domenica 24 marzo 2019

COMMENTO AL CANTO XXII DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Già era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
e quei c'hanno a giustizia lor disiro
detti n'avea beati, e le sue voci
con << sitiunt >>, sanz'altro, ciò forniro.
Dante, Virgilio e Stazio stanno salendo verso la sesta cornice. Si sono lasciati alle spalle l'angelo, il quale con un colpo d'ala ha cancellato la P dalla fronte del poeta fiorentino e ha cantato la beatitudine di coloro che hanno sete di giustizia. L'autore ci specifica che la creatura divina, nel citare la beatitudine, omette la fame di giustizia. Il testo evangelico cita: "Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur" ("Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati"); Dante ci dice espressamente che l'angelo cita solo "sitiunt", cioè la sete, omettendo quindi la fame, la quale sarà protagonista della cornice superiore, che è la cornice dei golosi. 
Dante si sente più leggero rispetto alle risalite precedenti, tanto da non aver difficoltà a stare dietro a Virgilio e Stazio. D'un tratto il poeta mantovano si rivolge a Stazio, il quale nel canto precedente gli ha manifestato grandissima ammirazione e devozione: gli dice innanzitutto che l'amore nato dalla virtù tende sempre a manifestarsi, perché desideroso di comunicare il proprio bene; spiega poi di aver da sempre ammirato Stazio, conosciuto di fama grazie alla discesa nel Limbo di Giovenale, il quale fu un grande ammiratore della Tebaide; infine gli chiede, rivolgendosi come un amico e non come un conoscente, come possa l'avarizia aver attecchito nel cuore di un uomo tanto saggio e assennato ("... << Amore, / acceso di virtù, sempre altro accese, / pur che la fiamma sua paresse fore; / onde da l'ora che tra noi discese / nel limbo de lo 'nferno Giovenale, / che la tua affezion mi fé palese, / mia benevoglienza inverso te fu quale / più strinse mai di non vista persona, / sì ch'or mi parran corte queste scale. / Ma dimmi, e come amico mi perdona / se troppa sicurtà m'allarga il freno, / e come amico ormai meco ragiona: / come poté trovar dentro al tuo seno / loco avarizia, tra cotanto senno / di quanto per tua cura fosti pieno? >>").
Sentite le parole di Virgilio, Stazio prima si lascia andare a un sorriso, che subito spegne, poi risponde: manifesta innanzitutto la gioia di sentirsi ammirato dal suo idolo; poi ne giustifica l'errore, dicendo che spesso si può sbagliare quando le vere cause degli eventi non sono manifeste; infine spiega di non essere stato un avaro, in realtà nella quinta cornice ha scontato il peccato opposto, cioè la prodigalità. Stazio dice poi che si ravvide del suo peccato proprio grazie alla lettura dell'Eneide, vi è infatti un passo, dove Virgilio narra dell'uccisione di Polidoro per mano di Polinestore, in cui l'autore si scaglia disgustato contro la fame d'oro e i delitti a cui spinge. Dante legge e riporta in modo differente l'esclamazione virgiliana, trasformandola da semplice esclamazione d'orrore e monito contro avari e prodighi ("Perché non reggi tu, o sacra fame / de l'oro, l'appetito de' mortali?"). Scopriamo qui che Virgilio non fu per Stazio solo una stella polare della poesia, fu soprattutto un maestro di vita grazie al quale poté salvarsi dal peccato in cui si stava consumando. Spiega infine che i peccati opposti si purgano nella medesima cornice e mediante la stessa pena, per questo giaceva tra gli avari pur essendo colpevole di prodigalità; esclama inoltre che tanti prodighi non si pentono e restano ignari del proprio peccato, dannandosi per l'eternità (e il giorno del Giudizio risorgeranno coi crini scemi).
Sentita la spiegazione di Stazio, in Virgilio nasce un altro dubbio, che subito manifesta. Nella Tebaide, dove il poeta narra della guerra tra i due figli di Giocasta, la quale ebbe doppia trestizia perché li vide morire entrambi, il poeta mantovano non vede alcun segno di adesione alla fede cristiana, senza la quale non è sufficiente operare bene, perciò gli chiede quale evento divino o quale mutamento della sua volontà lo abbiano portato poi alla conversione. Stazio risponde che fu lo stesso Virgilio a guidarlo: come la persona che cammina nella notte col lume dietro e fa luce a chi lo segue, il poeta mantovano prima lo ha condotto alla poesia e poi, con la predizione della nascita di un fanciullo che avrebbe aperto la strada a un ritorno della giustizia, alla fede in Cristo. I versi a cui fa riferimento Stazio nell'Eneide probabilmente preannunciano la nascita di Salonino, figlio di Asinio Pollione, ma già Lattanzio e l'imperatore Costantino ne diedero un'interpretazione cristiana. Lo stesso sant'Agostino ammise come possibile un'ispirazione divina dietro alla composizione di questi versi. Attraverso le parole di Stazio perciò, Dante accoglie un'interpretazione in senso cristiano dei versi pagani di Virgilio. Dopo aver accennato al ruolo del maestro nella sua conversione, Stazio decide di arricchire la sua storia coi particolari ("ma perché veggi mei ciò ch'io disegno, / a colorare stenderò la mano"): già si stava diffondendo nel mondo il Cristianesimo e lui notò il nesso tra i versi sopra citati dell'Eneide e il Vangelo, così prese l'uso di unirsi ai cristiani e ascoltarne la predicazione; tanto gli parvero puri nei costumi i cristiani, che pianse quando Domiziano li perseguitò, e finì per convertirsi alla loro dottrina e farsi battezzare prima di terminare la Tebaide; per molti anni nascose la sua fede e si comportò da pagano, per questo ha scontato per più di quattrocento anni la sua pena nella cornice degli accidiosi. Terminata la spiegazione, Stazio chiede a Virgilio dove siano altri grandi poeti come Terenzio, Cecilio, Plauto e Varro. Il poeta mantovano spiega che questi, insieme a Omero ("quel greco che le Muse lattar più ch'altri mai"), sono nel Limbo e spesso ragionano della poesia ("del monte che sempre ha le nutrice nostre seco"). Virgilio poi si lascia andare a un breve elenco di poeti greci presenti nel Limbo (Euripide, Antifonte, Simonide, Agatone) e di personaggi della mitologia greca (Antigone, Teti, ecc.).
I poeti giungono alla cornice e si guardano intorno in silenzio, già sono passate le prime quattro ore del giorno. Virgilio dice che conviene procedere verso destra così come hanno sempre fatto; così, dichiara l'autore, stavolta è l'abitudine la loro guida. Procedono i due poeti latini davanti, Dante li segue e in silenzio ascolta i loro discorsi, ricavandone utili insegnamenti ("Elli givan dinanzi, e io soletto / di retro, e ascoltava i lor sermoni, / ch'a poetar mi davano intelletto"). Il bel momento è interrotto dalla vista di un albero posto in mezzo alla strada, carico di pomi dall'aspetto invitante; come l'abete ha i rami sempre più radi man mano che si sale, così quest'albero li ha sempre più radi man mano che ci si avvicina alla base, probabilmente per evitare che qualcuno possa salirvi. Dal lato della parete rocciosa scorre una chiara fonte che ne bagna le foglie. Stazio e Virgilio si avvicinano alla pianta, da cui d'improvviso si alza una voce che urla: << Di questo cibo avrete caro >>. Siamo nella cornice dove sono puniti i golosi, i quali patiscono la fame e la sete con davanti agli occhi la vista di questi magnifici frutti bagnati dalle limpide acque di un ruscello. La voce ammonitrice inizia poi a elencare esempi di virtù contraria alla gola: Maria alle nozze di Cana chiese a Gesù di mutare l'acqua in vino non per soddisfare una propria voglia, ma solo preoccupata che le nozze di svolgessero senza turbamenti e privazioni; le donne dell'antica Roma, come affermò Valerio Massimo, si accontentavano di dissetarsi con acqua; il profeta Daniele, il quale ottenne la Dio la capacità di interpretare i sogni per essersi rifiutato di sedere alla mensa di Nabucodonosor; durante l'età dell'oro, la prima età del genere umano, la fame e la sete rendevano gradito ogni cibo; Giovanni Battista nel deserto si nutrì di locuste e mele, perciò fu tanto grande da essere esaltato da Gesù in persona.

