mercoledì 18 aprile 2018

COMMENTO AL CANTO XXIII DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Taciti, soli, sanza compagnia
n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Dante e Virgilio si sono lasciati alle spalle i Malebranche impegnati nella loro zuffa e, silenziosamente, continuano il loro cammino. A Dante viene in mente la favola della rana e del topo, che attribuisce a Esopo, mentre in realtà fu scritta da Fedro (l'errore deriva dal fatto che il poeta doveva averla letta nella Mythologia Aesopica, opera in cui fu erroneamente inserita). In questa favola è narrato di una rana che accetta di aiutare un topo a guadare il fiume e per farlo lega la sua coda alla zampa, a metà del tragitto tenta però di immergersi per annegarlo. Il roditore si dibatte e la rana fa fatica a scendere in profondità, intanto dall'alto un nibbio è attratto dalla vista del topo e lo afferra per mangiarlo, finendo per nutrirsi anche della rana traditrice. La favola racconta di un traditore (la rana) che per un caso fortuito (il passaggio del nibbio) finisce male a causa del suo stesso tradimento, patendo un male comune a quello della sua vittima (il topo). Se al topo sostituiamo Ciampolo, alla rana i demoni e al nibbio la pece, vediamo come la favola rappresenti in modo perfetto ciò che è accaduto nel canto precedente. La vittima (Ciampolo) ottiene vendetta facendo patire la sua stessa pena (il bagno nella pece bollente) ai suoi aguzzini (i demoni). Dante traccia questo parallelo tra la vicenda dei Malebranche e i protagonisti della favola, poi subito nasce in lui un altro pensiero che gli raddoppia la paura avuta quando ha saputo che i diavoli avrebbero fatto da scorta. Il poeta teme che i diavoli, furiosi per essere stati visti dai due pellegrini mentre Ciampolo li beffava, possano inseguirli con propositi di vendetta ("Io pensava così: << Questi per noi / sono scherniti con danno e con beffa / sì fatta, ch'assai credo che lor nòi. / Se l'ira sovra 'l mal voler s'agguelfa, / ei ne verranno dietro più crudeli / che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa"). Terrorizzato ("Già mi sentia tutti arricciar li peli / de la paura"), si volta indietro a guardare se i diavoli sono in arrivo, poi manifesta la sua paura a Virgilio, spiegandogli che teme il ritorno dei Malebranche e che dovrebbero nascondersi, aggiunge poi che tanta è la paura di essere inseguito da sentirli già alle sue spalle. Virgilio gli dice che dentro sé percepisce chiaramente i pensieri del suo protetto, il riflesso dell'immagine in uno specchio non si forma tanto rapidamente quanto l'immagine del cuore del poeta dentro di lui, quindi non ignora i suoi timori ("S'i fossi di piombato vetro, / l'imagine di fuor tua non trarrei / più tosto a me, che quella dentro 'mpetro"). I pensieri di Dante sono così penetrati nella mente di Virgilio da formare "un sol consiglio" con i suoi, in pratica la guida ha già escogitato una soluzione nel caso in cui i timori del protetto si rivelassero fondati: seguendo la pendenza, possono scendere all'interno della sesta bolgia, sottraendosi quindi all'ira degli inseguitori. Neanche fa in tempo a finire il discorso Virgilio, che Dante scorge i Malebranche venire verso di loro con le ali spiegate. La guida subito afferra il poeta e con lui si cala lungo la parete della sesta bolgia, restando con lui disteso spalle al muro. Nel descrivere la scena, l'autore usa un paragone che rinforza il ruolo di protettore che ha per lui Virgilio, cioè la ragione. La scena è paragonata a quella della madre che si sveglia al rumore delle fiamme, prende il figlio e fugge, prendendosi cura più di lui che di sé stessa, al punto di fuggire seminuda ("come la madre ch'al romore è desta / e vede presso a sé le fiamme accese, / che prende il figlio e fugge e non s'arresta, / avendo più di lui che di sé cura, / tanto che solo una camiscia vesta"). Per sottolineare ancor di più la drammaticità del momento e l'amore con cui Virgilio lo protegge, Dante ricorre a un secondo paragone: l'acqua del mulino, incanalata verso le pale della ruota, non corre tanto veloce quanto Virgilio per sottrarre il protetto alla furia dei diavoli. La guida accompagna il poeta facendogli scudo col corpo, tenendolo non come un compagno, ma come un figlio ("Non corse mai sì tosto acqua per doccia / a volger ruota di molin terragno, / quand'ella più verso le pale approccia, / come 'l maestro mio per quel vivagno, / portandosene me sovra 'l suo petto, / come suo figlio, non come compagno"). Arrivati a toccare coi piedi il fondo della sesta bolgia, i pellegrini si tranquillizzano, la Provvidenza infatti impedisce ai guardiani della quinta bolgia di allontanarsene, quindi stando ora nella sesta sono al sicuro. 
Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
I versi con cui Dante descrive gli ipocriti, puniti nella sesta bolgia, meritano di essere riportati integralmente. Essi avanzano in una lenta processione, vestiti di una cappa la cui fattura esprime la doppiezza che li ha dannati: fuori è dorata, sembra sfavillante, ma dentro è in realtà di piombo. La foggia della cappa esprime il peso della colpa di questi peccatori, inoltre come essi in vita, mostra una bella finzione all'esterno per nascondere la miseria interiore. L'ipocrita ha due facce, bada più all'opinione che gli altri hanno di lui che alla sua stessa essenza, quindi nasconde il proprio squallore morale per mostrare uno splendore finto. La taglia delle cappe è la stessa che usavano i monaci del monastero di Cluny, uno degli ordini monastici più influenti del tempo, queste inoltre sono così pesanti da far sembrare paglia quelle che l'imperatore Federico II costringeva a indossare ai colpevoli di tradimento. Dante e Virgilio iniziano a seguire la