venerdì 29 novembre 2019

COMMENTO AL CANTO XXI DELLA "DIVINA COMMEDIA - PARADISO"

Già eran li occhi miei rifissi al volto
de la mia donna, e l'animo con essi,
e da ogne altro intento s'era tolto.
Il canto inizia col poeta che volge i suoi occhi a Beatrice e con essi a lei volge anche il suo animo, liberandolo da ogni altra incombenza; con questa immagine l'autore ci introduce già al tema della contemplazione, fondamentale visto che sta per mostrarci il cielo di Saturno, che è appunto quello degli spiriti contemplativi. Dante si accorge che lei non ride; la donna gli spiega che se lo facesse lo ridurrebbe in cenere, come accadde a Semele quando Zeus le si mostrò nella sua pienezza, infatti la sua grazia aumenta man mano che si risale verso i cieli superiori e, se non venisse attenuata, sarebbe troppo forte per i sensi di un mortale e lo distruggerebbe, come un fulmine fa con un ramo ("ché la bellezza mia, che per le scale / de l'etterno palazzo più s'accende, / com'hai veduto, quanto più si sale, / se non si temperasse, tanto splende, / che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore, / sarebbe fronda che trono scoscende"). Dopo avergli spiegato perché non ride, Beatrice informa Dante che sono saliti al settimo cielo, quello di Saturno, che in quel periodo è visibile dalla Terra nella costellazione del Leone. Alla fine la donna esorta il poeta a prestare attenzione a quello che sta per vedere ("Ficca di retro a li occhi tuoi la mente") e a fare in modo che i suoi occhi siano specchi che riflettono ciò che sta per apparire. La scelta dell'autore di informarci che Saturno nel periodo in cui si svolge la vicenda transita nella costellazione del Leone non è da considerarsi solo come uno dei tanti riferimenti temporali del poema, è allo stesso tempo un'introduzione allo spirito che apparirà nel canto: Saturno è il pianeta associato alla virtù contemplativa, mentre il Leone è la costellazione dell'ardore, e il santo che vedremo dopo nella vita unì in sé i meriti della contemplazione e della vita attiva.
Dante obbedisce all'esortazione di Beatrice e volge la sua attenzione al cielo in cui si trova. Scrive che solo colui che sa quanto egli godesse nel contemplare il volto dell'amata, può capire quanto gli piacesse obbedirle leggendo come volse rapidamente lo sguardo altrove ("Qual savesse qual era la pastura / del viso mio ne l'aspetto beato / quand'io mi trasmutai ad altra cura, / conoscerebbe quanto m'era a grato / ubidire a la mia celeste scorta, / contrapesando l'un con l'altro lato"). Il poeta guarda nel pianeta che porta il nome della divinità (Saturno) sotto il cui regno morì ogni malizia (l'età dell'oro, contraddistinta dall'innocenza dei costumi; ne parla Ovidio nelle Metamorfosi) e vede una scala color dell'oro su cui si riflettono i raggi del sole e che sale talmente in alto da non permettergli di vederne la fine. Per i gradini di questa scala vede scendere tante luci (i beati) da fargli credere che da lì venga ogni luce che è nel cielo. Il movimento dei beati ricorda a Dante quello istintivo ("per lo natural costume") delle cornacchie (le pole) quando all'alba, per scaldarsi le piume intirizzite, alcune volano dal nido per non tornare più, altre fanno un volo per poi tornare, altre ancora si aggirano volando là intorno; allo stesso modo sembrano comportarsi i beati quando raggiungono un gradino.
Un'anima si avvicina a Dante e aumenta il proprio splendore, rendendo evidente nella mente del poeta l'amore che prova per lui. Beatrice, colei da cui il poeta aspetta indicazioni sui modi e i tempi in cui parlare ("quella ond'io aspetto il come e 'l quando del dire e del tacer"), tace. Visto il solenne silenzio creato dall'anima e dalla guida, Dante decide suo malgrado di non spezzarlo e di non chiedere nulla. A questo punto la donna, vedendolo in silenzio, lo esorta a soddisfare il suo desiderio di chiedere. Il poeta si rivolge all'anima, dichiara di non essere degno di una sua risposta, ma lo esorta a soddisfarlo in nome di Beatrice ("colei che 'l chieder mi concede") e gli chiede come mai si sia avvicinata a lui e perché nel cielo di Saturno le anime non cantano come accade nei cieli inferiori ("e dì perché si tace in questa rota la dolce sinfonia di paradiso, che giù per altre suona sì divota").
Lo spirito gli risponde che non cantano per lo stesso motivo per il quale Beatrice non sorride, infatti anche l'udito del poeta è umano come la vista e il loro canto lo incenerirebbe. Spiega poi che è sceso lungo la santa scala per manifestargli con la luce che lo avvolge la gioia di vederlo, ma non lo ha fatto per un maggiore amore che prova per lui, perché da lì in su i beati provano il suo stesso amore o anche di più, semplicemente l'ha spinto il volere di Dio (l'alta carità), di cui tutti loro sono servi.
