domenica 7 ottobre 2018

RECENSIONE DEL ROMANZO "SOSTIENE PEREIRA" DI ANTONIO TABUCCHI

Sostiene Pereira è il romanzo più famoso di Antonio Tabucchi, uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento. Dall'opera, edita nel 1994, fu tratto l'anno dopo l'omonimo film diretto da Roberto Faenza che vede nei panni del protagonista il grande Marcello Mastroianni.

Il romanzo si svolge a Lisbona nell'agosto del 1938, nel pieno del regime dittatoriale salazarista. Pereira è un giornalista che ha abbandonato la cronaca nera e dirige la pagina culturale di un piccolo giornale locale, si disinteressa completamente della politica e vive in un mondo tutto suo, immerso nei suoi adorati classici francesi (che traduce per il giornale) e nel lutto per la recente morte della moglie. Mentre un giorno pensa alla morte, si imbatte in un saggio sull'argomento scritto dal giovane Monteiro Rossi; tanto lo colpisce l'opera del ragazzo da spingerlo a mettersi in contatto con lui e assumerlo come collaboratore, dandogli l'incarico di scrivere necrologi per letterati famosi non ancora morti. Monteiro Rossi è un ragazzo molto particolare, cambia lentamente e radicalmente la vita di Pereira che, senza nemmeno capire perché, lascia che tale cambiamento si concretizzi. Dopo aver compreso il mutamento che è in corso dentro di lui, grazie al prezioso aiuto del dottor Cardoso, e dopo essere entrato direttamente in contatto con la violenta repressione attuata dalla dittatura portoghese, Pereira decide di cambiare radicalmente la propria vita.
Come sempre ho spiegato la trama in modo da non rovinarvi il finale e i punti salienti, quindi mi perdonerete se ho descritto tutto in modo molto vago.

Sostiene Pereira mostra l'impatto che i totalitarismi hanno sull'uomo. Il protagonista vive nella Lisbona del regime salazarista, in un contesto dittatoriale e fortemente repressivo, eppure si disinteressa completamente di politica e la stessa per buona parte della vicenda si intravede solo vagamente sullo sfondo. La sua vita oscilla tra la traduzione dei classici francesi e le chiacchierate con la fotografia della moglie morta, è un uomo immerso in un mondo tutto suo fatto di un passato ormai perduto e una cultura priva di valore sociale. La storia però non permette a nessuno di chiamarsi fuori; Pereira fugge il dramma politico-sociale del suo paese, ma da questo viene raggiunto e investito in pieno. Il romanzo inizia con il protagonista assolutamente avulso dalla storia del mondo per poi terminare con un uomo che decide di prendere una posizione tanto pericolosa quanto inevitabile. In questo romanzo io ho visto un monito per tutti gli intellettuali: l'uomo di cultura non può fuggire dalla realtà, arriva un momento in cui l'arte deve diventare impegno sociale e l'intellettuale deve usare le proprie qualità per favorire nella gente una presa di coscienza. Se l'intellettuale vede un po' più in là dell'uomo comune, è giusto che aiuti quest'ultimo a vedere ciò che gli sfugge.
Attraverso la figura di Pereira, Tabucchi ci mette in guardia anche da una forma di finta libertà dell'intellettuale, quella che coincide con il disimpegno. Parlando del suo giornale, quando il protagonista critica i necrologi di Monteiro Rossi perché troppo politici, Pereira lo definisce "libero e indipendente". La libertà di cui parla il giornalista non è però reale e se ne accorge lui stesso quando gli viene intimato di abbandonare la letteratura francese perché figlia di una nazione politicamente nemica, è soltanto la scelta comoda di non schierarsi, di trascurare completamente ogni problema politico così da non avere guai. Questa non è affatto libertà, è solo una maschera creata per nascondere la vigliaccheria.

Pereira in questo romanzo subisce un'evoluzione, da intellettuale chiuso nel passato e isolato dal mondo diventa impegnato e interessato alla politica. Questo suo cambio di personalità è spiegato dal dottor Cardoso, che il giornalista incontra in una clinica, attraverso la teoria dell'Io egemone. Il dottore spiega che si tratta di una teoria enunciata da i "medici filosofi" Thèodule Ribot e Pierre Janet, secondo la quale la personalità di una persona è formata da una confederazione di anime posta sotto il controllo di un io egemone, il quale ne determina i comportamenti e i pensieri. Secondo i due medici francesi, può capitare a volte che emerga un nuovo io e che diventi egemone per attacco diretto o per lenta erosione, determinando così un cambiamento della personalità. Di fatto è quello che succede a Pereira, lentamente passa dal suo disinteresse per la politica a un interesse diretto, molto rischioso, e questo cambiamento si avvia dapprima lentamente, infine viene accelerato da una violenza subita in prima persona. 
Scientificamente parlando, la teoria dell'Io egemone fu spazzata via da Freud, che riportò in auge quella di un'anima unica. Tabucchi però in un'intervista rilasciata nel 1994 al quotidiano "la Repubblica" disse: "...l'ipotesi di Binet e Ribot è molto creativa, direi anzi che è il principio stesso della fiction: in ogni libro si esprime nel protagonista un io egemone dell'autore che la struttura aiuta a emergere dalle profondità celate dentro di noi". Tabucchi applica la teoria dell'Io egemone allo scrittore.  

Oltre a quella del protagonista, una figura che merita molta attenzione è quella di don Antonio. Si tratta del parroco confidente di Pereira e attraverso le sue parole, soprattutto quelle pronunciate in occasione dell'ultimo incontro col giornalista, evidenzia la distanza che si creò in quegli anni tra i preti vicini alla gente e il clero politico. Don Antonio racconta infatti dei preti baschi, schierati contro le truppe fasciste di Franco nella Spagna straziata dalla guerra civile, e del clero di Roma che si schiera contro di loro, perché politicamente vicino alle forze reazionarie.

Sostiene Pereira è considerato a ragione uno dei migliori romanzi del Novecento. Scritto in modo molto semplice e scorrevole, riesce a proiettarci in una realtà politicamente complessa analizzandone però l'effetto sull'uomo, mettendo la politica in secondo piano. Pereira è l'uomo qualunque, avvolto nei suoi drammi personali e nelle sue aspirazioni, sceglie di essere distante da una politica che non gli appartiene e non vuole capire, finché la vita non gli insegna che non è possibile ignorare ciò che ci succede intorno, perché prima o poi finiamo per subirne gli effetti. Mi sembra evidente che l'autore non si sia posto come scopo principale quello di fornire giudizi politici, semplicemente ci dice che dalla storia non si può fuggire e prima o poi una scelta va fatta.
La bravura di Tabucchi è anche quella di usare un pretesto affascinante come la teoria dell'Io egemone per farci comprendere in modo semplice l'evoluzione del pensiero e delle azioni del protagonista, in modo molto elementare ci spiega perché il Pereira di fine romanzo è differente da quello che abbiamo conosciuto all'inizio del libro.
Il protagonista del romanzo è uno di quelli di cui ci si può innamorare. Il perfetto prototipo di uomo medio che si scontra con una realtà più grande di lui e che ha cercato di evitare in tutti i modi. La scelta finale di Pereira può quindi essere un esempio per tutti noi, ognuno deve fare la propria parte perché giustizia, verità e libertà continuino a vivere in qualsiasi contesto storico e politico. Prima o poi dobbiamo scegliere da quale parte stare.
Un romanzo bellissimo di un autore di cui certamente leggerò altro.