processione, ma gli ipocriti procedono pianissimo a causa del peso che portano, quindi si trovano a ogni passo accanto a nuovi dannati. Il poeta chiede alla guida di trovare qualcuno il cui nome o le cui gesta siano conosciute. Un dannato, forse attratto dalla parlata toscana del poeta, gli chiede di fermarsi e aspettarlo, e promette che forse gli darà più di quanto chiede, cioè gli darà più informazioni di quelle che vuole. Virgilio dice quindi all'allievo di attendere che l'ipocrita si avvicini e poi procedere seguendo il suo passo. Dante intanto vede due dannati particolarmente bramosi di raggiungerlo, impediti però dalla gran processione che transita in quello spazio stretto. Non appena gli sono vicino, i due notano che è ancora vivo e si chiedono perché a lui e al maestro sia concesso di non portare la cappa di piombo, infine gli chiedono chi sia. Dante risponde di essere toscano e conferma di essere ancora in vita ("I' fui nato e cresciuto / sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa, / e son col corpo ch'i' ho sempre avuto"), poi chiede loro chi siano e cosa provochi in loro un dolore così forte da palesarsi sui volti in modo tanto evidente. Uno dei due spiega che a farli soffrire tanto è il peso della cappa, poi dice di chiamarsi Catalano e il suo amico è Loderingo, due appartenenti all'ordine cavalleresco francese dei frati gaudenti. I due, uno di famiglia guelfa e l'altro di origine ghibellina, furono chiamati a reggere insieme Firenze al posto di un singolo podestà dopo la battaglia di Montaperti, allo scopo di mantenere la pace. Sentito chi sono, Dante inizia un'invettiva che però lascia in sospeso, attratto da una nuova visione. La tradizione fiorentina, evidentemente accolta dall'autore della Commedia, attribuì ai due frati la responsabilità di un triste periodo di violenze, essi infatti favorirono la politica di Clemente IV, forse corrotti dai guelfi. Nell'opera Dante si lascia sfuggire solo "O frati, i vostri mali..." e poi si interrompe perché vede altro, ma probabilmente in questa invettiva sospesa c'è la volontà di sottolineare appunto l'enormità del peccato compiuto dai due. Come quando si hanno così tante cose da dire da non riuscire neanche a iniziare, così il poeta si ferma e lascia il pensiero in sospeso. L'immagine che comunica alla nostra mente è quello di un uomo furioso, che davanti ha i responsabili dei mali e della miseria politica della terra che ama. 
A interrompere l'invettiva di Dante è una visione, c'è un uomo crocifisso a terra con tre pali. Il dannato, non appena si accorge del poeta, si contorce e sospira. Catalano se ne accorge e spiega che il crocifisso è Caifa, il sommo sacerdote che dichiarò Gesù un bestemmiatore nel momento in cui si dichiarò Figlio di Dio. Egli è nudo e crocifisso di traverso, così da essere d'inciampo a tutti gli ipocriti ed essere da loro calpestato. La sua stessa pena è patita dal suocero Anna e da tutti gli altri membri del Sinedrio, che condannarono a morte Gesù e furono causa della distruzione di Gerusalemme. La collocazione di Caifa e del Sinedrio in questa bolgia, nonostante la pena particolare dovuta al peccato commesso contro il Figlio di Dio, si spiega probabilmente con l'atteggiamento molto morbido che ebbero nei confronti degli occupanti Romani pur di mantenere le proprie cariche. Nel vedere Caifa crocifisso a terra, Virgilio si stupisce. Se ricordate, Virgilio nel canto IX ha detto di aver già percorso l'Inferno, spinto dalla maga Eritone a trarre l'anima di un traditore dalla Giudecca, quindi per la bolgia dovrebbe essere già passato. Seppur inventato da Dante, l'episodio è ispirato alla Pharsalia di Lucano, dove è narrato che un morto tornò in vita per rivelare a Pompeo l'esito della battaglia di Farsalo. L'episodio, essendo riferito alle vicende di Pompeo, è antecedente alla nascita di Gesù Cristo, quindi Virgilio non poteva aver visto Caifa in quelle condizioni, perché ai tempi della sua precedente discesa ancora non c'era. Nella descrizione che Catalano fa di Caifa, si legge una certa soddisfazione. Evidentemente il frate gaudente trova consolazione nel vedere che qualcuno patisca una pena peggiore della sua, oppure essendo un frate non può non trovare soddisfazione nel vedere così tormentato uno dei responsabili della morte di Gesù. Essendo però il frate un peccatore, un ipocrita, è probabile che l'autore abbia voluto sottolinearne lo squallore morale piuttosto che donargli un tratto di nobile cristianità. 
Virgilio chiede a frate Catalano se nelle vicinanze c'è un'uscita dalla bolgia che loro possano sfruttare senza dover ricorrere all'aiuto degli angeli neri (che in caso di difficoltà avrebbero l'obbligo di soccorrerli, ma si sono rivelati poco affidabili). Il frate gli spiega che vicino c'è uno degli scogli che permette l'attraversamento della bolgia, ma nel tratto dove si trovano adesso il ponte è rotto a causa del terremoto che si generò quando morì Gesù, i due devono quindi risalire sull'argine arrampicandosi sul mucchio di rovine. Virgilio capisce che Malacoda ha mentito, gli tocca poi sorbirsi anche la lezioncina quasi fanciullesca di Catalano: "<< Io udi' già dire a Bologna / del diavol vizi assai, tra ' quali udi' / ch'elli è bugiardo e padre di menzogna >>". Questo è un momento comico dell'opera, dove vediamo un uomo politico di alto spessore, ex podestà di Firenze, recitare come uno scolaretto quello che sembra quasi il motto di un ragazzino, e subito dopo Virgilio andar via "a gran passi". Dante pone in contrasto il tono stupido o canzonatorio del frate gaudente con la rabbia di Virgilio, al quale tocca sentirsi dare lezioni da bambino subito dopo aver subito la beffa di Malacoda. Il canto si chiude con Virgilio che si incammina nervoso, seguito da Dante.   