Il canto XXII del Purgatorio si può giudicare come una celebrazione della poesia. A essere esaltato non è soltanto il valore estetico dei versi quali portatori di bellezza, ma anche la loro funzione di esaltazione dell'animo umano.
La figura di Dante si defila completamente, dominano i versi Stazio e Virgilio, l'autore è solo testimone del loro dialogo. Siamo al cospetto di due poeti pagani, non hanno avuto nulla a che fare col Cristianesimo (della conversione di Stazio leggiamo solo nella Divina Commedia, non sembra esserci un fondamento storico), hanno cantato leggende pagane riguardanti popoli pagani (Roma, Troia, l'antica Grecia). Le due figure servono come esaltazione della poesia al di là del suo valore estetico, infatti attraverso Stazio viene introdotta la chiave di lettura cristiana dei versi dell'Eneide di Virgilio. Inconsapevolmente, il poeta mantovano è stato mezzo dell'azione divina e ha salvato delle anime dalla dannazione; non lui, ma la poesia ch'era dentro di lui, è servita da tramite dell'azione divina: coi versi di Virgilio, Dio ha salvato l'anima di Stazio. Vediamo perciò una poesia che non serve solo a intrattenere, ma a dare delle direttive morali e a porre sulla retta via, diventa una guida verso la salvezza dell'anima. Quello che Dante fa con Stazio, cioè il recupero morale della poesia classica, divenne presupposto per molti letterati e filosofi medievali, fu quindi l'inizio di una rinascita della poesia classica e forse una delle ragioni per cui essa è sopravvissuta al mutamento dei costumi e delle credenze.
Per Pietro, figlio di Dante e commentatore della Commedia, Stazio rappresenta la filosofia morale, la quale si affianca alla ragione umana (Virgilio) per condurre il poeta fino a dove dovrà intervenire la teologia, Beatrice. Quindi la ragione umana può arrivare a comprendere l'universo fino a un certo punto, poi necessita dell'intervento della filosofia morale e infine, per la piena comprensione dei misteri divini, serve la teologia.

Francesco Abate  

giovedì 21 marzo 2019

IL LABIRINTO E LA SCRITTURA DEL DIO IN BORGES

Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges è uno degli autori più importanti della letteratura mondiale. La sua grande capacità è quella di inserire dentro storie apparentemente semplici riflessioni filosofiche molto profonde. Lessi un paio d'anni fa una delle sue raccolte di racconti più famose, L'Aleph (https://culturaincircolo.blogspot.com/2016/07/letteratura-studio-dellaleph-di-borges.html), e a distanza di tanto tempo alcuni di quei brani ancora mi tornano in mente e mi chiedono di essere riletti per essere compresi a fondo.