Francesco Abate

COMMENTO AL CANTO VII DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Poscia che l'accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: << Voi, chi siete? >>.
<< Anzi che a questo monte fosser volte
l'anime degne di salire a Dio,
fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
Io son Virgilio; e per null'altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé. >>
Terminata col canto precedente l'invettiva che Dante ha lanciato all'Italia intera e in particolar modo a Firenze, riprende il racconto dell'incontro tra Sordello e i poeti. L'anima abbraccia quattro volte Virgilio, infine si ritrae e gli chiede chi sia. Sordello infatti non ha riconosciuto il poeta mantovano, la sua gioia è motivata solo dal trovarsi innanzi un concittadino. Virgilio risponde che morì prima dell'avvento della Redenzione, quindi prima della venuta di Cristo, quando non c'era ancora l'espiazione dei peccati sulla montagna del Purgatorio, e le sue ossa furono sepolte per ordine di Ottaviano Augusto; dice infine il suo nome e spiega di aver perso l'eterna beatitudine solo per mancanza di fede, non per altri peccati. Sordello rimane esterrefatto come chi non crede a ciò che vede, poi lo abbraccia umilmente e gli rende omaggio, definendolo colui che ha mostrato la potenza letteraria della lingua latina, lo chiama poi "pregio eterno" dell'Italia e chiede se questo incontro straordinario sia il premio per un suo merito o semplicemente un'opera della grazia divina. L'anima chiede infine al poeta se viene dall'inferno e da quale cerchio. Virgilio racconta di aver superato tutti i cerchi infernali per poter giungere lì; la volontà celeste lo ha spinto a questo viaggio. Spiega il poeta inoltre che ha perduto la beatitudine eterna "non per far, per non fare", cioè non sta pagando il fio di un peccato, ma semplicemente la mancanza di fede, perché solo dopo la morte ha conosciuto la religione Cristiana e la gloria di Dio. Virgilio racconta poi di non essere relegato in un cerchio infernale, si trova nel Limbo, dove non c'è alcun supplizio ma soltanto la consapevolezza di non poter mai raggiungere Dio ("Luogo è là giù non tristo di martiri, / ma di tenebre solo, ove i lamenti / non sonan come guai, ma son sospiri."); sta con i bambini morti prima di essere liberati dal peccato originale mediante il battesimo e con i grandi spiriti che non conobbero le tre virtù teologali (fede, speranza e carità), perché non conobbero Dio, ma esercitarono le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e perciò furono uomini retti. Terminata la sua spiegazione, il poeta chiede a Sordello se può indicargli la via più breve per giungere laddove inizia il vero e proprio Purgatorio. L'anima risponde che agli spiriti dell'antipurgatorio non è imposto di restare in un luogo definito, può muoversi liberamente lungo il monte e tutt'intorno, senza però poter varcare la soglia del Purgatorio; si propone infine come guida per i due pellegrini finché non saranno giunti dove lui non potrà più proseguire. L'anima fa però notare che la notte è ormai prossima e di notte non si può procedere, è opportuno invece pensare a un buon luogo dove riposare. Propone infine di condurre i poeti da un gruppo di anime che sta in disparte, dicendo che alcune gli sono di certo note. Virgilio è sorpreso, non era al corrente di questa legge e chiede se il cammino notturno gli sarà impedito da qualcuno o se verranno a mancare loro le forze. Sordello traccia col dito una riga sul terreno e spiega che, una volta giunta l'oscurità, non sarà possibile varcare nemmeno quella, sarebbe infatti troppo alto il rischio di ritrovarsi a scendere verso il basso o a vagare senza meta intorno al monte. 
Virgilio, sentita la spiegazione, invita Sordello a condurlo presso le anime che gli aveva nominato prima. Si allontanano di poco e Dante vede che il monte in quel punto è incavato, come le valli incavano i monti della terra. Sordello dichiara di voler condurre i due pellegrini dove il fianco della montagna di avvalla, lì passeranno la notte. Camminano per un sentiero che a tratti scende e a tratti sale, arrivano sul fianco della piccola valle, in un punto posto a meno di metà dell'altezza della valletta. I colori della natura sono estremamente vivaci e Dante ce li descrive associandoli a cose belle e preziose ("Oro e argento fine, cocco e biacca, / indaco, legno lucido, sereno, / fresco smeraldo ..."). Tanto sono splendidi i colori della natura in quel luogo da essere ciascuno bello più del doppio rispetto all'omologo esistente nel mondo dei vivi. C'è anche un odore indefinibile, frutto della miscelazione di mille magnifici profumi. Dante vede delle anime sedute sui fiori che iniziano a intonare il << Salve, Regina >>, una delle quattro antifone maggiori che si recitano in onore della Vergine Maria. A causa dell'avvallamento non aveva visto prima queste anime. Sordello dice che non li condurrà da loro prima che il sole tramonti; dalla loro posizione è possibile riconoscere i volti di tutti. Inizia a indicare quindi le anime che vuole far conoscere a Virgilio. Quello che siede più in alto di tutti e non canta con gli altri, pentendosi di non essere intervenuto per regolare le sorti d'Italia, è l'imperatore Rodolfo d'Asburgo. Un altro è invece Ottocaro II, che governò la terra dove nasce la Moldava, affluente dell'Elba, che si getta a sua volta nel Mare del Nord, cioè la Boemia. Ottocaro in fasce fu già meglio di suoi figlio Venceslao da adulto, infatti quest'ultimo vive nel peccato e nella lussuria. C'è poi Filippo III l'Ardito, uomo dal naso sottile (infatti Sordello lo chiama "Nasetto"), seduto vicino ad Enrico di Navarra, detto "il Grasso"; Filippo III morì durante la ritirata dopo una battaglia contro gli Aragonesi, per questo disonorò la Francia ("morì fuggendo e disfiorando il giglio"), e ora si batte il petto in segno di pentimento. Ce n'è un altro che tiene la guancia poggiata sul palmo della mano, è Filippo il Bello, figlio di Filippo III e genero di Enrico di Navarra, e viene definito da Sordello "il mal di Francia", per questo fa soffrire i suoi due parenti. Filippo il Bello in vita fu ostile alla Chiesa e all'Impero, Dante lo ritenne uno degli uomini più corrotti del suo tempo e questo spiega il giudizio così duro formulato da Sordello. C'è poi Pietro III d'Aragona che canta insieme a Carlo I d'Angiò, loro che furono nemici in vita. Alle spalle di Pietro III c'è suo figlio, sovrano promettente che però morì giovane; Sordello rimpiange tale avversa sorte, pensando che, se il potere si fosse continuato a trasmettere in una famiglia così eccellente, le cose sarebbero andate meglio di come andarono con Giacomo II e Federico II. Raramente, dice Sordello, la virtù umana risorge dai rami, cioè raramente si trasmette di padre in figlio, perché Dio vuole che essa discenda da Lui. Si riferisce Sordello anche alla discendenza ancora in vita di Carlo I d'Angiò e Pietro III d'Aragona, per mezzo della quale il Regno di Puglia e la Provenza soffrono. Tanto meno onesto e capace del padre è il figlio di Carlo I, quanto migliore fu Pietro III del sovrano angioino (per non ripetere i nomi nel paragone, nella seconda parte Dante cita i nomi delle mogli). In solitudine siede Arrigo III, re d'Inghilterra, la cui discendenza è la migliore. Più in basso di tutti, perché non è re, siede il marchese di Monferrato, Guglielmo VII, la cui morte causò la vendetta del figlio e portò tanti lutti ad Alessandria e nel Canavese.