Francesco Abate

domenica 8 aprile 2018

RECENSIONE DE "LE INTERMITTENZE DELLA MORTE" DI JOSE' SARAMAGO

Immaginare un mondo senza la morte ci porta sempre a evocare situazioni positive. La morte spaventa tutti e, chi in un modo e chi in un altro, tutti ambiamo all'eternità. La questione non è però così semplice. 

José Saramago, come nella maggior parte delle sue opere, parte creando una situazione inverosimile e la sviluppa in un romanzo. Ne Le Intermittenze della Morte, Saramago ci descrive le vicende di un paese immaginario dove d'improvviso la morte, volutamente indicata con la minuscola perché differente dalla Morte assoluta, la fine di tutte le cose, cessa di compiere la sua opera.
La trama è riassumibile in poche righe. D'improvviso la morte cessa di fare il suo lavoro, per ben sette mesi in un paese immaginario non muore nessuno. Passati i sette mesi, la morte annuncia con una lettera che tornerà a svolgere il proprio compito, solo che a differenza del passato non colpirà più d'improvviso, ognuno riceverà un avviso otto giorni prima e avrà il tempo di prepararsi come meglio crede. La lettera destinata a un violoncellista però viene rispedita al mittente e la morte è costretta a intervenire di persona per ovviare all'inconveniente, ma la situazione porta a un finale imprevisto.
Benché la trama sia semplice, nel romanzo non mancano i contenuti. L'opera si può dividere in due parti: la prima tratta del periodo in cui la morte smette di lavorare, la seconda invece dell'inconveniente del violoncellista a cui non arriva mai la lettera. 
Nella prima parte l'autore descrive il caos che regnerebbe in un mondo senza la morte. Come dicevo all'inizio, a tutti piace immaginare un mondo senza la morte, eppure Saramago ci mostra una realtà tutt'altro che piacevole. Senza i decessi, diverse categorie professionali (pompe funebri, assicurazioni sulla vita, case di riposo) vanno in crisi, così come si inceppano sistema sanitario e previdenziale. Anche le vite subiscono un cambiamento in peggio, infatti numerose famiglie si trovano ad accudire per l'eternità anziani malati che non muoiono mai. A livello socio-economico sarebbe un disastro, ma verrebbe fuori anche il peggio che c'è nell'animo delle persone. Saramago ci mostra infatti come a un certo punto i vecchi moribondi immortali diventino un peso per i sani, tanto da creare un flusso di viaggi della morte verso i paesi confinanti. Insomma, l'autore ci mostra come l'essere umano sia inadeguato all'eternità e come questa tirerebbe fuori solo il peggio di noi. C'è poi spazio nella prima parte del romanzo anche per una critica alla politica e alla chiesa cattolica. I politici nel romanzo sono mostrati come personaggi cinici, concentrati solo sulla tenuta delle istituzioni e incuranti della componente umana che sta dietro i numeri che gestiscono, non esitano a sfruttare l'operato illegale della maphia (nel romanzo la criminalità organizzata è chiamata così) pur di evitare il collasso delle istituzioni. Per quanto riguarda la chiesa, una volta che vede messo in discussione il suo valore, perché senza morte non c'è Resurrezione, smette di concentrarsi sulla ricerca della verità spirituale e prova solo a costruire tesi che possano interpretare la realtà in modo da garantirle la sopravvivenza.  
La seconda parte invece si concentra sulla storia della morte e del violoncellista a cui non arriva mai la lettera. Attraverso la storia del violoncellista, Saramago ci mostra come non bisogni rinunciare a godersi la propria vita. Non ci fosse stato l'inghippo, questo personaggio sarebbe morto senza di fatto aver mai vissuto. Questa vicenda però, con il suo finale particolare, ci mostra anche il potere dell'arte, unico mezzo in grado di esorcizzare la morte.

La scrittura di Saramago è particolare: ricca di incisi, con i dialoghi incorporati nel testo e il narratore che cambia continuamente punto di vista. I suoi romanzi non si possono leggere con troppa leggerezza, risulterebbero incomprensibili, ma allo stesso tempo mantengono una godibilità e una scorrevolezza che non rendono mai pesante la lettura. 
Punto di forza dell'autore in generale e di questo romanzo nello specifico, nonostante il tema triste che tratta, è l'ironia. Le situazioni descritte sono inverosimili già così come sono pensate, provate a immaginare la morte che spulcia uno schedario o che scrive lettere, ma il modo in cui l'autore le racconta e i commenti che lascia in abbondanza riescono a non far mai scivolare nella tragicità un romanzo che tratta della morte. 
La storia è godibile e divertente, ma lascia un messaggio impresso a fuoco nella mente: non perdiamoci dietro l'eternità e l'infinito, concetti troppo al di fuori della nostra portata, piuttosto concentriamoci sulla nostra breve esistenza.