Due sono i racconti che a distanza di tanto tempo hanno attirato su di sé la mia attenzione: Abenjacàn il Bojarì, ucciso nel suo labirinto e La scrittura del Dio.
I due racconti, sebbene inseriti consecutivamente nella raccolta, e sebbene trattino in un certo qual modo dell'universo intero partendo da una prigionia, sono tra loro molto differenti e per questo chiedono di essere analizzati singolarmente.

Abenjacàn il Bojarì è una storia ambientata in Inghilterra e narrata con le voci dei due protagonisti, Dunraven e Unwin, i quali non sono altro che due ragazzi impegnati in una passeggiata di piacere. Durante questa scampagnata, Dunraven racconta all'amico la storia di Abenjacàn, il quale uccise il suo visir e rubò un tesoro nel Sudan, poi fuggì in Inghilterra dove si nascose in un immenso labirinto color cremisi per fuggire l'ira del fantasma della sua vittima. Unwin, ascoltata l'intera storia, ci riflette e la ribalta completamente.
Questo racconto, il quale termina con la visione ribaltata della storia che abbiamo conosciuto da Dunraven, è in un certo senso l'immagine del ribaltamento di ogni cosa. Tale concetto è ribadito dall'introduzione della figura del Minotauro, il quale ci viene descritto dalla mitologia greca come mostro dal corpo umano e testa taurina, ma che probabilmente Dante Alighieri sapeva all'inverso, cioè con testa umana e corpo taurino (equivoco giustificato da alcune fonti che si limitavano a descrivere il mostro come "metà umano e metà taurino"). Tutto ruota intorno al labirinto, luogo simbolo dello smarrimento, dove è possibile sparire per sempre. Unwin nella sua visione diversa della realtà, nota come il labirinto costruito da Abenjacàn sia troppo vistoso, si vede fin dalla costa, e constata come non ci sia miglior labirinto della città e del mondo intero. Il nascondiglio per antonomasia diventa perciò luogo di palesamento, una freccia che indica il punto esatto dove trovare chi invece sostiene di volersi nascondere. Pur nella sua versione ribaltata, il labirinto resta però un luogo di mistero, dove tutto ciò che accade è impossibile da conoscere e per questo la realtà può uscirne alterata. Attraverso l'uso di questa costruzione, il protagonista può ribaltare completamente la realtà, trasformarsi da vittima a carnefice, da preda a predatore. Tutto però avviene laddove la realtà non è fissa e non è constatabile, quindi ogni sentenza resta una supposizione: tutto ciò che accade nel labirinto è oscuro, non perfettamente conoscibile, quindi delle realtà che ospita non ci sarà mai certezza. Alla fine, come detto prima, Unwin ribalta completamente la storia narrata da Dunraven e lui non obietta nulla, ma di fatto non possiamo sapere con certezza chi dei due abbia ragione. Possiamo ritenere più logica la riflessione di Unwin, ma non potremo mai dimostrare in modo incontrovertibile che egli abbia ragione. 
Il labirinto creato da Borges in questo racconto è perciò un luogo che si mostra e attira a sé, non nasconde la propria esistenza e il proprio contenuto, però dentro di sé ospita la mancanza di conoscenza e l'incertezza. La realtà può essere percepita in modo differente a seconda della logica che si vuole seguire per interpretarla, così come in un labirinto si sceglie una strada diversa e si giunge in una sala differente, e non abbiamo i mezzi per poter stabilire quale sia la via giusta e quale sia quella sbagliata: ognuno segue la propria in base alle proprie inclinazioni, arrivando al proprio traguardo che nessuno potrà dire sbagliato. Detto in questi termini, è chiaro che il labirinto di Borges è una metafora dell'intero universo, il quale è palese e visibile intorno a noi, eppure non ci permette di conoscerlo appieno, così ognuno di noi nel tentativo di comprenderlo sceglie la propria strada e giunge alle proprie conclusioni, le quali però non sapremo mai se davvero esatte.  

L'altro racconto che mi ha colpito è La scrittura del dio, il quale narra di Tzinacàn, sacerdote di Qaholom, tenuto chiuso in una prigione oscura. In questo stato di cattività e limitazione estrema, egli si abbandona alle riflessioni sul divino e sul messaggio che Qaholom ha lasciato scritto sul mantello del giaguaro. Non può evadere fisicamente dalla prigionia, lo fa quindi spiritualmente.
Il racconto è una lunga riflessione filosofico-teologica dove il protagonista giunge alla visione della totalità dell'universo e riesce a interpretare il messaggio del dio. In possesso di quelle parole, egli può diventare onnipotente, evadere dal carcere, uccidere il carceriere e regnare sulle terre di Montezuma. Nel momento in cui ha acquisito questa onnipotenza però, Tzinacàn non è più l'individuo Tzinacàn, bensì è un'impersonale parte dell'infinito, quindi non gli interessa niente né del carcere, né della vendetta, né del potere. 
Il messaggio che Borges lancia attraverso questo racconto è molto forte: la ricerca dell'Assoluto è sempre fine a sé stessa, è da stupidi dedicarvisi per ottenere un vantaggio. Nel momento in cui si viene a conoscenza delle verità profonde dell'universo, si cessa di essere l'individuo che si era, si dimenticano tutti i bisogni materiali che normalmente tormentano la nostra anima, e si diventa perfetti in quanto parte dell'Assoluto.

In questo post mi sono limitato ad analizzare i due racconti de L'Aleph che più di tutti mi avevano colpito. Rileggendoli, ho potuto apprezzare nuovamente la grandezza di Borges, infatti temi tanto complessi vengono trattati con grande semplicità, le storie inoltre sono scritte in un linguaggio raffinato che si fa leggere con piacere. 
Vi consiglio di dedicare qualche ora di lettura a questo scrittore, e a questo libro in particolare, vi sentirete come al cospetto di un saggio filosofo che, con semplicità e calma, attraverso storie e metafore, vi svelerà il linguaggio dell'universo.