Il canto VII si collega al precedente sia per la presenza dello stesso personaggio, Sordello, sia per la natura, è infatti anch'esso un canto politico. Mentre nel canto VI la parte politica è sviluppata da Dante stesso attraverso l'invettiva, e Sordello funge solo da pretesto, nel VII è l'anima mantovana a rappresentare l'incarnazione dello spirito patriottico, e dalla sua voce ci giunge una panoramica sui principi che in quegli anni ebbero in mano le sorti dell'Italia e furono negligenti. Questo canto appare quasi come un'amara riflessione circa l'incapacità dei principi di svolgere il proprio ruolo, come appare evidente nella figura dell'imperatore Rodolfo d'Asburgo, che non canta perché tormentato dalle sue mancanze. Nel canto VI Dante si è lamentato dell'Italia governata male, in questo canto troviamo i colpevoli.

Francesco Abate

martedì 2 ottobre 2018

RECENSIONE DEL "DE PROFUNDIS" DI OSCAR WILDE

Il De Profundis di Oscar Wilde è una lunga lettera che lo scrittore scrisse al suo amante, Lord Alfred Douglas, durante gli ultimi mesi di detenzione nel carcere di Reading a causa del reato di sodomia. 
La stesura della lettera da parte dello scrittore avvenne tra il gennaio e il marzo del 1897, la pubblicazione dell'originale (precedentemente furono pubblicate solo delle copie piene di errori) avvenne solo nel 1959. Lord Douglas dichiarò di non aver mai ricevuto la lettera, ma a noi non è dato sapere se ciò sia vero o se fu solo un modo per snobbarne il contenuto.
Il titolo De Profundis (latino: "dal profondo") richiama il Salmo 129, il quale è un salmo penitenziale usato in suffragio dei defunti.

Per buona parte della lettera, lo scrittore rievoca la vicenda che l'ha portato alla rovina. Non lo fa per denigrare l'amante o per spingerlo a scusarsi, egli infatti ritiene che la superficialità sia "il vizio supremo", è quindi importante che il destinatario capisca ciò che ha fatto, non che se ne penta. Wilde sottolinea la grande differenza che ci fu tra il suo amore, profondo e incondizionato, e l'odio che spinse Lord Douglas a rovinargli la vita. L'odio è, dal punto di vista delle emozioni, "una forma di Atrofia" che uccide tutto tranne sé stesso. Mentre Lord Douglas agisce accecato dall'odio nei confronti del padre, non accorgendosi del baratro in cui getta l'amato, lo scrittore gli è vicino con amore e lo segue, pur sapendo che ne pagherà durissime conseguenze. Mentre scrive nel carcere, l'autore è convinto che il suo amato non si sia reso conto di essere stato lui a rovinarlo, perciò insiste affinché lo comprenda, perché "Tutto ciò che è compreso fino in fondo, è giusto". Non c'è quindi in Wilde il desiderio di ricevere scuse o di vedere l'amato implorare il suo perdono.

Oltre a ripercorrere la storia della sua caduta nel fango, Wilde si lascia andare alla descrizione della maturazione della sua anima durante il periodo di detenzione. Questa è una parte del libro molto carica di poesia e di contenuti profondi.
Pagine molto belle lo scrittore le dedica alla figura di Gesù Cristo. Lui non esalta la figura del Figlio di Dio, in lui non c'è infatti traccia di conversione religiosa, ma in Gesù vede il primo e il supremo artista da cui deriva tutta la buona arte. Egli è la perfetta fusione tra Bellezza e Dolore. Wilde lo definisce il principe degli innamorati, il quale vide che l'amore è il segreto che il mondo ha perduto e capì che solo grazie ad esso possiamo accostarci al trono di Dio. Lo scrittore contesta anche la visione di Gesù come filantropo, per lui fu invece un individualista: quando diceva di amare il proprio nemico, non lo faceva per il bene del nemico, ma per quello dell'anima a cui si rivolgeva, perché aveva capito che l'amore è meglio dell'odio; quando diceva al ricco di donare i suoi beni, non lo faceva per i poveri, bensì per l'anima del ricco, perché la ricchezza rovina l'anima più della povertà. Fu il primo individualista perché vedeva il Regno di Dio nell'anima di ciascun uomo.
Molto importanti sono anche le pagine che dedica alla scoperta del dolore. Nella sua esperienza carceraria, Wilde sente di aver compreso l'importanza di vivere il dolore. Lui ha già vissuto i piaceri, ma vivendo il dolore, comprendendo la bellezza di quest'altro lato della vita, sente che avrà una visione più completa della stessa. In lui non c'è una conversione religiosa, scopre l'importanza del dolore ma non rinnega affatto i piaceri della sua vita passata, che ritiene egualmente importanti. Non c'è in lui pentimento e non c'è neanche la volontà di diventare un uomo migliore, semplicemente sente di essere diventato un uomo più profondo. Questa sua nuova profondità non si manifesterà solo sulle azioni, ma anche nella sua arte.