Francesco Abate

sabato 7 aprile 2018

COMMENTO AL CANTO XXII DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Io già vidi i cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
Il canto XXII si apre con una constatazione di Dante, che riprende così il tono grottesco del canto XXI. Il poeta ricorda di aver visto i cavalieri muoversi per combattere, per attaccare o per fuggire, fa anche riferimento all'assedio di Arezzo, e ha visto i tornei e le giostre. Ricorda di aver visto i cavalieri muoversi ai più disparati suoni (tamburi, campane, trombe, ecc.), ma mai ricorda di aver sentito un esercito muoversi al suono di un peto. Chiaramente il poeta traccia un parallelo tra gli eserciti e quel manipolo di demoni che lo accompagnano nel suo cammino lungo la quinta bolgia. Per sottolineare la situazione, Dante ricorre a un vecchio proverbio toscano ("ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni") che spiega come si abbia a che fare sempre con la gente appropriata al luogo in cui ci si trova, quindi nell'Inferno non ci si deve sorprendere di avere a che fare con dei diavoli crudeli e maleducati. 
Il poeta concentra la sua attenzione sulla pece bollente che copre il fondo della bolgia, da essa emergono le schiene dei barattieri in cerca di un momento di tregua e, per rendere al meglio l'immagine, Dante le paragona ai dorsi dei delfini che sbucano dal mare. Nei suoi versi l'autore fa riferimento a un'antica credenza secondo la quale i delfini si avvicinavano ai marinai per avvisarli delle tempeste imminenti ("Come i delfini, quando fanno segno / 'a marinar con l'arco de la schiena / che s'argomentin di campar lor legno, / talor così, ad alleggiar la pena, / mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso / e nascondea in men che non balena"). Il poeta li paragona anche alle rane, le quali tengono il corpo immerso nello stagno e cacciano fuori dall'acqua solo il muso. La scelta di questi paragoni con animali conferma la scarsa considerazione che il poeta aveva per i barattieri. Dante vede i dannati tirar fuori per un attimo di refrigerio la schiena o la testa, per poi immergersi subito all'arrivo di Barbariccia. D'un tratto uno dei dannati non riesce a ritrarsi in tempo nella pece, così Graffiacane gli infila l'uncino tra i capelli sporchi di pece ("li arruncigliò le 'mpegolate chiome") e lo tira su. Nella descrizione del dannato in balìa dei demoni, non si manifesta compassione nei versi di Dante, il quale lo paragona a una lontra, continuando i paragoni col regno animale finalizzati a esaltare la bestialità di quei peccatori. I demoni si rivolgono a Rubicante e lo invitano a scuoiare il malcapitato, Dante è però curioso di sapere chi egli sia e manifesta alla guida tale curiosità. Virgilio si rivolge direttamente al dannato e gli gira la domanda di Dante. Il malcapitato racconta che nacque nel regno di Navarra, figlio "d'un ribaldo, distruggitor di sé e di sue cose" e fu messo a servire un signore dalla madre. Entrò nelle grazie del re Tebaldo al punto tale che poté dispensare grazie e benefici, lui ne approfittò e cominciò a elargirli in cambio di denaro. Nonostante nel testo il suo nome non sia mai riportato, i critici lo hanno riconosciuto come Ciampolo di Navarra. Le parole di Ciampolo sono interrotte da Ciriatto, il demone dalla cui bocca escono zanne simili a quelle di un porco, il quale lacera le carni del povero dannato proprio con una delle zanne. "Tra male gatte era venuto 'l sorco", Dante constata la drammaticità della situazione del dannato, ma lo fa ancora in tono sprezzante, paragonandolo a un topo capitato tra le grinfie dei gatti. Onde evitare che parta lo strazio di Ciampolo prima che i viaggiatori abbiano chiesto tutto, Barbariccia lo prende tra le braccia, ordina ai diavoli di stare lontani e incita Virgilio a domandare ancora ("E al maestro mio volse la faccia; / << Domanda >>, disse, << ancor, se più disii / saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia >>"). La guida gli chiede se tra i dannati conosca altri italiani. Ciampolo risponde di essersi separato da un dannato vissuto nelle vicinanze dell'Italia ("che fu di là vicino"), intendendo un sardo, inizia però nella sua descrizione a dilungarsi con l'intento di guadagnare tempo, infatti allunga il discorso dicendo che se fosse ancora immerso nella pece con lui, non temerebbe gli uncini dei diavoli. Libicocco intuisce che Ciampolo stia prendendo tempo per ritardare la pena, esclama di aver aspettato troppo e gli colpisce il braccio con l'uncino, strappandogli "un lacerto", cioè un pezzo di carne. Draghignazzo invece lo colpisce alle gambe, ma lo scempio è fermato dallo sguardo minaccioso loro rivolto da Barbariccia. Finito l'assalto dei diavoli, Virgilio chiede a Ciampolo chi sia il dannato di cui stava parlando. Ciampolo spiega che si tratta di frate Gomita, vicario di Nino Visconti (che resse il giudicato di Gallura dal 1275 al 1296), il quale violò gli ordini del suo signore e fece liberare dei prigionieri pisani in cambio di denaro, finendo per questo impiccato. Ciampolo dice di lui che fu sovrano dei barattieri ("barattier fu non picciol, ma sovrano"), poi indica come presente nella pece anche Michel Zanche di Longodoro, personaggio di cui non si hanno notizie precise. Il dannato sottolinea il fatto che i due compagni di pena siano sardi, quasi come se si compiacesse che non siano della sua stessa zona ("e a dir di Sardigna / le lingue lor non si sentono stanche"). 
La scarsa stima che Dante ha dei barattieri si manifesta non solo nel continuo paragonarli ad animali, ma anche nel ritenerli capaci di ingannare perfino di diavoli. Ciampolo conclude il suo discorso con una proposta, ha intuito che Dante e Virgilio sono rispettivamente toscano e lombardo, quindi dice loro che può far uscire dalla pece ben altri sette dannati. Il suo intento è quello di stuzzicare la curiosità dei pellegrini e far leva sulla voglia dei Malebranche di fare del male, propone quindi uno scambio per loro vantaggioso: averne otto invece che uno solo. Ciampolo sostiene che, fischiando, farà uscire i dannati perché quello è il segnale che hanno per avvisare quando non ci sono demoni nei paraggi. Giustamente però i diavoli devono stare un po' distanti, altrimenti i dannati si spaventano e non escono allo scoperto. Cagnazzo subito capisce che è una trappola, ma il dannato "avea lacciuoli a gran divizia", cioè era pieno di idee per ingannare. Ciampolo dichiara che non sarebbe astuto da parte sua procurare ai compagni un tormento più atroce di quello che già subiscono. Alchino a questo punto si lascia ingannare, accecato dalla superbia è sicuro che volando lo raggiungerà qualora dovesse tentare la fuga, quindi accetta di lasciarlo avvicinare alla pece e di stare un po' distante. Mentre i Malebranche sono distratti, Ciampolo si libera dalla presa di Barbariccia e si tuffa nella pece. Alchino vola nel tentativo di prenderlo e già canta vittoria, ma la paura rende il dannato più lesto delle ali del diavolo, così Ciampolo fugge al supplizio. La furbizia del barattiere scatena un putiferio. Calcabrina, che aspettava solo una scusa, attacca Alchino in volo e comincia ad azzuffarsi con lui ("Irato Calcabrina de la buffa, / volando dietro li tenne, invaghito / che quei campasse per aver la zuffa; / e come 'l barattier fu disparito, / così volse li artigli al suo compagno"). I due diavoli, presi dalla zuffa, cadono nella pece bollente e non riescono più a risalire perché le ali si invischiano di pece. Barbariccia allora lancia quattro demoni sull'altra riva della bolgia, tutti e otto scendono poi da ambo i lati e, tendendo gli uncini, aiutano Alchino e Calcabrina a uscire dalla pece. 
Mentre si svolge la zuffa tra i Malebranche, Dante e Virgilio si allontanano.