Francesco Abate

domenica 10 marzo 2019

COMMENTO AL CANTO XXI DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

La sete natural che mai non sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,
mi travagliava, e pungeami la fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
Il ventunesimo canto del Purgatorio si apre così come si è concluso il ventesimo, con Dante desideroso di saperne di più circa il terremoto che ha scosso la montagna ma impossibilitato dalla fretta e dalla strada accidentata a fare domande; la sua curiosità non è quella che si può saziare con la ragione umana, ma solo con l'intervento della grazia divina, quindi con l'acqua della vita che Gesù offrì alla donna samaritana in un celebre passo del Vangelo di Giovanni. Improvvisamente, così come nel Vangelo di Luca si narra che Gesù risorto apparì ai discepoli sulla via di Emmaus, un'anima che sta alle loro spalle e di cui loro non si sono accorti, troppo impegnati a guardarsi i piedi per non calpestare le anime, gli rivolge la parola ("Ed ecco, sì come ne scrive Luca / che Cristo apparve a' due ch'erano in via, / già surto fuor de la sepulcral buca, / ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia, /dal piè guardando la turba che giace; / né ci addemmo di lei, sì parlò pria"). Per introdurre la nuova anima, Dante ne paragona l'apparizione a quella del Cristo risorto, continuando così lungo il filo conduttore del bisogno della grazia per la liberazione dai dubbi che lo attanagliano. L'anima saluta i due pellegrini che solo ora si accorgono di lei. Virgilio risponde al saluto augurandogli che Dio gli conceda la salita al Paradiso, poi si lascia andare a una triste considerazione e ricorda come a lui sia negata per l'eternità questa speranza ("... << Nel beato concilio / ti ponga in pace la verace corte, / che me rilega ne l'etterno essilio >>"). Sentendo le parole di Virgilio, l'anima si stupisce e si chiede come possano due non ammessi a godere della beatitudine eterna essere giunti fin lassù. Subito il poeta mantovano chiarisce l'equivoco indicando le P sulla fronte di Dante, le quali denotano che è degno di stare nel Purgatorio; spiega poi che il suo protetto è ancora vivo, non vede nel mondo dell'oltretomba tanto bene da poter procedere da solo e per questo lui è stato tratto dall'Inferno per accompagnarlo fin dove gli sarà concesso ("e mosterolli oltre quanto 'l potrà menar mia scola "). Per dire che il poeta fiorentino è ancora vivo, Virgilio si richiama al mito latino delle Parche: Lachesi sta ancora filando la quantità di lana che Cloto pone e avvolge sulla rocca ("Ma perché lei che dì e notte fila / non li avea tratta ancora la conocchia / che Cloto impone a ciascuno e compila"). Spiegato come stanno le cose all'anima, la guida le chiede la ragione del terremoto e dell'urlo che prima hanno spaventato Dante. Virgilio può leggere nella mente del suo protetto, quindi è consapevole della sua curiosità e approfitta del nuovo incontro per soddisfarla.
L'anima spiega che la montagna non è soggetta a nessun evento disordinato o non prestabilito da Dio, non ci sono eventi atmosferici o altre alterazioni tipiche delle montagne presenti nel mondo dei vivi; essa trema quando un'anima ha completato la propria purificazione e ascende all'Eden, e quando questo accade le anime lanciano un urlo. In pratica viene spiegato che, così come il paesaggio dell'Inferno serve ad accrescere la pena di chi in esso viene relegato, la montagna del Purgatorio partecipa alla gioia della redenzione di un'anima e viene assecondata da tutte le altre anime che ospita. L'anima spiega poi che l'unica prova che si ha quando si è liberi dal peccato è la propria volontà, la quale si rafforza lentamente durante l'espiazione grazie all'azione divina. Dichiara infine di essere rimasto in questa cornice cinquecento anni e di essere ora pronto per una miglior soglia, cioè il Paradiso, per questo c'è stato il terremoto e le anime hanno ringraziato il Signore. Il discorso del neo redento termina con un augurio, egli infatti auspica che Dio invii presto anche le altre anime del Purgatorio in Paradiso. 
Le parole appena udite soddisfano Dante come chi si beve dopo aver patito a lungo la sete. Virgilio, sentendo che il suo protetto è soddisfatto, chiede all'anima chi fu in vita e perché tanto tempo è stata a purificarsi nella quinta cornice. L'anima risponde che visse al tempo in cui l'imperatore Tito distrusse, con l'aiuto di Dio, la città di Gerusalemme e vendicò la crocifissione di Gesù; tanto furono apprezzati i suoi versi da essere portato da Tolosa a Roma, dove ricevette l'incoronazione poetica; si chiamò Stazio e scrisse di Tebe e di Achille (Tebaide e Achilleide), ma la seconda opera non riuscì a completarla a causa della morte. Una volta presentatosi, Stazio dichiara di essere stato ispirato dall'Eneide, che altri mille ha ispirato e fu per lui madre e nutrice, e senza quel poema non sarebbe riuscito a comporre niente ("Al mio ardor fuor seme le faville, / che mi scaldar, de la divina fiamma / onde sono allumati più di mille; / de l'Eneida dico, la qual mamma / fummi, e fummi nutrice, poetando: / senz'essa non fermai perso di dramma"). Tanta è l'ammirazione di Stazio che, dichiara, avrebbe accettato di passare un anno in più nel Purgatorio solo per aver potuto vivere quando visse Virgilio. Dante, resosi conto che Stazio non ha riconosciuto nella sua guida il suo idolo, si volge verso Virgilio il quale, solo con lo sguardo, gli impone di tacere. La situazione suscita però un sorriso ammiccante nel poeta fiorentino; Stazio se ne accorge e gli chiede conto di quest'atteggiamento. A questo punto il poeta è diviso tra la voglia di spiegare tutto, per evitare che l'anima si offenda, e quella di non disobbedire al maestro. Il poeta mantovano risolve la situazione esortandolo a spiegare tutto, così Dante spiega che gli veniva da ridere perché la sua guida è il Virgilio che tanto ha elogiato con le sue parole ("Questi che guida in alto li occhi mei, / è quel Virgilio dal qual tu togliesti / forza a cantar de li uomini e d'i dei"). Stazio, sentendo di essere di fronte al proprio idolo, s'inchina per abbracciargli i piedi, ma Virgilio stesso gli dice di non farlo, ricordandogli che sono entrambe delle ombre, quindi nessuno dei due deve inchinarsi all'altro. Il poeta latino gli dice che può adesso comprendere quanto lo ammiri, visto che al suo cospetto ha dimenticato la natura puramente spirituale di entrambi e si è comportato come fossero ancora vivi.