Quando parliamo di Oscar Wilde, ci viene sempre in mente l'uomo che usò la sua arte e la sua vita per sovvertire ogni regola morale. I tanti aforismi che leggiamo di continuo in rete ci offrono l'immagine di un uomo cinico, che dedicò l'intera esistenza solo alla ricerca del piacere senza freni, un po' come il suo personaggio più celebre, Dorian Gray. In realtà proprio la fine di Dorian dovrebbe farci intuire che lo scrittore avesse un'anima ben più profonda, ma la lettura continua dei suoi aforismi, spesso sottratti al contesto in cui furono formulati, alimentano il mito del Wilde immorale e cinico.
Per ovviare all'equivoco di cui parlo sopra è fondamentale leggere il De Profundis. In questa lunga lettera c'è l'anima di Oscar Wilde. In essa possiamo vedere un uomo che per amore è andato incontro a una rovina prevedibile, una persona completamente in balìa dell'amore che viene maltrattata da un amante superficiale e a tratti violento. Wilde ama senza superficialità, per l'amante accetta di finire rovinato economicamente e di perdere il buon nome. Anche in carcere, l'autore sceglie di non cancellare l'amore dal suo cuore e di non cedere al rancore, sente infatti che così facendo distruggerebbe ciò che di bello rimane in lui. Lo scrittore poi nella sua esperienza carceraria opera una profonda riflessione che lo porta a una visione diversa della sua esistenza, in questo libro noi possiamo seguire la lenta maturazione di un Wilde, come egli stesso si definisce, più profondo.
Chi ama Oscar Wilde, o chi davvero vuole conoscerlo, non può sottrarsi a questa piacevolissima lettura.

Francesco Abate

mercoledì 26 settembre 2018

COMMENTO AL CANTO VI DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro prende,
e qual dallato li si reca a mente;
el non s'arresta, e questo e quello intende;
e così da la calca si difende.
Il sesto canto del Purgatorio inizia con un paragone tra l'incedere di Dante in mezzo alla folla delle anime e quello del vincitore di un antico gioco medievale chiamato "zara". La zara era un gioco in cui i giocatori dovevano indovinare la somma che sarebbe venuta fuori dal lancio di tre dadi, prendeva il nome dalla parola che veniva detta quando il turno era annullato perché era venuta fuori una somma possibile solo con l'uscita di tre numeri uguali sui tre dadi (ad esempio 18, che si poteva ottenere solo con l'uscita di tre 6). Un po' come i giochi di carte odierni, erano favoriti coloro che mentalmente riuscivano a calcolare le probabilità di uscita di determinate somme man mano che si procedeva coi lanci; sempre come i giochi di carte dei nostri tempi, era un gioco d'azzardo e il vincitore si assicurava i soldi persi dagli altri giocatori. Dante evoca un'immagine tipica della partita di zara in una qualsiasi locanda dell'epoca: il perdente rimane immerso nei suoi pensieri, dove esamina le sue mosse per capire dove ha sbagliato, in vincitore invece esce dal locale circondato da persone che gli chiedono l'elemosina, sapendo che ha appena vinto una somma cospicua, così lui dona qualche spicciolo a quelli che lo seguono più da vicino ed esce dal locale. Così come il vincitore è circondato dalla calca dei mendicanti, Dante è circondato dalle anime che gli chiedono la grazia di essere ricordate tra i vivi affinché preghino per loro e lui procede promettendo che lo farà. Dopo averci descritto la scena, il poeta procede a un elenco delle anime che riconosce nella calca. c'è Benincasa da Caterina ("l'Aretin") , il quale fu ucciso da Ghino di Tacco, che volle punirlo per aver emesso delle condanne a morte contro alcuni suoi familiari; c'è poi Guccio dei Tarlatti, ghibellino che annegò nell'Arno durante un inseguimento; a pregarlo c'è anche Federico Novello, figlio di Guido e di una figlia di Federico II, che fu ucciso dai suoi parenti; vede poi Gano, figlio del pisano Marzucco, che fu ucciso dal conte Ugolino e fece apparire forte suo padre, che riuscì a sopportare cristianamente il dolore; c'è Orso degli Alberti di Mangona, ucciso dal cugino; c'è Pierre de la Brosse, il quale accusò giustamente la seconda moglie del re di Francia Filippo l'Ardito di aver avvelenato il figliastro Luigi al fine di favorire la salita al trono di suo figlio Filippo il Bello, ma venne impiccato perché ritenuto colpevole di tradimento (Dante auspica che la regina, "la donna di Brabante", si penta affinché non finisca nell'Inferno tra i falsi accusatori). 
Una volta liberatosi dalle anime dei morti per morte violenta, i quali pregano affinché si preghi per loro e si acceleri il loro accesso al Paradiso ("quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi / sì che s'avacci lor divenir sante"), Dante manifesta un dubbio alla sua guida. Il poeta ricorda un passo dell'Eneide in cui la Sibilla invita Palinuro, morto senza sepoltura, a desistere dal pregare gli dèi affinché cambino i loro disegni perché ciò non accadrà mai. Si chiede quindi, e manifesta tale dubbio a Virgilio, se le anime del Purgatorio preghino invano affinché si abbrevi il loro periodo di penitenza o se non ha colto qualcosa nel poema virgiliano. La guida spiega di non aver scritto il falso nella sua opera, ma allo stesso tempo le anime non pregano invano: con le preci, cioè le preghiere per le anime dei defunti, non si va ad alterare il giudizio di Dio, infatti la colpa è scontata interamente dall'anima o con la penitenza o con la carità di un vivente, quindi la soddisfazione dell'Altissimo rimane inalterata. Virgilio spiega anche che nel caso di Palinuro sarebbe stata una prece pagana, perciò inefficace, perché le preghiere servono ad accorciare la penitenza solo se nate in un cuore che è nel pieno della grazia di Dio ("... La mia scrittura è piana; / e la speranza di costor non falla, / se ben si guarda con la mente sana: / ché cima di giudicio non s'avvalla / perché foco d'amor compia in un punto / ciò che de' sodisfar chi qui si astalla; / e là dov' io fermai cotesto punto, / non s'ammendava, per pregar, difetto, / perché 'l priego da Dio era disgiunto"). Il poeta mantovano è però consapevole dell'incompletezza della sua spiegazione, quindi invita il suo discepolo a non perdere più tempo su queste riflessioni, perché in cima al monte troverà Beatrice che gli chiarirà meglio il concetto. In questi versi l'autore ci spiega come la ragione non possa comprendere appieno il dogma, per una completa comprensione di queste verità è necessario affidarsi alla teologia (Beatrice). Sentito il nome dell'amata, Dante si rianima e incita il maestro a riprendere la marcia, giacché la posizione del sole rivela che ormai è già pomeriggio; Virgilio gli annuncia che viaggeranno per tutto il giorno e per un altro ancora, il viaggio perciò è ancora lungo. 
Dopo aver spiegato a Dante la durata del viaggio, Virgilio gli fa notare un'anima che si mantiene a distanza e li guarda, così decide di farsi indicare da lei la via più veloce. L'anima li vede avvicinarsi ma non muta atteggiamento, se ne sta altera, non parla e si limita a posare su di loro lo sguardo pacato. Virgilio le chiede quale sia la migliore salita, ma questa invece di rispondere chiede di dove siano. Non appena sente che Virgilio è mantovano, gli si avvicina, si presenta come Sordello e dice di essere a sua volta di Mantova, infine i due si abbracciano.
Assistendo al mutamento dell'atteggiamento di Sordello, motivato solo dal fatto di aver ritrovato un compaesano, Dante si lascia andare ad una durissima invettiva contro l'Italia, la quale comincia con dei versi celebri che spesso troviamo citati anche sui social network:
"Ah serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!"
Il poeta stavolta non attacca una specifica città, come ha già fatto nei canti precedenti, ma l'Italia intera. La definisce ostello di dolore, è una nave senza nocchiere, cioè vaga nella storia senza una guida, non è una signora ma una prostituta. A far arrabbiare Dante è la consapevolezza che, mentre Sordello accoglie festoso Virgilio per il solo fatto che proviene dalla sua stessa terra, nella penisola i cittadini si uccidono e si fanno guerra per qualche pezzetto di terra o per il potere. L'invettiva è poi estesa al di fuori delle città, anche le zone costiere non sono libere da conflitti. Il poeta si chiede a cosa sia servita la legge di Giustiniano se poi non c'è una guida forte a farla rispettare? Avere le leggi e non usarle è una colpa ancor più grave che non averle. Si rivolge poi alla gente, dicendo che se avesse chiaro il disegno di Dio (per Dante il detentore del potere temporale è frutto della volontà divina), dovrebbe sapere che ci vorrebbe un Cesare a guidare l'Italia, invece senza un uomo a tenere con forza il potere temporale nella penisola la situazione si fa sempre peggiore. Accusa poi Alberto d'Asburgo di avere abbandonato l'Italia al proprio destino invece di riportarla sulla retta via, perciò auspica che su di lui cada il giudizio delle stelle e questo sia noto al suo successore, così che regni sapendo cosa rischia. Invita Alberto d'Asburgo a vedere come i signori italiani si fanno la guerra tra loro e come sono ridotte le varie città italiane. Lo invita a vedere Roma, che piange e invoca il suo imperatore, chiedendogli perché non la riporti all'antica gloria. Ironicamente il poeta gli dice di venire a vedere la gente quanto si ama. Dante si rivolge poi a Dio, chiedendogli se i suoi occhi sono rivolti altrove e si sia dimenticato dell'Italia. Dopo il dubbio, il poeta ritrova la sua fede e si chiede se invece sia questo un disegno imperscrutabile. Le città sono piene di tiranni e ogni villano diventa un usurpatore. L'invettiva si sposta poi dall'Italia intera a Firenze. D'apprima Dante è sarcastico e dice che Firenze può ben essere contenta di non meritare le critiche che prima ha rivolto alla penisola, poi dice che il popolo fiorentino ha la giustizia in bocca ma non l'animo per metterla in pratica. Molti rifiutano gli incarichi politici perché troppo complessi, non sentendosi all'altezza, invece i fiorentini con una colpevole leggerezza sono sempre pronti a sobbarcarseli. Il poeta poi torna sarcastico, dicendo che può essere lieta Firenze perché è ricca, pacifica e governata con intelligenza. Solone e Licurgo (i due noti legislatori di Atene e Sparta) diedero al bene pubblico un servizio trascurabile, se paragonato alle tante e articolate leggi di Firenze, che non durano un mese e mezzo ("Atene e Lacedemona, che fenno / l'antiche leggi e furon sì civili, / fecero al viver bene un picciol cenno / verso di te, che fai tanto sottili / provvedimenti, ch'a mezzo novembre / non giugne quel che tu d'ottobre fili"). Dante conclude l'invettiva paragonando i  mutamenti delle leggi fiorentine ai movimenti continui e inutili dell'inferma che non trova pace mentre è coricata sul letto.   