Sentite le parole dello spirito, Dante manifesta il suo dubbio: sa bene come basti il loro libero amore per seguire il volere di Dio senza ricevere ordini, ma non riesce a spiegarsi perché mai sia proprio lui a essere destinato al compito di avvicinarglisi (non si spiega secondo quali criteri un'anima sia predestinata rispetto a un'altra).
Il poeta non finisce di porre la domanda che già la luce inizia a ruotare orizzontalmente intorno al proprio asse come una macina (mola), poi l'anima che da essa è avvolta gli risponde. Spiega che la luce divina penetra in lui attraverso la luce che lo avvolge e lo eleva al punto di permettergli di vedere la divina essenza da cui è emanata ("la somma essenza de la quale è munta"), ovviamente in proporzione ai suoi meriti in vita ("<<Luce divina sopra me s'appunta, / penetrando per questa in ch'io m'inventro, / la cui virtù, col mio veder congiunta, / mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio / la somma essenza de la quale è munta"); da qui viene la gioia che traspare dalla sua luminosità, che è tanto intensa quanto è chiara la sua visione della luce divina. Nonostante la capacità di vedere in Dio delle anime beate, perfino a Maria, l'anima che ha più chiara di tutte la visione di Dio, e perfino al serafino (i serafini costituiscono il primo ordine delle gerarchie angeliche), è impossibile rispondere alla domanda di Dante circa la predestinazione, questo perché è una questione che si inoltra così tanto nell'abisso delle eterne disposizioni di Dio da essere al di fuori dell'intelletto di ogni creatura ("da ogne creata vista è scisso"). Detto ciò, lo spirito invita il poeta ad ammonire i mortali, con particolare riferimento ai teologi che disputano sulla predestinazione, affinché non osino incamminarsi verso una meta così inaccessibile ("sì che non presumma a tanto segno più mover li piedi"), quindi non si permettano di fare congetture su un argomento così fuori dalla portata dell'uomo. La mente in cielo è luce pura mentre sulla Terra produce fumo, non è pensabile, conclude il beato, che laggiù si comprenda ciò che in Paradiso è incomprensibile.
Avuta la risposta circa il suo dubbio sulla predestinazione, Dante chiede all'anima chi sia. Questa risponde che tra i due mari, Tirreno e Adriatico ("due liti d'Italia"), ci sono delle montagne (l'Appennino umbro-marchigiano) e non molto distante da Firenze (circa 120 km) c'è una cima che si chiama Catria ed è più alta delle nuvole, per questo i tuoni rombano in basso ("tanto che ' troni assai sonan più bassi"); sotto Catria c'è un eremo (ermo) che ha per istituzione l'adorazione di Dio ("suole esser disposto a sola latria" - il termine latria indica nella religione cattolica un culto supremo riservato esclusivamente alla Trinità, distinguendosi dai culti di venerazione che hanno per oggetto angeli e santi). L'eremo a cui fa riferimento è quello di Fonte Avellana. Nell'eremo di Fonte Avellana, racconta ancora, si dedicò al culto di Dio con tanta fermezza da passare lietamente le estati e gli inverni mangiando cibi conditi solo con olio (liquor d'ulivi) e appagato dalla contemplazione del mistero divino. Un tempo quell'eremo rendeva al Paradiso una moltitudine di anime, dichiara ancora, adesso invece è così corrotto da rendere necessario che ciò presto si riveli. Nell'eremo egli fu Pier Damiani, mentre nella casa di Nostra Donna sul lido adriatico fu Pietro Peccatore. Poco gli era rimasto da vivere (quattordici anni) quando fu tolto dalla solitudine e fatto cardinale ("fui chiesto e tratto a quel cappello"), carica che passa da persone indegne ad altre ancora peggiori ("che pur di male in peggio si travasa" - riferito al cappello cardinalizio). Pier Damiani si lascia andare a un'invettiva: San Pietro (Cefas è uno dei nomi di Pietro nel Nuovo Testamento e in aramaico significa <<roccia>>) e san Paolo ("il gran vasello de lo Spirito Santo") vennero magri e scalzi, accettando il cibo da chiunque gliene offrisse; adesso i pastori moderni vogliono chi li accompagni, chi gli sollevi lo strascico e chi li aiuti a salire a cavallo, tanto sono grassi, e coprono i loro cavalli di mantelli così lunghi da ricoprire allo stesso tempo l'uomo e la bestia (due bestie è usato in senso dispregiativo).
All'ultima esclamazione di Pier Damiani, che conclude il suo discorso con un "oh pazienza che tanto sostieni", Dante vede le altre anime scendere dai loro gradini e girare, diventando più belle ogni volta che girano su se stesse. Gli altri beati si fermano intorno a Pier Damiani e insieme emettono un grido così potente da non assomigliare a nessuno di quelli che si odono sulla Terra; tanto forte è il suono da non permettere al poeta di capirne il contenuto, sente solo un rombo di tuono. Il senso del grido si spiegherà nel prossimo canto, adesso nel modo in cui è descritto anticipa soltanto il suo contenuto punitivo.