Per quanto riguarda il discorso riguardo la volontà delle anime, per comprenderlo pienamente bisogna ritornare un attimo a san Tommaso d'Aquino e alla sua Summa Theologiae. Per san Tommaso l'uomo ha una volontà assoluta e una relativa. Stazio quando parla della redenzione delle anime fa riferimento alla volontà relativa: questa, che in vita l'uomo rivolge al peccato, nel Purgatorio è rivolta da Dio all'espiazione e contrasta con la volontà assoluta, che invece vuole salire subito al cielo. Stando a quanto dice Stazio, l'anima capisce di poter ascendere all'Eden quando la sua volontà smette di farle volere l'espiazione, prevale perciò quella assoluta di salire al Cielo.

Francesco Abate  

sabato 2 marzo 2019

COMMENTO AL CANTO XX DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Contra miglior voler voler mal pugna;
onda contra 'l piacer mio, per piacerli,
trassi de l'acqua non sazia la spugna.
Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a' merli;
ché la gente che fonde goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
Il canto inizia con Dante che, pur non essendo ancora appagato dalle parole di Adriano V, rinuncia a chiedere oltre per non scontrarsi con la volontà di quest'ultimo che, come ricordiamo, gli ha chiaramente detto di non voler più parlare con lui. La volontà del poeta mal pugna contro quella del pontefice, cioè a essa deve cedere. Inizia di nuovo a camminare insieme a Virgilio e i due devono avvicinarsi molto alla costa del monte perché il fondo della cornice è completamente occupato dalle anime che piangono per i peccati commessi in vita, che sono gli stessi che si commettono in tutto il mondo ("ché la gente che fonde a goccia a goccia / per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, / da l'altra parte in fuor troppo s'approccia").
Dopo aver descritto il cammino addossato alla parete dei due pellegrini, causato dalla marea di anime in penitenza, l'autore si lascia andare a un'invettiva contro l'antica lupa. Il tono dell'invettiva è violenta, l'autore se la prende contro la bestia che miete più vittime di tutte le altre (la lonza e il leone, ritrovati con la lupa nella selva oscura all'inizio del poema), la cui fame non ha mai fine. Se andiamo con la mente indietro al canto I dell'Inferno, ricordiamo che anche Virgilio ha detto della lupa che "dopo 'l pasto ha più fame che pria". Una delle caratteristiche principali dell'avidità è l'inarrestabilità, più si ottiene ciò che si brama e più si vuole dell'altro, è un circolo vizioso da cui non c'è modo di uscire solo con la ragione umana. L'invettiva diventa poi un'invocazione ai moti celesti, che all'epoca di Dante erano ritenuti causa delle vicende umane; il poeta chiede agli astri quando verrà colui che porrà fine all'esistenza della lupa, riferendosi sicuramente al famoso veltro che sempre nel canto I dell'Inferno abbiamo trovato ("O ciel, nel cui girar par che si creda / le condizion di qua giù trasmutarsi, / quando verrà per cui questa disceda?"). 
I poeti procedono lentamente e con cautela a causa della ristrettezza del passaggio. Sentono le anime lamentarsi e di colpo Dante ne sente una invocare la Vergine Maria e ricordarne la povertà che le impose di rifugiarsi con Giuseppe e il neonato Gesù in una grotta. Subito dopo invoca il nome del console Caio Fabrizio Luscinio ("O buon Fabrizio"), il quale rifiutò cospicue offerte di denaro fattegli sia per tradire Roma che per avvelenare Pirro, gran nemico dell'urbe. Piacevolmente colpito dalle parole udite, Dante si allontana un po' per vedere meglio colui che le pronuncia. L'anima parla stavolta di san Nicola, ricordando come salvò l'onore di tre fanciulle prossime al matrimonio donando loro di nascosto tre monete d'oro facenti parte di una grossa eredità ricevuta. I tre episodi citati sono tre esempi di comportamenti opposti all'avarizia: nel primo Maria accetta e vive con amore la povertà, nel secondo il console Luscinio salva la propria virtù non lasciandosi corrompere dal denaro, nel terzo san Nicola rinuncia alle proprie ricchezze per salvare la virtù del prossimo.
Colpito dalle parole udite, Dante chiede all'anima di dirgli chi fu in vita e perché solo lei cita gli episodi di virtù contrarie all'avarizia, poi la invoglia a rispondere promettendogli che lo ricorderà una volta tornato nel mondo dei vivi, offrendogli in pratica una ricompensa. L'anima dice che gli risponde non per ottenere preghiere tra i vivi, ma perché nel pellegrino che lo interroga ha scorto una grazia divina non comune in un uomo ancora vivo. Non è da escludere, a parer mio, che tale grazia si manifesti proprio attraverso la presenza di un vivente nell'oltretomba, è evidente per l'anima in questione di essere al cospetto di qualcuno che da Dio ha avuto un gran dono. Detto ciò, l'anima si presenta dicendo che fu il capostipite di una dinastia che infesta ora tutto il mondo cristiano, rendendo così raro che vi nascano buoni nobili e buoni politici ("Io fui radice de la mala pianta / che la terra cristiana tutta aduggia, / sì che buon frutto rado se ne schianta"). Cita poi le località in cui il suo discendente Filippo il Bello è stato sconfitto dai fiamminghi, auspicando che Dio lo vendichi. Si presenta come Ugo Capeto (Ugo Ciappetta), il capostipite della dinastia dei Capetingi, la quale regnò in Francia fino al 1328 col ramo principale, coi discendenti fino al 1848 (arrivata a quell'anno con il ramo dei Borboni). A questo punto il sovrano racconta la storia sua e dei suoi discendenti, costruita dall'autore attingendo alle varie leggende che circolavano: fu figlio di un mercante di buoi (beccaio); quando furono morti tutti i re di Francia, tranne l'ultimo dei Carolingi che lui stesso aveva fatto chiudere in monastero ("fuor ch'un renduto in panni bigi"), grazie al nuovo potere e alle nuove ricchezze acquisite fece consacrare a Reims sé stesso e suo figlio Roberto, avviando così la tradizioni delle consacrazioni in cattedrale