Francesco Abate

domenica 1 aprile 2018

COMMENTO AL CANTO XXI DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedia cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando
restammo per veder l'altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.
Il canto inizia con Dante e Virgilio che camminano parlando di cose non citate nell'opera e si trovano a vedere la quinta bolgia, la quale appare "mirabilmente oscura" a causa della densa pece bollente che copre sia il fondo che le pareti de "l'altra fessura di Malebolge". Per rendere al lettore lo spettacolo che osserva, Dante paragona la visione della pece a quella che si poteva vedere nell'arsenale veneziano durante l'inverno, quando il liquido veniva usato per riparare le imbarcazioni o costruirne di nuove. Così come in inverno era possibile osservare a Venezia la pece che bolliva, così il poeta riesce a vederla sul fondo e sulle pareti della bolgia. Del liquido nero il poeta vede solo le bolle formate "non per foco ma per divin' arte" e la massa viscosa gonfiarsi per poi sgonfiarsi dopo lo scoppio delle bolle stesse. Mentre Dante è concentrato a guardare la bolgia, Virgilio lo mette in allarme gridandogli << Guarda, guarda! >> e tirandolo a sé. Spaventato ("come l'uom cui tarda / di veder quel che li convien fuggire / e cui paura subita sgagliarda"), il poeta guarda ciò che gli indica la guida. Ad attirare l'attenzione di Virgilio prima e Dante poi è un diavolo nero, che corre con le ali aperte e toccando appena il suolo con i piedi, il quale sulle spalle porta un peccatore. Il diavolo si rivolge ai suoi compari della bolgia, chiamandoli Malebranche, dicendogli di prendere il dannato che è "un de li anzian di Santa Zita", perché lui tornerà in città a prenderne altri. Il riferimento a santa Zita ci fa capire che il diavolo parla di Lucca, città che definisce piena di barattieri. Per la creatura infernale ogni uomo a Lucca è barattiere, sarcasticamente esclude dalla categoria il solo Bonturo Dati, che invece era tale per antonomasia. Fatto il suo discorso, il diavolo getta il dannato nella bolgia e questi, finito immerso nella pece, viene assalito dagli altri diavoli che stavano nascosti sotto al ponte. I Malebranche gli dicono che lì non è possibile adorare il Santo Volto (figura del Redentore confitta nella croce, venerata nella Basilica di San Martino a Lucca) e che non si nuota nel Serchio (fiume che scorre presso Lucca), infine gli ordinano di restare immerso nella pece se non vuole essere colpito dagli uncini con cui tormentano i barattieri. I diavoli lo assalgono con gli uncini e si fanno beffe di lui, dicendogli che gli conviene restare immerso e, se riesce, arraffare di nascosto come faceva in vita ("Poi l'addentar con più di cento raffi, / disser: <<Coverto convien che qui balli, / sì che, se puoi, nascosamente accaffi >>."). Il poeta descrive poi il modo in cui i diavoli tengono immersi i dannati nella pece, paragonandoli agli aiutanti dei cuochi che con gli uncini tengono la carne immersa nella caldaia a bollire.
La crudeltà della punizione e le parole per niente pietose con cui Dante parla dei barattieri impone una spiegazione. I barattieri sono quelli che noi oggi chiameremmo corrotti, cioè persone che ricoprono una carica pubblica e concedono favori in cambio di denaro o altro. La questione per il poeta fu molto sentita, egli infatti fu politico di primo piano e il suo impegno lo pagò a caro prezzo, non poteva certo vedere di buon occhio chi faceva commercio dei propri poteri. Di baratteria inoltre fu accusato lui stesso dai suoi rivali politici, accusa che gli valse una multa di 5000 fiorini e due anni di esilio. La sua vicenda politica spiega anche il suo astio nei confronti di Lucca, città ostile nei confronti degli esuli guelfi di parte bianca come lui.
Virgilio invita Dante a nascondersi dietro una sporgenza della roccia affinché non lo vedano, lui vuole andare a parlare coi diavoli, lo invita a non spaventarsi "per nulla offension che mi sia fatta" perché sa già cosa l'aspetta, già in passato ha concluso lo stesso negozio. Dante si nasconde e Virgilio varca il ponte. Subito i diavoli volgono contro la guida i loro uncini ma lui, con "sicura fronte", dice loro di fermarsi e non colpirlo, chiede di essere ascoltato da uno di loro e poi decidano insieme se attaccarlo. I diavoli all'unanimità invocano Malacoda, questi si fa avanti chiedendo a cosa possa giovargli questo favore, sicuro che finirà per colpirlo. Virgilio fa presente a Malacoda che mai sarebbe giunto lì, sapendo cosa rischiava, se non fosse stato mandato da un volere superiore, gli dice quindi che in Paradiso è voluto che lui mostri a un'altra persona "questo cammin silvestro". Malacoda reagisce con rassegnazione, si fa cadere l'uncino ai piedi e ordina agli altri diavoli di non colpirlo. Virgilio allora chiama a sé Dante, questo esce dal suo nascondiglio e i diavoli gli si avvicinano minacciosi, facendogli temere che vogliano violare l'accordo. Il proprio timore Dante lo paragona a quello dei fanti pisani che, cacciati dal castello di Caprona dopo otto giorni di assedio (1289), uscirono in mezzo ai nemici armati, che li schermivano e li minacciavano. Spaventato, il poeta si avvicina a Virgilio fin quasi a toccarlo, mostrandoci ancora una volta un'immagine simile a quella del bimbo impaurito che si aggrappa alla mamma, mentre la guida non perde d'occhio Malacoda, il cui aspetto non è rassicurante. Due diavoli scherniscono Dante, uno chiede se deve colpirlo alla schiena e un altro lo incita a farlo, il loro gioco è però interrotto da Malacoda che ordina a Scarmiglione di posare l'uncino. Malacoda si rivolge poi a Virgilio e gli dice che non possono proseguire per questo scoglio, dato che è franato 1266 anni prima (alla morte di Gesù Cristo sulla croce), possono però camminare lungo l'argine e troveranno un altro scoglio che farà da ponte, infine dice che manderà con loro alcuni suoi diavoli affinché controllino che i dannati non emergano dalla pece per trovare un momentaneo refrigerio. Il diavolo conclude assicurando che i suoi compari non faranno del male ai due pellegrini. Ciò detto, Malacoda fa l'elenco dei diavoli chiamati a far parte della scorta: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia (che guida gli altri), Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Riguardo i nomi dei diavoli, non tutta la critica è d'accordo nel vedere in essi riferimenti precisi a personaggi esistenti, alcuni comunque sembrerebbero appartenere a famiglie lucchesi (Cagnazzo, Graffiacane e Scarmiglione erano famiglie di Lucca, così come Malebranche era un cognome di famiglia lucchese) altri sembrano storpiature e soprannomi. Malacoda ordina ai suoi di portare Dante e Virgilio dall'altra parte della bolgia sani e salvi, ma l'atteggiamento dei diavoli ("digrignan li denti / e con le ciglia ne minaccian duoli") non convince il poeta che chiede alla guida di procedere solo loro due. Virgilio lo rassicura, secondo lui quei gesti sono di scherno nei confronti dei barattieri immersi nella pece e non teme alcun inganno. I poeti e la scorta partono, il momento della partenza è però molto curioso: i diavoli si rivolgono a Malacoda mostrandogli la lingua stretta tra i denti e questi dà loro il segnale di partenza con un sonoro peto. Il finale di canto, insolitamente grottesco, merita di essere letto:
"Per l'argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta".

