La fine di Israele è un saggio scritto dallo storico israeliano Ilan Pappé.
Questo saggio si divide in tre sezioni: nella prima Pappé analizza le ragioni che lo spingono a giudicare imminente il collasso di Israele, nella seconda riflette sulle piccole rivoluzioni culturali da portare a compimento per far sorgere dalle ceneri di Israele uno Stato giusto in cui palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, nella terza infine sogna la realizzazione di tale Stato.
Per lo storico israeliano ci sono sette crepe che rendono evidente la prossima fine dello stato di Israele.
La prima crepa è il sopravvento preso dallo Stato di Giudea nei confronti dello Stato di Israele, cioè lo strapotere conquistato dagli ebrei ultraortodossi nei confronti di quelli laici, una condizione che sta portando allo svuotamento del paese ed al suo impoverimento economico e culturale.
La seconda crepa è il sostegno senza precedenti incassato dai palestinesi dopo il 7 ottobre. Grazie ai nuovi media, che hanno consentito la conoscenza dei crimini israeliani nonostante la censura, nel mondo tante categorie che negli anni passati guardavano con indifferenza ai palestinesi si sono sentite in dovere di far sentire forte il proprio grido, quel grido che è diventato la voce dei palestinesi ridotti al silenzio.
La terza crepa è la distanza sempre maggiore che si è creata tra Israele e gli ebrei sparsi per il mondo. Dopo l'accelerazione del genocidio iniziata il 7 ottobre 2023 sempre più organizzazioni ebraiche hanno preso le distanze da Israele e dal sionismo in generale.
La quarta crepa è molto più concreta, Israele infatti vive una profonda crisi economica, è nel mondo una delle nazioni con maggiori diseguaglianze, nonché una di quelle che vive la peggiore crisi abitativa, e le forze di estrema destra attualmente al potere non sembrano intenzionate ad affrontare tali questioni.
La quinta crepa è la perdita di fiducia nelle capacità militari di Israele, infatti l'IDF è apparsa efficiente nello sterminio di palestinesi inermi, meno nella difesa dei cittadini da azioni ostili reali (il 7 ottobre 2023 due kibbutz di confine dovettero aspettare sette ore prima che arrivassero le forze militari a difenderli dall'attacco terroristico).
La sesta crepa è il cattivo funzionamento dello Stato di Israele, minato da una pubblica amministrazione fortemente politicizzata e non in grado di soddisfare le reali esigenze dei cittadini.
La settima crepa è l'opera di una nuova generazione di dissidenti palestinesi che, a differenza di quelle precedenti, è più unita e appare in grado di pensare concretamente al futuro della Palestina post-Israele.
A parere dell'autore, le sette crepe rivelano l'imminente collasso di Israele e, per evitare transizioni traumatiche, sarebbe giusto pensare già allo Stato che verrà dopo. Prima di tutto è necessario uscire dalle logiche usate nei precedenti processi di pace, dove si cristallizzavano le posizioni acquisite militarmente da Israele, ignorando totalmente il punto di vista palestinese: per la costruzione di uno Stato giusto diventa fondamentale ascoltare i palestinesi e tenere conto delle loro idee. Questo spinge Pappé anche a respingere l'idea dei due Stati; a suo modo di vedere bisogna favorire la nascita di un unico Stato in cui palestinesi ed ebrei possano vivere pacificamente.
Perché sia realizzato lo Stato post-Israele, sarà importante realizzare delle piccole rivoluzioni culturali, cioè cambiare il modo di concepire la politica ed approcciare diversamente dal solito alla nuova ricostruzione. Sarà fondamentale, afferma lo storico, riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi dispersi con la Nakba, oltre a giusti risarcimenti per i crimini subiti durante le varie fasi del genocidio e il riconoscimento storico dei torti subiti. Per Pappé sarà necessario invertire il processo di de-arabizzazione che Israele sta portando avanti attualmente, riconoscere i torti israeliani e gli atti di resistenza palestinese, e attraverso questo riconoscimento avviare una fase di convivenza civile tra palestinesi ed ebrei.
Il saggio di Pappé, oltre ad offrire ottime informazioni ed ottimi spunti di riflessione circa la questione palestinese, ci dà l'occasione di prendere atto di una realtà che oggi solo i miopi non vogliono vedere: la fine degli Stati-nazione. Per l'autore "stiamo andando verso un mondo post-vestfaliano", cioè un mondo in cui il concetto di Stato-nazione, affermatosi con la pace di Vestfalia dopo la guerra dei Trent'anni, è obsoleto, non essendo infatti più in grado di rispondere alle esigenze del mondo moderno.
La fine di Israele è un saggio che affronta uno dei temi più caldi della storia contemporanea, la questione palestinese. Leggerlo ci permette di acquisire delle informazioni importanti, di conoscere il punto di vista di una persona che vive la questione da vicino e la conosce a 360°, e di fare delle valutazioni che vanno al di là dei confini palestinesi per abbracciare il mondo intero.
Il discorso sul superamento degli Stati-nazione, infatti, andrebbe affrontato prima di intraprendere qualsiasi ragionamento sulla politica o sulla storia di qualunque Stato. Oggi stiamo assistendo al proliferare di ideologie fondate su disvalori che erroneamente credevamo sepolti proprio perché le strutture che dovrebbero garantirci il benessere, gli Stati, seguendo logiche antiche non sono più in grado di soddisfare i cittadini: ecco che il malcontento cresce e ci si butta tra le braccia del populismo.
Come tutti i grandi saggi, il libro di Pappé fornisce gli strumenti per un'interpretazione globale della realtà, oltre a quelli per la piena comprensione della questione palestinese.
Francesco Abate

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