dei sovrani Capetingi ("cominciar di costoro le sacrate ossa"); la sua discendenza non valeva molto, ma non faceva nemmeno così male, finché ottenuta in dote la Provenza iniziò a non provare più vergogna delle proprie azioni, iniziando con inganni e guerre le annessioni di altri feudi (cita il Ponthieu, la Guascogna e la Normandia). Ugo racconta poi che il suo discendente Carlo d'Angiò scese a Napoli, fece decapitare Corradino di Svevia e fece uccidere san Tommaso d'Aquino. Secondo il capostipite dei Capetingi, le azioni di Carlo furono compiute per ammenda, cioè per espiare i peccati compiuti, eppure possiamo vedere come ognuna non faccia altro che accrescere la vergogna del casato. A questo punto Ugo Capeto comincia a parlare del futuro: vede un tempo non molto lontano in cui un altro Carlo (Carlo di Valois) scenderà in Italia per ricordare la vergogna del proprio casato; non verrà armato, userà il tradimento ("la lancia con la qual giostrò Giuda") e riuscirà a colpire Firenze. L'episodio a cui Ugo fa riferimento è la nomina di Carlo di Valois come paciere di Firenze ad opera di Bonifacio VIII, a seguito del quale il sovrano francese otterrà pieni poteri sulla città e darà via libera al governo dei guelfi Neri, dando così inizio alla persecuzione dei Bianchi. Ugo Capeto continua a narrare delle colpe future della sua cittadinanza: Carlo di Valois non otterrà terra né ricchezze dal suo tradimento, solo maggior vergogna; suo figlio Carlo II sarà sconfitto nella battaglia navale di Napoli e fatto prigioniero, poi, una volta libero, venderà sua figlia in matrimonio per soldi così come fanno i corsari con le schiave. Citato l'episodio della vendita della figlia di Carlo II, l'antico sovrano constata come l'avarizia abbia schiavizzato a tal punto la sua stirpe da averne cancellato anche l'amore per i figli ("O avarizia, che puoi tu più farne, / poscia c'ha' 'l mio sangue a te sì tratto, / che non si cura della propria carne?"). Fatta questa breve digressione, torna a elencare i futuri misfatti della sua progenie, arrivando a predire la tentata cattura di papa Bonifacio VIII ordinata da Filippo il Bello per impedirgli di scomunicarlo; in questa vicenda egli paragona il pontefice maltrattato a Gesù Cristo e il sovrano a Ponzio Pilato. Il suo lungo discorso Ugo Capeto lo conclude chiedendo al Signore quando potrà vedere l'ira divina punire le colpe della sua gente ("O Segnor mio, quando sarò io lieto / a veder la vendetta che, nascosa, / fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?"). Questo desiderio del sovrano non va confuso con la legge del taglione dell'Antico Testamento, quello che Ugo Capeto vuole non è la vendetta divina, ma solo il concretizzarsi della giustizia con la punizione dei malvagi e il trionfo del bene sul male.
Terminato il lungo discorso sui peccati della sua stirpe, Ugo Capeto risponde alla seconda domanda di Dante, cioè gli dice perché stesse elencando quegli episodi che abbiamo visto sopra. Spiega che tutte le anime ripetono i buoni esempi dopo le preghiere durante l'intero giorno, poi di notte passano a elencare quelli di avarizia punita. Cita alcuni esempi: Pigmalione, il quale uccise lo zio e cognato Sicheo per impossessarsi del suo oro, tradendo la sorella Didone, che fu costretta a rifugiarsi in Africa; re Mida, il quale ebbe in dono da Bacco il potere di mutare in oro qualsiasi cosa toccasse, finendo però per morire di fame a causa dell'impossibilità di portare cibo alla bocca senza mutarlo in oro; Acàn, che disobbedì a Giosuè e tenne per sé alcune delle ricchezze che invece dovevano essere bruciate, venendo perciò punito con la lapidazione; Saffira e il marito, i quali vendettero i loro beni e tennero per sé il ricavato, fingendo però di averlo donato agli apostoli, e per punizione morirono; Eliodoro, ministro del re di Siria Seleuco IV, che tentò di rubare le ricchezze del Tempio di Gerusalemme e per questo fu calpestato da un cavallo venuto dal cielo e fustigato da due angeli; Polinestore che uccise Polidoro per rubarne il tesoro; il triumviro Crasso, al quale il re dei Parti, dopo averlo ucciso, fece colare in bocca dell'oro fuso per ricordarne la fame di ricchezze. A volte, spiega Ugo Capeto, alcune anime parlano più forte e altre più piano, secondo lo slancio del momento, ma gli esempi di virtù uditi prima da Dante non li stava citando solo lui, tutte le anime lo imitavano tenendo la voce più bassa, perciò si era udita solo la sua. 
I poeti tornano a mettersi in cammino, procedendo sempre con la lentezza imposta dal tragitto stretto, quando d'un tratto un terremoto scuote il monte e spaventa a morte il povero Dante ("quand'io senti', come cosa che cada, / tremar lo monte; onde mi prese un gelo / qual prender suol colui ch'a morte vada"). Il poeta immagina che non tremasse tanto l'isola di Delo sulle onde del mar Egeo prima che Latona la scegliesse per partorirvi Apollo e Diana (il dio del Sole e la dea della Luna, quindi "li due occhi del cielo"). Mentre il monte trema, le anime gridano << Gloria in excelsis Deo >>, che in italiano vuol dire "Gloria a Dio nell'alto dei cieli" ed è la prima parte del coro che gli angeli intonarono sulla grotta di Betlemme. Virgilio si avvicina a Dante e gli dice di seguirlo e di non aver paura. I due restano meravigliati e fermi come i pastori quando videro gli angeli finché il canto e il terremoto non cessano. A questo punto riprendono il cammino, osservando le anime tornate a piangere sui loro peccati distese al suolo. 
Il canto si conclude con l'autore che osserva come quello forse fu il momento della sua esistenza in cui ebbe maggior desiderio di capire e contemporaneamente maggior timore di chiedere; non riesce con la sola ragione a comprendere il fenomeno appena osservato, la fretta del cammino gli impedisce però di fermarsi a chiedere spiegazioni su quanto è successo. L'ultimo verso rende perfettamente lo stato d'animo del poeta: "così m'andava timido e pensoso".