Francesco Abate

sabato 24 marzo 2018

RECENSIONE DE "IL BARONE RAMPANTE" DI ITALO CALVINO

Scritto nel 1957, Il Barone Rampante fa parte della trilogia araldica di Italo Calvino insieme a Il Visconte Dimezzato (http://culturaincircolo.blogspot.it/2017/07/recensione-de-il-visconte-dimezzato-di.html) e Il Cavaliere Inesistente (http://culturaincircolo.blogspot.it/2016/09/letteratura-recensione-de-il-cavaliere.html). Come le altre due opere, anche questo romanzo tratta un tema importante pur essendo scritto in modo da apparire leggero. A differenza però degli altri due scritti araldici, questo qui si presenta più oscuro nel suo tema centrale. Mentre risultano evidenti i temi dell'essere e dell'alienazione rispettivamente ne Il Cavaliere Inesistente e Il Visconte Dimezzato, alla fine di questo romanzo si rimane un po' disorientati e senza certezze.
La trama è molto semplice. Nel paesino ligure di Ombrosa, località immaginaria, il dodicenne Cosimo Piovasco di Rondò rifiuta di mangiare una zuppa di lumache e, per protestare contro il padre che vuole imporgli il pasto, si rifugia sugli alberi giurando di non scendere più. Cosimo tiene fede alla sua promessa fino alla fine dei suoi giorni, questo però non gli impedisce di vivere un'esistenza intensa che l'autore ci racconta attraverso le memorie di Biagio, il fratello minore.
Leggendo la trama, e anche il romanzo intero, si ha subito l'impressione che Calvino voglia trattare del desiderio di disobbedire, di separarsi dalle convenzioni della società e vivere per conto proprio. Tale impressione cade però se si tiene conto che Cosimo non rinuncia alle comodità, quando può ne costruisce di proprie sugli alberi, non abbandona educazione e istruzione, continua a studiare prima col precettore e poi per conto proprio, non si stacca dalle vicissitudini politiche, che anzi se arrivano a Ombrosa spesso è proprio per merito suo. Cosimo fugge sugli alberi ma non si stacca dalla gente, continua a interagire e lavorare con loro, a volte li guida, altre volte partecipa con loro. Arriva anche a isolarsi e vivere più come bestia che come uomo, ma solo per periodi limitati di tempo. Cosimo non rinnega la società e gli uomini anzi, si impegna in prima persona per migliorarli. 
Alcuni princìpi umani cadono per il protagonista nel momento in cui si rifugia sugli alberi, infatti per lui non ci sono più confini e può muoversi a proprio piacimento finché trova come appiglio il ramo di un albero. Questa particolare libertà gli permette di uscire dal proprio giardino e conoscere Viola, la giovane vicina di casa, di cui si innamora e con cui conoscerà il vero amore prima e la delusione poi. Sempre la sua assoluta libertà gli permette di sapere tante cose che i suoi paesani ignorano e di vivere tante esperienze che essi mai vivranno. Una chiave di lettura, che appare ancor più valida se tenuto conto delle ultime considerazioni sopra espresse, la fornisce il critico letterario Cesare Cases, che ci aiuta a individuare in Calvino, e in quest'opera soprattutto, il pathos della distanza, concetto introdotto dal filosofo Nietzsche che fu molto caro allo scrittore. Il pathos della distanza Calvino lo aveva espresso già dieci anni prima ne Il Sentiero dei Nidi di Ragno, quando il giovane Pif si accorge che, viste da vicino, le lucciole non sono belle come quando si guardano la lontano. Ne Il Barone Rampante questo concetto è molto più presente, praticamente diventa centrale, perché il protagonista assume una posizione sopraelevata per guardare il mondo da una certa distanza. Per Calvino però questo pathos assume un valore diverso da quello che aveva per il filosofo tedesco, Cases infatti nel barone vede la croce e la delizia dell'intellettuale, il quale può porsi in una condizione distaccata e di superiorità nei confronti delle cose e persone comuni, salvo poi patire il sentimento del distacco e prendere atto dell'impossibilità di adattare le sue idee alla realtà concreta. Cosimo Piovasco guarda il mondo dall'alto e con distacco, eppure è attratto dalla gente e sempre la cerca, sia per lavorare con gli uomini che per amoreggiare con le donne; si istruisce e sviluppa profonde teorie politico-sociali, lavora anche per far entrare i suoi paesani nel clima rivoluzionario del resto d'Europa, muore però con la consapevolezza che la Restaurazione ha vanificato ogni sforzo; l'amore per Viola gli fa sperimentare sulla pelle la differenza tra i suoi ideali e la realtà, egli infatti esprime un concetto dell'amore che la donna non gli permette di vivere. Il Barone Rampante quindi ci mostra il dramma dell'intellettuale, che vorrebbe distaccarsi dal mondo ma non ci riesce, vorrebbe migliorarlo e anche in questo fallisce.
Snocciolato il significato dell'opera, una riflessione merita a mio parere anche l'epoca in cui la vicenda è ambientata. Il romanzo si svolge in un lasso di tempo che va dal ventennio precedente la Rivoluzione francese alla Restaurazione. La scelta di questo periodo secondo me non è casuale, infatti, per mostrare al meglio il dramma dell'intellettuale che non riesce a cambiare il mondo, è funzionale un'epoca di grandi sconvolgimenti politico-sociali raccolti nel giro di pochi anni. Fu quella un'epoca in cui si svilupparono le teorie degli Illuministi, in cui si tentò di rovesciare l'ordine che reggeva l'Europa e in cui le nuove ideologie furono represse duramente dai vecchi imperi. Unica altra epoca così densa di sconvolgimenti fu la prima metà del Novecento, ma Calvino non poteva sceglierla perché avrebbe reso l'opera incompatibile con la trilogia araldica, inoltre un romanzo ambientato durante il Ventennio e la Resistenza avrebbe stimolato una ferita ancora aperta e dolorosa, rimanendo così privo di quella leggerezza tanto cara all'autore. Non dimentichiamo che la Resistenza Calvino la trattò già con Il Sentiero dei Nidi di Ragno e per farlo narrò la storia con gli occhi di un bambino, proprio per privarla della carica retorica propria di altri romanzi sul tema.