Il canto VI del Purgatorio è un canto politico, costruito interamente al fine di contenere l'invettiva rivolta prima all'Italia e poi a Firenze. Le anime che troviamo in questi versi sono quelle dei morti di morte violenta e tutti quelli che Dante riconosce sono morti in intrighi di palazzo o in battaglie. Il poeta ci mostra prima il male, poi ne sviscera le ragioni politiche (l'assenza di un sovrano forte e di leggi ben fatte) ed evidenzia la sofferenza del cittadino nel vedere una situazione così disastrosa.
A differenza di altri canti, i dannati sono presentati molto rapidamente e nessuno parla di sé, lo spazio è lasciato quasi tutto all'invettiva, dando a questa il suo ruolo centrale in questi versi.

Francesco Abate

domenica 23 settembre 2018

RECENSIONE DE "LA NOTTE DELLA REPUBBLICA" DI SERGIO ZAVOLI

La notte della Repubblica è la trasposizione su libro della fortunata trasmissione di Sergio Zavoli che andò in onda in 18 puntate tra il 12 dicembre 1989 e l'11 aprile 1990. La stesura del libro è stata curata dallo stesso Zavoli, presenta una struttura molto simile a quella della trasmissione, solo i dibattiti di fine puntata sono stati omessi ed è stata mantenuta esclusivamente la parte documentale, così da consentire al lettore di crearsi una propria opinione.
La scelta della foto con cui ho aperto la recensione non è casuale. La cosiddetta "notte della Repubblica" fu il periodo della storia recente in cui la democrazia italiana fu chiamata alla prova più dura. In questa celebre foto vediamo uno dei più autorevoli rappresentanti della politica, Aldo Moro, segretario della DC in procinto di formare il Governo, sequestrato dal più famoso e pericoloso gruppo sovversivo italiano, le Brigate Rosse: lo Stato tenuto in scacco dal suo peggior nemico. Il sequestro Moro fu uno dei momenti più tragici, ma anche più importanti, di quel periodo, e forse ne accelerò addirittura in qualche modo la fine.
Ne La notte della Repubblica troviamo tutti gli eventi più drammatici che segnarono la storia della seconda metà del secolo scorso: gli attentati come quello alla stazione di Bologna, lo scandalo della P2, gli omicidi politici. Il libro, riprendendo una trasmissione che fu girata quando le ferite erano ancora aperte, riesce non solo a esporre la storia e analizzarla, ma trasporta il lettore nel clima di agitazione, di rabbia, di paura e di smarrimento che si visse allora. Grazie a un lavoro di documentazione molto scrupoloso, Zavoli riesce a dare un'idea della grande galassia di gruppi terroristici fascisti e comunisti che nacquero e operarono in quegli anni, analizzando con grande cura i principali, su tutti le Brigate Rosse.
Leggendo il libro di Zavoli, il lettore ha un quadro completo e dettagliato degli eventi e del clima politico-sociale in cui si svolsero. Sono riportate nelle pagine che lo compongono anche le interviste che vennero realizzate, così il lettore può entrare in diretto contatto col punto di vista di vittime e carnefici, capirne le ragioni anche al di là delle semplici questioni politiche. Considero questo libro una lettura indispensabile, permette infatti di conoscere meglio una fase della nostra storia evitando le banalizzazioni e le faziosità a cui oggi la sua lettura è soggetta.
Leggere La notte della Repubblica, in special modo le interviste realizzate ai terroristi, non permette solo di conoscere la storia, ma anche di osservare un particolare meccanismo che scattò nella mente di chi uccise o ferì in nome di un ideale. Leggendo le parole dei terroristi, diventa chiaro come l'appassionata e totale adesione all'ideale politico spinse molte persone a vedere la realtà in modo distorto, essi infatti videro nei loro atti violenti una rivoluzione, pur non avendo alle spalle un popolo che li appoggiasse, inoltre smisero di considerare le loro vittime come persone, erano solo nemici meritevoli di morte, cessarono di vederli come esseri umani con famiglie e sentimenti. L'inquietudine morale e politica del tempo attecchì tanto in coloro che scelsero di vivere in clandestinità e uccidere da spingerli in una realtà parallela assolutamente priva di fondamento. Combattevano una rivoluzione che vedevano solo loro e sostituivano il ruolo politico all'umanità. Da questo punto di vista, il libro offre anche notevoli spunti di natura psicologica e sociologica.
Il periodo storico abbracciato dal libro va dal Sessantotto, fatto di movimenti turbolenti ma di natura pacifica, al fenomeno del pentitismo, che portò alla fine del terrorismo. In mezzo è documentata una lunghissima scia di dolore e sangue, nata dall'obiettivo dichiarato di sovvertire lo Stato democratico così com'era allora strutturato. Si vede come lo Stato fu per molto tempo incapace di gestire il fenomeno del terrorismo, così come era stato incapace di cogliere i mutamenti sociali e ideologici in seno alla società, come i servizi segreti deviati addirittura depistarono le indagini su alcuni attentati, fino alla risposta finale che decretò la vittoria della democrazia sui terroristi. Essendo un'opera giornalistica, destinata quindi a un pubblico ampio, l'argomento è trattato con tanta semplicità quanta completezza, non è necessario possedere importanti rudimenti di storia per riuscire a seguirlo.