Francesco Abate 

domenica 24 febbraio 2019

PRESENTAZIONE DEL ROMANZO "IL PREZZO DELLA VITA"

Salve a tutti.

Ho il piacere di informarvi che martedì 5 marzo 2019 presenterò Il prezzo della vita alla Biblioteca comunale di Battipaglia (SA), nell'edificio delle ex scuole "Edmondo De Amicis" a piazza Amendola.
La presentazione inizierà alle 18 e si svolgerà nell'ambito dei Martedì letterari, serie di eventi organizzata dall'Associazione Rinascita Commercianti di Battipaglia.

Sul blog troverete le foto e i video dell'evento.

Vi aspetto numerosi.

Francesco Abate

giovedì 14 febbraio 2019

COMMENTO AL CANTO XIX DELLA "DIVINA COMMEDIA - PURGATORIO"

Ne l'ora che non può 'l calor diurno
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
- quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le sta bruna -,
mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
In quell'ora della notte in cui il calore del giorno intrappolato nell'atmosfera non riesce a vincere il freddo irradiato dalla luna e talvolta da Saturno (secondo gli antichi era un pianeta apportatore di freddo), quell'ora in cui i geomanti vedono sorgere a oriente prima dell'alba la loro Maggior Fortuna, a Dante appare in sogno una femmina balbuziente (balba), guercia, con i piedi storti, le mani monche e dal colore scialbo. I geomanti erano coloro che tracciavano sulla sabbia dei segni a caso e poi, in base alla figura risultante dal loro collegamento tramite linee, ne traevano un presagio. Siamo in quell'ora immediatamente precedente l'alba in cui per gli antichi i sogni assumevano un significato preciso, talvolta addirittura predicendo eventi futuri. Dante osserva questa femmina che in sé racchiude tutte le brutture possibili e il suo sguardo ha l'effetto del sole sulle membra raffreddate dalla notte; alla donna il volto si colora, la balbuzie sparisce e di colpo. Persa tutta la sua mostruosità, la femmina canta di essere la dolce sirena che disperde i marinai in mezzo al mare grazie al piacere che suscita il suo canto, lei ha distolto Ulisse dal suo viaggio avventuroso e al suo canto più ci si abitua più è impossibile rinunciare (<< Io son >>, cantava, << io son dolce serena, / che ' marinai in mezzo mar dismago; / tanto son di piacere a sentir piena! / Io volsi Ulisse del suo cammin vago / al canto mio; e qual meco s'ausa, / rado sen parte; sì tutto l'appago! >>). Non ha ancora finito di cantare che appare una donna santa e presta, la quale invoca Virgilio chiedendogli chi sia quel mostro, non perché ne ignori effettivamente l'identità, ma per esortare la guida di Dante a liberarlo dalle insidie della seduttrice. La guida, sentendo l'invocazione, si avvicina al suo protetto sempre tenendo gli occhi fissi in quelli della santa donna, come se fosse guidato a sua volta da lei. La santa donna nel frattempo squarcia le vesti della seduttrice e ne scopre il ventre nudo, lasciandone uscire la puzza di putredine, che è tanto intensa da svegliare il poeta dal sogno. Prima di proseguire oltre nella spiegazione del canto, è opportuno soffermarsi ad analizzare le due figure di questo sogno, cioè la femmina balba e la santa donna. Circa la natura e l'identità delle due immagini si discute da secoli. La prima interpretazione che fu data alla femmina balba fu quella della maga Circe, che sedusse Ulisse e lo distolse per lungo tempo dal suo cammino, o di una delle sirene che provarono a sedurlo col proprio canto, o ancora una fusione di entrambe. L'identificazione con Circe-sirena troverebbe conferma proprio nelle parole della femmina stessa, la quale dichiara di aver distolto Ulisse del suo cammin vago. Nel corso del XX secolo la figura è stata invece associata alla seduzione della poesia pagana, o ancora alla tentazione di un io narcisistico che si abbandona ai piaceri dei sensi e alla morte. Qualcuno nei difetti fisici della femmina balba ha visto anche un richiamo ai sette vizi capitali. Altri critici ancora, rapportando la figura del mostro-sirena a quella di Ulisse, l'hanno indicata quale rappresentante della ricerca del sapere solo mediante mezzi umani. Qualunque di queste interpretazioni si intenda seguire, essa comunque rappresenta una menzogna, è infatti tremenda e porta in sé la morte (rappresentata dalla puzza del ventre), ma a chi la guarda si presenta bella ed è in grado di sedurre con il suo canto. A salvare l'uomo dalla trappola di questo mostro ci pensa la ragione, rappresentata da Virgilio, chiamata a intervenire da una donna santa. Anche su questa figura positiva le interpretazioni sono state tante: per alcuni essa è santa Lucia che viene in soccorso del suo protetto, per altri è la Filosofia che salva dalla trappola dei sensi, per altri ancora rappresenta la temperanza che si oppone alla cupidigia. 