Il Barone Rampante è il più lungo romanzo della trilogia araldica di Calvino e anche quello che ho gradito meno. L'ho trovato comunque un'ottima lettura e mi ha confermato la grandezza dell'autore, a incidere sul mio gradimento è di sicuro stata la sua minore originalità rispetto agli altri due, inoltre fino all'ultimo mi ha lasciato col dubbio (che ho tutt'ora) riguardo al suo effettivo significato. Resta comunque un ottimo libro che consiglio di leggere e non ridimensiona ai miei occhi la grandezza di Calvino, che con storie in apparenza banali riesce sempre a far riflettere su temi importanti e per niente semplici. Mi restano ancora tanti autori da scoprire e leggere, ma al momento mi sento di dire che Italo Calvino è stato forse il più grande scrittore italiano del Novecento, nonché uno dei più grandi del mondo.

Francesco Abate 


domenica 18 marzo 2018

COMMENTO AL CANTO XX DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Di nova pena mi convien far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch'è d'i sommersi.
Arrivato alla quarta bolgia dell'ottavo cerchio, Dante con questi tre versi sembra quasi volersi fare coraggio. Mentre il canto XIX era iniziato con un'invettiva contro Simon mago, un'aspra critica che apriva un canto nel quale il poeta si è poi mostrato molto duro nei confronti dei simoniaci, questo si apre con un'introduzione che sembra quasi fatta per prendere tempo, come chi si accinge a raccontare qualcosa di raccapricciante. Così come nel canto XIX i versi aspri ci introducevano alla visione di un Dante arrabbiato, nel XX questo apparente temporeggiamento ci introduce alla contemplazione di uno spettacolo che colpisce molto il poeta e lo induce a provare pietà. Guardando in basso, Dante vede camminare una schiera di peccatori sul fondo bagnato dalle proprie lacrime. I dannati si muovono con lo stesso passo delle persone in processione per la remissione dei peccati. Il poeta rimane sconvolto quando si accorge che le anime hanno la testa torta all'indietro, con il volto dalla parte della schiena e l'occipite dal lato della pancia. Vista la posizione del loro volto, sono costretti a camminare all'indietro, davanti infatti non possono vedere. Dante ipotizza che essi non parlino perché impossibilitati a causa della posizione della testa, ma non ne è sicuro e lui stesso esclude questa ipotesi. Il poeta si rivolge poi al lettore:
"Se Dio ti lasci, lettore, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com'io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra immagine di presso
vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso".
L'autore chiede al lettore di comprendere la tristezza che nasce in lui nel vedere quelle immagini umane così stravolte, modificate al punto da bagnarsi le natiche con le lacrime che cadono dai loro occhi. La richiesta di comprensione è motivata dal fatto che tutto quello che vede nell'Inferno è frutto della giustizia divina, quindi i dannati non meriterebbero compassione, eppure quell'immagine così deturpata del corpo umano scuote la sensibilità del poeta. A questo punto interviene la sapienza, Virgilio, a rimproverare Dante e a spiegargli quanto sia giusto ciò che vede. L'intervento della guida è molto duro ("Ancor se' tu de li altri sciocchi?"), dice che l'unico modo per avere pietà di quelle anime è non averne ("Qui vive la pietà quand'è ben morta") e che nessuno è più scellerato di chi soffre guardando gli effetti della giustizia divina. La ragione ricorda quindi a Dante che, essendo quella punizione un'emanazione della volontà divina, va apprezzata e non sofferta. Per far comprendere meglio al suo protetto quanto quei dannati meritino la pena che stanno patendo, Virgilio inizia a elencare alcuni di loro e a narrarne le gesta. Il primo che indica è Anfiarao, uno dei sette re partecipanti all'assedio di Tebe, con fama di indovino, il quale fu inghiottito dalla terra mentre combatteva sotto le mura della città e finì all'Inferno. Indicando il primo peccatore, la guida ci fa capire che nella quarta bolgia sono puniti gli indovini, e spiega anche il motivo per cui sono condannati a tenere la testa ritorta all'indietro: vollero guardare troppo avanti in vita, cercando di vedere il futuro o la volontà superiore, così ora gli è concesso di guardare solo all'indietro ("Mira ch'a fatto petto de le spalle; / perché volse veder troppo davante, / di retro guarda e fa retroso calle"). Il secondo dannato che Virgilio indica è Tiresia, indovino di Tebe, il quale fu mutato in donna quando impedì a due serpenti di unirsi e ritornò uomo solo quando riuscì a far unire gli stessi due serpenti. Subito dietro Tiresia ("quel ch'al ventre li s'atterga") c'è Aronta, indovino carrarese chiamato a interpretare gli auspici del cielo subito dopo che Cesare ebbe varcato il Rubicone. C'è infine Manto, la figlia di Tiresia, che fuggì da Tebe per non essere colpita dal tiranno Creonte. 
La visione di Manto dà a Virgilio l'occasione di parlare a Dante delle origini di Mantova. Nei canti precedenti ci è stata già presentata l'origine di Firenze, adesso il mantovano Virgilio narra della nascita della sua città. Il discorso della guida è molto ricco di riferimenti geografici e storici. Dopo la morte di Tiresia e con la caduta di Tebe sotto Creonte, Manto fuggì e iniziò a girare per il mondo. Per descrivere il luogo in cui Manto si stabilì, Virgilio ricorre a una lunga descrizione che parte dal lago di Garda, passa per i fiumi Mencio e Po, finisce in una "lama" di terra paludosa che è il luogo dove oggi sorge Mantova. In questa palude si rifugiò Manto, con l'intenzione di stare lontana dalla gente, e trascorse la sua vita tra gli spiriti maligni e i sortilegi. Nel luogo dove lei visse e morì si trasferì poi della gente, senza nessun fine se non quello di avere un posto sicuro in cui vivere, e nacque la città che dall'indovina prese solo il nome. Il racconto la guida lo conclude citando un fatto storico, cioè la cacciata di Pinamonte de' Bonacolsi, signore della città. Virgilio infine invita il suo allievo a diffidare delle altre storie che circolano circa la fondazione di Mantova (una leggenda la voleva fondata da un figlio di Manto, un'altra dalla stessa indovina). Dante rassicura il maestro, gli dice che dopo aver ascoltato la sua versione quelle degli altri per lui possono essere solo "carboni spenti", gli chiede poi di indicargli altri dannati perché la sua mente gli ripropone sempre quel pensiero. Virgilio gli indica Euripilo, indovino dell'antica Grecia che, insieme a Calcante, indicò alle navi il momento opportuno per salpare. Dalle parole di Virgilio si evince che Dante conoscesse Euripilo grazie all'Eneide, infatti la guida dice: "Euripilo ebbe nome, e così 'l canta / l'alta mia tragedia in alcun loco: / ben lo sai tu che la sai tutta quanta". Degli indovini che Virgilio mostra, Euripilo è l'ultimo della mitologia antica. La guida passa a mostrare quelli più recenti, perché astrologi e indovini erano molto in voga anche all'epoca di Dante (lo sono tutt'ora, a dire il vero). Passa Michele Scotto, medico e astrologo scozzese, il quale servì alla corte di Federico II; c'è poi Guido Bonatti, astrologo di Forlì, il quale servì diversi signori e il sovrano Federico II; poi arriva Asdente, soprannome dato in vita a un maestro calzolaio parmense di nome Benvenuto, che divenne però famoso come indovino. Indicando l'Asdente, Virgilio si lascia andare a un commento del tutto privo di pietà, ribadendo quanto un sentimento del genere non sia adatto a quelle anime: "vedi Asdente, / ch'avere intesto al cuoio e a lo spago / ora vorrebbe, ma tardi si pente". Indicando le donne che in vita furono dedite alle arti divinatorie, Virgilio commenta così: "Vedi le triste che lasciaron l'ago, / la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine; / fecer malie con erbe e con imago". Alla fine la guida incita Dante a continuare il cammino, perché la Luna è già sull'orizzonte. Nell'indicare la Luna, fa riferimento alla leggenda che ravvisava nelle macchie lunari l'immagine di Caino, condannato a portare un fascio di spine sulle spalle per l'eternità ("Ma vienne ormai, ché già tiene 'l confine / d'amenue li emisperi e tocca l'onda / sotto Sobilia Caino e le spine"). Il riferimento alla Luna conferisce all'ambiente un tocco di magia che ben si abbina ai maghi e agli indovini ospitati nella bolgia. Dante, come molti uomini della sua epoca, subisce il fascino mitologico degli indovini e degli astrologi. Vediamo da un lato la durezza della ragione, rappresentata dall'intransigente Virgilio, dall'altro il magico fascino della Luna, che non abbandona il poeta nemmeno nel suo viaggio infernale.