Dopo aver terminato la lettura di un libro, mi chiedo sempre se sia valsa la pena leggerlo. I giorni passati a leggere La notte della Repubblica sono stati tra quelli meglio spesi della mia vita di lettore, mi hanno permesso infatti di orientarmi meglio in un argomento appassionante e scottante, di cui in genere si parla tanto pur sapendo poco e male, di cui oggi ognuno dissotterra solo ciò che sente conveniente. Zavoli mi ha insegnato che il terrorismo fu un fatto molto complesso, non sintetizzabile con etichette come "esaltati comunisti" o "fascisti violenti", fu in realtà un black out dell'umanità di un gran numero di persone, le quali provarono a trasformare in guerra quel che nel paese reale era solo un confronto democratico, seppur molto aspro. Il libro spiega anche come sia ingiusto addossare la colpa del terrorismo alla sinistra parlamentare e ai sindacati, che ne presero le distanze e furono essi stessi vittima delle BR (non dimentichiamo Guido Rossa), e come in generale sia riduttivo associarlo a una sola fazione politica. Fortunatamente mostra anche come una democrazia, rimanendo saldamente ancorata ai suoi valori costituzionali, possa sviluppare gli anticorpi contro certe ideologie distruttive e ridurle a un brutto ricordo.

Francesco Abate

martedì 18 settembre 2018

COMMENTO AL CANTO V DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Io era già da quell'ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
una gridò: << Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca! >>.
Dante si è già separato dalle anime e segue il cammino di Virgilio, d'un tratto è distratto da una di esse che, vedendo i raggi del sole che non lo attraversano, urla il proprio stupore. Lui si volta e le vede tutte cariche di meraviglia; interviene però Virgilio, il quale lo rimprovera aspramente. La guida gli chiede perché mai si lasci tanto distrarre dalle chiacchiere altrui, lo invita a ignorarle come fa la torre che non crolla a causa del vento, infine gli spiega che quando l'uomo lascia sovrapporre tra loro più pensieri, finisce per rimandare i propri proponimenti e diventare inconcludente ("Vien dietro a me, e lascia dir le genti: / sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti; / ché sempre l'omo in cui pensier rampolla / sovra pensier, da sé dilunga il segno, / perché la foga l'un de l'altro insolla"). Dante arrossisce, mostrando così di essere sinceramente pentito della propria negligenza, e lo segue. L'asprezza del rimprovero di Virgilio si spiega col senso di colpa che ha provato quando Catone, indirettamente, l'ha rimproverato per essersi fermato con Dante a sentire il canto di Casella. Il poeta mantovano ha capito la lezione, il raggiungimento dell'eterna beatitudine è l'unico obiettivo su cui si debba concentrare, deve perciò resistere a tutte le tentazioni dell'animo umano.
Lungo la costa che incrocia il cammino dei pellegrini, si imbattono in un gruppo di anime che canta il Miserere, il salmo della penitenza. Quando le anime vedono che i raggi del sole non attraversano il corpo di Dante, interrompono il loro canto e producono un "oh!" di stupore, poi due di loro si avvicinano e chiedono spiegazioni riguardo alla natura del poeta. Virgilio spiega loro che il suo compagno di viaggio è vivo e, se si rivolgeranno a lui con cortesia, potrà fare in modo che tra i vivi si rivolgano preghiere per loro. Sentite queste parole, le anime si avvicinano al poeta con una rapidità superiore a quella delle stelle cadenti o dei lampi nelle nubi d'agosto. Dante usa queste due similitudini perché, ai suoi tempi, sia i lampi che le stelle cadenti erano giudicate effetto dell'accensione dei vapori. Tutte si avvicinano a Dante, Virgilio lo invita ad ascoltarle senza arrestare il proprio cammino. Le anime lo invitano a fermarsi e a guardare se c'è tra loro qualcuno che conosca; gli spiegano poi che furono negligenti pentitisi in punto di morte. Il poeta gli risponde che non conosce nessuno di loro, ma li invita a raccontargli le loro storie così che possa farle conoscere, così da guadagnarsi quella beatitudine che come loro sta cercando. 
Dal coro delle anime se ne separa una, quella di Jacopo del Cassero, di Fano, che fu podestà di Bologna e di Milano. Gli dice che si fida di Dante e non c'è bisogno che giuri di portare le sue notizie tra i vivi. Gli chiede di far pregare per lui la gente di Fano, sua città natale, qualora dovesse riuscire a vedere la Marca Anconetana, posta tra la Romagna e il Regno di Napoli governato da Carlo II d'Angiò ("... se mai vedi quel paese / che siede tra Romagna e quel di Carlo..."), così che possa purificare la sua anima. Ricorda che fu di Fano, ma la morte la trovò nella zona di Padova, città che la tradizione vuole fondata da Antenore, là dove credeva di essere al sicuro. Fu Azzo VIII d'Este a farlo uccidere, ma Jacopo sostiene che provava nei suoi confronti più rancore di quanto dovesse: in pratica sentiva di avere delle colpe nei confronti del duca, ma non erano tanto gravi da giustificare l'omicidio. Immagina poi che se si fosse rifugiato a Mira, un borgo tra Padova e Oriago, sarebbe ancora vivo. Ferito a morte, scappò nella palude e cadde nel fango, dove vide il sangue spandersi dalle sue ferite. Nonostante sia pentito delle sue malefatte e stia percorrendo il cammino verso la beatitudine eterna, Jacopo del Cassero prova ancora dolore per la sua morte prematura e rivive nella mente ancora gli ultimi drammatici istanti della sua esistenza terrena. ("Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, / quando fu' sovraggiunto ad Oriaco, / ancor sarei là dove si spira. / Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco / m'impigliar sì, ch'i' caddi; e lì vid'io / de le mie vene farsi in terra laco").
Subito un'altra anima si fa avanti e prega Dante, qualora la bontà divina lo porti a terminare con successo il proprio viaggio, di portare nel mondo il suo ricordo. Si tratta di Buonconte di Montefeltro, figlio di Guido, che guidò l'esercito di Arezzo contro Firenze nella battaglia di Campaldino e lì trovò la morte. Si lamenta del fatto che la moglie Giovanna non preghi per lui, lasciandolo solo nel suo cammino di redenzione. Dante chiede a Buonconte cosa accadde al suo corpo, che mai fu ritrovato dopo la battaglia: quale forza umana o divina ne impedì il ritrovamento? Buonconte racconta che ai piedi del Casentino c'è il torrente Archiano. Là dove l'Archiano si getta nell'Arno ("Là 've il vocabol suo diventa vano") arrivò ferito gravemente alla gola e fuggendo a piedi. Nel momento in cui la vista si appannò e la parola morì, gli venne in mente l'Ave Maria e morì recitandola. Quello che accadde dopo è così stupefacente che raccomanda a Dante di riportarlo ai vivi: l'angelo di Dio prese la sua anima mentre un angelo dell'Inferno, che invano la reclamava, decise di infierire sul corpo senza vita e scatenò un temporale così violento che fece esondare il fiume, così le acque sciolsero la croce che con le braccia Buonconte si era formata sul petto e trascinarono il corpo sul fondo dell'Arno ("Quivi perdei la vista, e la parola; / nel nome di Maria finì; e quivi / caddi, e rimase la mia carne sola. / Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi: / l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno / gridava: "O tu del ciel, perché mi privi? / Tu te ne porti di costui l'etterno / per una lagrimetta che 'l mi toglie; / ma io farò de l'altro altro governo!". / ... / Lo corpo mio gelato in su la foce / trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse / ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce / ch'i' fe' di me, quando 'l dolor mi vinse; / voltommi per le ripe e per lo fondo, / poi di sua preda mi coperse e cinse "). Le parole di Buonconte sostengono la teoria del potere demoniaco sui fenomeni atmosferici, il male scatena la tempesta al solo fine di far sparire il corpo di Buonconte, come per renderne meno dolce la salvezza ottenuta in punto di morte. Nell'immagine del demonio che porta invano le proprie rimostranze all'angelo, vi è anche a mio parere una fotografia dell'impotenza del male contro la misericordia divina. Il male può agire sul corpo e farne strazio, ma quella preghiera fatta in punto di morte basta a privarlo di ogni potere sulla parte più importante dell'essere umano, cioè l'anima. Inoltre si può dedurre dall'immagine che il corpo è inesorabilmente destinato a subire le azioni del male, non ha scampo, è l'anima l'unica parte dell'uomo che può fuggirlo.
L'ultima anima che si rivolge a Dante è Pia de' Tolomei. Con molta delicatezza, chiede al poeta di ricordarsi di lei quando avrà finito il suo viaggio e si sarà riposato. Si presenta, dice di essere nata a Siena e morta in Maremma, poi accenna appena alla sua storia. Di Pia de' Tolomei non sappiamo molto di più rispetto a ciò che ci racconta Dante, le cronache dicono soltanto che a causare la sua morte fu la gelosia del marito o la sua volontà di sposare un'altra donna. Lei però non accusa direttamente il consorte, semplicemente allude al fatto che lui sa che lei morì violentemente in Maremma.

