domenica 8 aprile 2018

RECENSIONE DE "LE INTERMITTENZE DELLA MORTE" DI JOSE' SARAMAGO

Immaginare un mondo senza la morte ci porta sempre a evocare situazioni positive. La morte spaventa tutti e, chi in un modo e chi in un altro, tutti ambiamo all'eternità. La questione non è però così semplice. 

José Saramago, come nella maggior parte delle sue opere, parte creando una situazione inverosimile e la sviluppa in un romanzo. Ne Le Intermittenze della Morte, Saramago ci descrive le vicende di un paese immaginario dove d'improvviso la morte, volutamente indicata con la minuscola perché differente dalla Morte assoluta, la fine di tutte le cose, cessa di compiere la sua opera.
La trama è riassumibile in poche righe. D'improvviso la morte cessa di fare il suo lavoro, per ben sette mesi in un paese immaginario non muore nessuno. Passati i sette mesi, la morte annuncia con una lettera che tornerà a svolgere il proprio compito, solo che a differenza del passato non colpirà più d'improvviso, ognuno riceverà un avviso otto giorni prima e avrà il tempo di prepararsi come meglio crede. La lettera destinata a un violoncellista però viene rispedita al mittente e la morte è costretta a intervenire di persona per ovviare all'inconveniente, ma la situazione porta a un finale imprevisto.
Benché la trama sia semplice, nel romanzo non mancano i contenuti. L'opera si può dividere in due parti: la prima tratta del periodo in cui la morte smette di lavorare, la seconda invece dell'inconveniente del violoncellista a cui non arriva mai la lettera. 
Nella prima parte l'autore descrive il caos che regnerebbe in un mondo senza la morte. Come dicevo all'inizio, a tutti piace immaginare un mondo senza la morte, eppure Saramago ci mostra una realtà tutt'altro che piacevole. Senza i decessi, diverse categorie professionali (pompe funebri, assicurazioni sulla vita, case di riposo) vanno in crisi, così come si inceppano sistema sanitario e previdenziale. Anche le vite subiscono un cambiamento in peggio, infatti numerose famiglie si trovano ad accudire per l'eternità anziani malati che non muoiono mai. A livello socio-economico sarebbe un disastro, ma verrebbe fuori anche il peggio che c'è nell'animo delle persone. Saramago ci mostra infatti come a un certo punto i vecchi moribondi immortali diventino un peso per i sani, tanto da creare un flusso di viaggi della morte verso i paesi confinanti. Insomma, l'autore ci mostra come l'essere umano sia inadeguato all'eternità e come questa tirerebbe fuori solo il peggio di noi. C'è poi spazio nella prima parte del romanzo anche per una critica alla politica e alla chiesa cattolica. I politici nel romanzo sono mostrati come personaggi cinici, concentrati solo sulla tenuta delle istituzioni e incuranti della componente umana che sta dietro i numeri che gestiscono, non esitano a sfruttare l'operato illegale della maphia (nel romanzo la criminalità organizzata è chiamata così) pur di evitare il collasso delle istituzioni. Per quanto riguarda la chiesa, una volta che vede messo in discussione il suo valore, perché senza morte non c'è Resurrezione, smette di concentrarsi sulla ricerca della verità spirituale e prova solo a costruire tesi che possano interpretare la realtà in modo da garantirle la sopravvivenza.  
La seconda parte invece si concentra sulla storia della morte e del violoncellista a cui non arriva mai la lettera. Attraverso la storia del violoncellista, Saramago ci mostra come non bisogni rinunciare a godersi la propria vita. Non ci fosse stato l'inghippo, questo personaggio sarebbe morto senza di fatto aver mai vissuto. Questa vicenda però, con il suo finale particolare, ci mostra anche il potere dell'arte, unico mezzo in grado di esorcizzare la morte.

La scrittura di Saramago è particolare: ricca di incisi, con i dialoghi incorporati nel testo e il narratore che cambia continuamente punto di vista. I suoi romanzi non si possono leggere con troppa leggerezza, risulterebbero incomprensibili, ma allo stesso tempo mantengono una godibilità e una scorrevolezza che non rendono mai pesante la lettura. 
Punto di forza dell'autore in generale e di questo romanzo nello specifico, nonostante il tema triste che tratta, è l'ironia. Le situazioni descritte sono inverosimili già così come sono pensate, provate a immaginare la morte che spulcia uno schedario o che scrive lettere, ma il modo in cui l'autore le racconta e i commenti che lascia in abbondanza riescono a non far mai scivolare nella tragicità un romanzo che tratta della morte. 
La storia è godibile e divertente, ma lascia un messaggio impresso a fuoco nella mente: non perdiamoci dietro l'eternità e l'infinito, concetti troppo al di fuori della nostra portata, piuttosto concentriamoci sulla nostra breve esistenza.

Francesco Abate

Nessun commento:

Posta un commento

La discussione è crescita. Se ti va, puoi lasciare un commento al post. Grazie.