pistoia fu la sua degna tana. Nel suo discorso, Vanni Fucci accusa prima i genitori, dichiarandosi bastardo ("sì come a mul ch'i' fui"), poi la città in cui visse, cercando quindi di scaricare le sue colpe sulla famiglia e sull'ambiente in cui visse. Il personaggio è Giovanni, figlio illegittimo di Guelfuccio di Gerardetto dei Lazzàri, personaggio particolarmente violento (uccise il pratese Marcovaldino di Jacopo e percosse a sangue il priore di San Lorenzo a Montalbiolo, Gaudino) e autore di diversi furti, tra cui quello nella sagrestia della Chiesa di Santa Maria a Bonistallo e quello nella sagrestia di San Jacopo a Pistoia. Dante, che in vita conobbe Vanni Fucci forse nel 1292, durante l'assedio di Caprona, chiede a Virgilio di domandargli come mai si trovi condannato tra i ladri, dato che lui l'ha conosciuto solo come violento. Vanni sente le parole di Dante e si indispettisce, dichiara che gli fa male essere visto in tale miseria, che considera più infamante della morte sulla forca che gli spettò nel mondo dei vivi. Il dannato spiega di aver rubato nelle sagrestie e per questo si trova nella bolgia, poi però pensa alla sua vendetta e, perché Dante non goda nel vederlo in quelle condizioni, gli predice la sconfitta dei guelfi Bianchi nell'agro pistoiese, evento che colpirà tutti i guelfi Bianchi sia di Pistoia che di Firenze (quindi anche Dante). Vanni Fucci conclude dicendo di aver rivelato questi eventi futuri per dare un dolore a Dante. La predizione di Vanni Fucci è scritta con versi in cui abbondano metafore:
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch'è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetuosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond'ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.
Nel maggio 1301 ci sarà la cacciata dei Neri da Pistoia. Nel novembre dello stesso anno Carlo di Valois rientrerà a Firenze e con lui i Neri, cacciando i Bianchi dalla città ("Fiorenza rinova gente e modi "). Marte, divinità avversa a Firenze, trarrà dalla Val di Magra un fumo torbido e oscuro che verrà combattuto sopra Campo Piceno, ma spazzerà via la nebbia in modo tale che ogni Bianco ne sarà ferito. Il riferimento alla Val di Magra allude chiaramente al Marchese Moroello Malaspina, signore di Val di Magra, quello a Campo Piceno invece riprende Sallustio, il quale scrisse della fine di Catilina nell'Ager Picernus, luogo identificato per errore ai tempi di Dante nelle vicinanze di Pistoia. Vanni predice quindi la sconfitta dei Bianchi a Pistoia nel settembre 1306 e la presa del castello di Serravalle del 1302, due eventi che ebbero pesanti conseguenze anche per i Guelfi Bianchi fiorentini. I Guelfi Neri, guidati da Malaspina, sono rappresentati dal fumo torbido della battaglia e del fuoco, direttamente generato da Marte, mentre i Guelfi Bianchi sono la nebbia che sarà spezzata.

Francesco Abate

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