Il canto V è incentrato principalmente sulle storie delle anime che Dante incontra. Jacopo e Buonconte sono avversari politici, hanno combattuto la stessa battaglia e hanno fatto una fine tremenda. Sono ancora fortemente legati alla propria vita terrena, la cui tragica fine ricordano con dolore e sentono il bisogno di condividere. La redenzione che arriva attraverso il pentimento qui trascende la politica, le ideologie opposte non cambiano l'immagine dell'anima agli occhi di Dio.
La figura di Pia, nella sua diversità, dà un tocco dolce al canto. Ci viene presentata una donna mite e delicata, che parla senza però voler caricare l'interlocutore di alcuna responsabilità, non vuole pesare. Le sue poche parole non servono a raccontare quanto cruenta fu la sua fine o il suo pentimento, lei ricorda suo marito e le sue nozze. Nonostante sia lui il suo assassino, nemmeno lo accusa direttamente, ma fa solo un'allusione velata alla vicenda. Anche Pia è legata ancora alla sua vita terrena finita prematuramente, ma non concentra i suoi pensieri sul momento della morte, bensì su quelli d'amore, e si esprime con una delicatezza che quasi cancella l'asprezza dei versi precedenti. Non a caso la figura di Pia, arricchita di elementi romanzeschi, ebbe molta fortuna nel Romanticismo.
In questo canto, dove abbiamo letto di tre morti violente, vediamo chiaramente una delle grandi differenze tra l'Inferno e il Purgatorio. Nella prima cantica i morti di morte violenta esprimevano un aspro rancore nei confronti dell'assassino, manifestando l'umana tendenza alla vendetta e augurandogli spesso una dannazione peggiore della loro. In questo canto del Purgatorio invece le vittime accennano appena ai loro assassini, pur in alcuni casi descrivendo nei dettagli la loro morte. Non c'è l'auspicio che l'assassino patisca una sorte peggiore, non ci sono parole di vendetta. Lo stato delle anime del Purgatorio è quello di chi vede la beatitudine, non c'è spazio in loro per il risentimento.