Francesco Abate   

mercoledì 14 marzo 2018

RECENSIONE DE "STORIA DELLA COLONNA INFAME" DI ALESSANDRO MANZONI

Inizialmente pensato per far parte della prima stesura di Fermo e Lucia, Storia della Colonna Infame è un saggio storico attraverso il quale Manzoni ci mostra come, in preda al furore, il buon senso possa venire a mancare e la legge cessi di essere giustizia.
Manzoni nel saggio analizza una vicenda giuridica del 1630. Accusati di aver unto i muri di alcune abitazioni di Milano, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora subirono un'atrocissima condanna. Furono prima torturati con ferri roventi, poi con la ruota, infine appesi sei ore e poi sgozzati. I loro cadaveri furono bruciati e le ceneri disperse nel fiume. La bottega di Mora, dove si riteneva essersi stretto il patto scellerato che portò al crimine, fu rasa al suolo e al suo posto fu eretta la "Colonna infame", che avrebbe dovuto ricordare ai posteri l'infamia degli untori condannati e la vittoria della legge contro di loro.
Lo scrittore non si limita a raccontare la vicenda, la usa come spunto per delle importanti riflessioni. Già altri scrittori prima di lui, su tutti Pietro Verri (filosofo, economista, storico e scrittore del Settecento), avevano ampiamente analizzato la vicenda. Verri, colui che aveva approfondito la storia più di tutti, si era però limitato all'aspetto giuridico, evidenziando l'abuso che si era fatto della tortura in quel procedimento. Manzoni, pur sottolineando le forzature fatte dai giudici per estorcere le confessioni a Piazza e Mora, cerca di cogliere maggiormente il lato umano della questione. All'autore della Storia della Colonna Infame preme infatti mostrarci come i giudici, che dovrebbero lavorare per assicurare la giustizia, nella foga di punire qualcuno per un crimine temuto e odioso (nel Seicento la peste mieté numerose vittime, generando quindi un vero terrore), finirono per costruire un'accusa inverosimile e la portarono avanti violando continuamente le procedure, abusando della tortura negli interrogatori. Il buon senso cedette il passo alla furia, questo Manzoni lo sottolinea più volte, trasformando gli uomini di legge in aguzzini. 
La storia che ci narra l'autore ci mostra poi il dramma dei miserabili, infatti Piazza e Mora finirono condannati all'atroce pena che ho descritto sopra, mentre il cavalier Padilla, potendosi permettere una difesa e non dovendo contare su quella d'ufficio, riuscì a mostrare l'infondatezza delle accuse e ad essere assolto. I due condannati dovettero aspettare il secolo successivo per essere assolti dalla storia: nel 1778 la Colonna, ormai divenuta simbolo dell'iniquità dei giudici, fu abbattuta e oggi ne è conservata solo la lapide nel Castello Sforzesco.

Ogni volta che leggo un classico, mi piace trovare la ragione per cui valga la pena leggerlo ancora oggi, nell'epoca in cui tutto ciò che non procura denaro viene considerato inutile. Come ho scritto sopra, Manzoni ha voluto raccontarci questa storia per mostrarci come la paura di un male oscuro, e la furia che essa genera, possano alterare le capacità di giudizio e trasformare la giustizia in ingiustizia. Per capire quanto sia attuale il messaggio di Manzoni, ci basti ricordare delle gogne mediatiche create dai giornalisti all'indomani di un delitto che ha fatto scalpore, dell'odio che spesso finiamo per provare nei confronti di una persona che nemmeno è ufficialmente accusata del delitto, e che magari alla fine ne è estranea. Ogni volta in cui noi giudichiamo senza obiettività, solo sulla base dell'emotività, commettiamo un crimine simile a quello commesso contro Piazza e Mora nel 1630. 

Francesco Abate