Su Pier Damiani vanno spese alcune parole.
Nel discorso del santo a un certo punto leggiamo che nell'eremo fu Pietro Damiano mentre nella casa di Nostra Donna fu Pietro Peccatore. Su questo punto la critica è da sempre molto divisa. Per alcuni critici il riferimento è alla stessa persona, che com'era prassi tra i monaci dell'epoca firmava i suoi scritti come Pietro Peccatore; per altri si tratta di due persone diverse, con Pietro Peccatore che sarebbe un riferimento a Pietro degli Onesti, monaco ravennate contemporaneo di Pier Damiani che, come lui, si firmava Pietro Peccatore, generando già all'epoca confusione tra le due identità. La critica moderna accoglie più favorevolmente la prima ipotesi, che in effetti appare più plausibile, perché nel discorso di questo canto Pietro degli Onesti non c'entrerebbe, inoltre se Dante avesse voluto riferirsi a due persone diverse avrebbe dovuto scrivere il fu' del verso 122 senza l'apostrofo, rendendolo alla terza persona (trasformando così la terzina: "in quel loco fu' io Pietro Damiano, e Pietro Peccator FU ne la casa di Nostra Donna in sul lito adriano"). Per tali ragioni anche io ho preferito nel commento privilegiare la prima ipotesi.
Un'altra disputa tra critici nasce sull'identificazione de la casa di Nostra Donna. Per alcuni si tratta della chiesa di S.Maria in Porto fuori di Ravenna , per altri di S.Maria in Pomposa vicino Comacchio.
Sempre riguardo la figura di Pier Damiani, è da notare come parli della sua nomina a cardinale quasi come una violenza, dicendo di essere stato strappato dal suo eremo ("fui chiesto e tratto a quel cappello"). In effetti in una lettera che scrisse a Nicolò II, il santo lamentò di essere stato tratto a forza dalla solitudine; pare che papa Stefano IX lo minacciò di scomunica nel caso in cui non avesse accettato la carica di cardinale. Per quanto riguarda il riferimento al cappello cardinalizio, si tratta di una metafora usata per indicare la carica, ma ai tempi di Pier Damiani ancora non era stato istituito (il santo morì nel 1072, mentre il cappello fu istituito da Innocenzo IV nel 1245).
Per quanto riguarda la biografia del santo, c'è da dire che fu un eremita ma allo stesso tempo si dedicò molto attivamente alle questioni politiche della chiesa, sostenne la collaborazione tra papato e impero, criticò aspramente la corruzione del clero (come fa anche nel canto).