Francesco Abate


domenica 9 settembre 2018

COMMENTO AL CANTO IV DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si raccoglie,
par ch'a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch'un' anima sovr'altra in noi s'accenda.
E però, quando s'ode cosa o vede
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene il tempo e l'uom non se n'avvede;
ch'altra potenza è quella che l'ascolta,
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.
Tutto preso dalle parole di Manfredi, Dante non si accorge più del passare del tempo. Nei suoi versi il poeta, per descriverci questa mancata percezione, riporta e smentisce il pensiero dei neoplatonici secondo cui l'essere umano ha più anime. Il poeta dice infatti che per una ragione particolare una delle facoltà dell'animo umano (che sono: vegetativa, sensitiva e razionale) può essere così presa da annullare le altre due, ma non c'è affatto la manifestazione di un'altra anima, come viene sostenuto dai neoplatonici. Lui è in questo stato, preso dalle parole di Manfredi, e perde completamente la percezione del tempo che passa. Si rende conto che il sole è salito di ben cinquanta gradi, quindi sono passate tre ore e venti minuti dall'alba (il sole sale di quindi gradi ogni ora). Non appena la schiera delle anime gli indica il sentiero e si allontana, Virgilio si incammina lungo un sentiero più stretto del varco della siepe che il contadino richiude con una piccola forca di pruni per difendere l'uva, seguito da Dante. Il poeta, che a causa dell'esilio ha percorso alcune delle alture più scoscese d'Italia, ci fa capire quanto arduo sia il percorso dicendo che per l'uomo sarebbe bene poter volare per percorrere quel sentiero, invece lui lo scala e segue il maestro che lo guida. I due salgono per una viuzza stretta scavata nella roccia, poi si trovano allo scoperto. La via è ardua, come quella della penitenza che porta alla virtù: quest dura salita è quindi tutta una metafora. Dante chiede al maestro che via seguiranno e questi gli raccomanda di non sbagliare alcun passo e di seguirlo finché non apparirà una nuova guida. Il poeta vede come l'altezza del monte sia tale da renderne invisibile la sommità, mentre la pendenza supera i quarantacinque gradi. Stanco, chiede al maestro di guardarlo, convinto che resterà indietro e solo se questi non si fermerà un poco. Virgilio lo esorta a tirarsi su un ripiano del pendio, così i due si mettono seduti e Dante può guardare la salita percorsa, quella vista che dà gioia allo scalatore ("A seder ci ponemmo ivi ambedui / volti a levante ond' eravam saliti, / che suole a riguardar giovare altrui"). Seduto, il poeta prima guarda in basso, poi volge lo sguardo verso il sole e nota che si trova alla sua sinistra. Virgilio si accorge che il suo allievo ha colto questa stranezza e gli dice di immaginare come Gerusalemme sia esattamente agli antipodi della montagna del Purgatorio: quando nell'altro emisfero il sole viaggia verso nord, in questo si muove verso sud ("Ben s'avvide il poeta ch'io stava / stupido tutto al carro de la luce, / ove tra noi e Aquilone intrava. / Ond'elli a me: << Se Castore e Polluce / fossero in compagnia di quello specchio / che su e giù del suo lume conduce, / tu vedresti il Zodiaco rubecchio / ancora a l'Orse più stretto rotare, / se non uscisse fuor del cammin vecchio. / Come ciò sia, se 'l vuò' poter pensare, / dentro raccolto, imagina Siòn / con questo monte in su la terra stare / sì, ch'amedue hanno un solo orizzòn / e diversi emisperi; onde la strada / che mal non seppe carreggiar Fetòn, / vedrai come a costui convien che vada / da l'un, quando a colui da l'altro fianco, / se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada >>"). Dante mostra di aver capito, aggiungendo che l'equatore è tanto distante dal Purgatorio (circa 32° a sud del Tropico del Capricorno) quanto da Gerusalemme (32° a nord del Tropico del Cancro), poi chiede al maestro di dirgli quanto dovranno ancora salire, infatti la montagna è così alta che non ne vede la fine. Il maestro gli spiega che questa montagna è durissima da scalare per chi parte dal basso, ma più si va su e meno diventa faticosa da risalire, e arriverà un momento in cui salire sarà leggero come navigare seguendo la corrente: in quel momento sarà alla fine della scalata e potrà liberarsi dai suoi affanni. Quello che accadrà dopo non può dirglielo perché non lo sa. 
Virgilio ha appena terminato di esortare Dante a riprendere la sua fatica fisica e morale, quando una voce, quasi a volerlo contrastare, gli dice che forse prima dovrebbero starsene seduti e riposare. I due si girano in direzione della voce e scorgono una gran pietra di cui non s'erano accorti, dietro la quale ci sono delle persone sedute. Una di loro, che sembra stanca, siede e tiene le ginocchia tra le braccia, tenendo il viso tra le ginocchia. Visto quest'uomo, Dante dice al suo maestro, con tono palesemente ironico, di guardare uno che sembra fratello della pigrizia. L'anima risponde a tono, invitando lui a scalare la montagna, visto che è valente, ma lo fa senza nemmeno girare il viso, come se anche il leggero movimento della testa gli costasse troppa fatica ("<< O dolce segnor mio >> diss'io, << adocchia / colui che mostra sé più negligente / che se pigrizia fosse sua serocchia. >> / Allor si volse a noi, e puose mente, / movendo 'l viso pur su per la coscia, / e disse: << Or va tu su, che se' valente! >>"). Dante riconosce dalla voce e dalla pigrizia Belacqua, un fabbricatore di liuti e chitarre fiorentino famoso per la sua pigrizia. Nonostante sia ancora stanco della scalata gli si avvicina di più. Belacqua alza la testa e gli chiede se ha visto che il sole segue il cammino inverso rispetto al mondo dei vivi. C'è da notare che nella sua domanda non c'è la voglia di apprendere che troviamo nei discorsi tra Dante e Virgilio, è da vedere un po' come le considerazioni che si fanno sul clima quando si incontra qualcuno e non si sa cosa dire. Il poeta, ricordando la sua pigrizia, sorride a quelle brevi frasi e alla sua manifesta voglia di non muoversi, mostra di averlo riconosciuto, dice di non temere più adesso per la sua sorte (sa che non è dannato) e gli chiede se stia aspettando che qualcuno lo accompagni o se sia stato ripreso dalla sua antica pigrizia. Belacqua gli spiega che non avrebbe senso per lui salire, infatti l'angelo che presidia la porta del Purgatorio non lo lascerebbe entrare perché ai negligenti che si pentirono solo al termine della vita spetta stare nell'antipurgatorio tanto tempo quanto ne vissero nell'impenitenza; solo le preghiere per la sua anima potrebbero abbreviare la sua attesa. Il loro dialogo è interrotto da Virgilio, il quale esorta Dante a riprendere il cammino perché la notte sta già per coprire il Marocco.

Questo canto, se si eccettua la parentesi di Belacqua e la sua spiegazione circa la penitenza dei negligenti, è contraddistinto dalle indicazioni astronomiche. In questi versi il poeta ci descrive il movimento del sole nell'emisfero dov'è il monte del Purgatorio, così facendo spiega con precisione la forma della Terra. Il canto inizia con le considerazioni sul movimento del sole nell'emisfero del Purgatorio, con diverse indicazioni astronomiche, e termina con qualcosa di simile quando Virgilio dice che "cuopre la notte già col piè Morrocco". 
Altro elemento che rende importante questo canto è la spiegazione del cammino lungo la montagna. Virgilio spiega a Dante che la salita sarà sempre meno ripida man mano che si sale, finché non diventerà simile al navigare lungo la corrente. Non si tratta di un semplice incoraggiamento, viene accennato come la penitenza patita dalle anime sarà più lieve man mano che esse saliranno e che patiranno di più coloro che partono dall'antipurgatorio. Virgilio anticipa anche che, giunto al Paradiso Terrestre, non potrà più essere la guida di Dante. 

Francesco Abate