Francesco Abate

6 commenti:

  1. Leggere questi tuoi post è un bagno di cultura italiana.
    C'è qualche autore francese che ami, per caso? Così, tanto per conversare un po'.
    A bientot!

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    1. Ciao. Sono felice che trovi interessanti i miei post.
      Di autori francesi confesso che ho letto poco e ho cominciato proprio di recente; posso dirti che ho adorato "I miserabili" di Hugo e "Nanà" di Zola (ho anche recensito queste due opere sul blog), e sicuramente leggerò altro di questi due straordinari autori. Poi qualche anno fa lessi anche "Il rosso e il nero" di Stendhal e trovai anche questo un ottimo romanzo.
      Mi sono fatto un'idea ancora sommaria della letteratura francese, ma sento il bisogno di approfondirla perché ho capito che è in grado di comunicare sentimenti e concetti interessanti.
      Tu invece della letteratura italiana cosa preferisci? E quale altro autore francese mi consiglieresti?
      Ciao.

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  2. Questa storia del cielo silenzioso l'ho sempre trovata un grande coup de teatre, specie perché Saturno era (secondo me) un pianeta davvero misterioso all'epoca.
    Dante se ricordo bene era uno dei pochi a credere nell'esistenza dei pianeti oltre Giove, vero?
    Bella la storia di Pier Damiani, inutile dire che la trascrivo nei miei appunti.
    Ciao!

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    1. Saturno era noto fin dall'antichità, già i babilonesi lo conoscevano e Tolomeo ne descrisse l'orbita. Si tratta di un pianeta visibile a occhio nudo, perciò già gli antichi osservatori lo battezzarono e lo classificarono.
      Che fosse un pianeta misterioso non c'è dubbio, anche perché allora dei pianeti erano note solo le orbite (secondo il sistema geocentrico), non essendoci telescopi in grado di mostrarli con immagini dettagliate. Io credo che la sua associazione col silenzio sia dovuto alla sua scarsa luminosità nella volta celeste, che già allora fece intuire come fosse il pianeta conosciuto più distante dalla Terra; inoltre nel cielo di Saturno siamo in prossimità delle stelle fisse, quindi quasi alla fine dell'universo allora conosciuto. Doveva poi Dante abbinare l'immagine del pianeta agli spiriti contemplanti, perciò il silenzio gli era necessario.
      L'immagine di Pier Damiani è piaciuta molto anche a me: è l'emblema dell'uomo tranquillo e appassionato che viene tirato a forza nel vortice delle cariche temporali. Una figura eroica se vista nel contesto della critica dantesca alla corruzione del clero. Sono felice di averti dato nuovo materiale per i tuoi appunti. :-)
      Ciao e grazie per la lettura.

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    2. La storia di Pier Damiani me la ricordo ancora.
      Suo mlagrado trascinato in mille vicissitudini, resistette stoico e alla fine Dante lo mise anche in Paradiso.
      Un bell'esempio di virtù.
      Ti abbraccio.

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    3. Fu sicuramente un esempio per i cristiani e per l'epoca, ma credo possa esserlo anche per i non credenti e per il nostro tempo.
      Fu un uomo dotto con forti convinzioni morali che, malgrado gli eventi lo portassero molto lontano dall'habitat che si era scelto, riuscì a non rinnegarle mai e a rispettarle.
      Coerenza e forza morale oggi più che mai sono doti perdute e sottovalutate.
      Buona serata.

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