Dante si sveglia e sente Virgilio esortarlo ad alzarsi e cercare con lui il varco per salire alla cornice superiore. Il poeta si alza e si accorge che il sole è già alto tanto da illuminare l'intero monte. Si mette a seguire la sua guida guardando in basso, la sua mente è infatti piena di pensieri causati dal sogno fatto poco prima ("Seguendo lui, portava la mia fronte / come colui che l'ha di pensier carca, / che fa di sé un mezzo arco di ponte"). D'un tratto sente una voce celestiale come non se ne odono tra i vivi, la quale li invita a venire di lì per uscire dalla cornice. Lui e Virgilio si voltano e vedono un angelo tra due pareti del monte. La creatura celeste muove le ali così da cancellare la quarta P dalla fronte di Dante, poi dichiara beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Gli accidiosi difettarono in amore e non piansero mai per gli affanni causati dallo spirito, per questo devono purificarsi nella cornice; al cospetto dell'angelo essi sono purificati dal peccato di accidia, quindi possono essere beati. 
Iniziano a scalare i primi gradini, Virgilio chiede a Dante come mai tiene la testa bassa e questi risponde di aver avuto una visione alla quale non riesce a non pensare. La guida gli spiega che ha visto la strega che si piange nelle cornici superiori (quindi la cupidigia che si espia nelle stesse) e come l'uomo può liberarsi di lei; lo esorta poi a farsi bastare quell'insegnamento, a calpestare i beni terreni e a volgere gli occhi a Dio. Per esortare il suo allievo a seguire Dio, Virgilio usa la metafora del falconiere, gli dice infatti di volgersi al logoro, che era il richiamo dei falconieri per i propri uccelli, e afferma infine che Dio lo regge con le rote magne, riferendosi ai movimenti delle sfere celesti. Le parole del poeta mantovano hanno l'effetto sperato e l'autore, per descrivere la propria reazione, continua la metafora del falconiere rappresentando sé stesso come il falco: così come l'uccello, udito il richiamo del logoro, ci si fionda convinto di trovar lì il pasto desiderato, Dante accelera il suo cammino e in men che non si dica arriva alla sommità della scala, giungendo là dove si riprende a camminare in cerchio, quindi nella cornice ("Quale il falcon, che prima a' piè si mira, / indi si volge al grido e si protende / per lo disio del pasto che là il tira, / tal mi fec'io; / e tal, quanto si fende / la roccia per dar via a chi va suso, / n'andai infin dove 'l cerchiar si prende"). 
Arrivato nella quinta cornice, vede gente che piange distesa a terra e col viso rivolto in basso. Sente dire alle anime in latino: << Stesa nella polvere è l'anima mia >> (Adhaesit pavimento anima mea è il venticinquesimo versetto del Salmo 118). Virgilio si rivolge alle anime e chiede loro dove possa continuare la salita per giungere alla sommità del mondo; gli viene risposto che, se sono lì liberi dall'obbligo di giacere al suolo, devono muoversi sempre in modo da avere il lato esterno della cornice a destra. Dante vede quale delle anime giacenti al suolo ha risposto, volge lo sguardo prima a lei e poi alla sua guida, finché questa con un cenno di assenso gli concede di rivolgersi a lei. Il poeta si avvicina a quell'anima e gli pone tre domande: chi era stato in vita, perché giace col viso a terra, se potrà giovargli in qualche modo una volta tornato tra i vivi. L'anima dice che gli dirà perché giacciono in quella posizione, ma prima gli rivela che fu successore di Pietro, il suo titolo nobiliare deriva dal torrente di Lavagna (una fiumana bella) che scorre tra Sestri Levante e Chiavari. Siamo in presenza di papa Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi (i Fieschi furono conti di Lavagna). Il papa spiega che ebbe la carica per poco più di un mese, ma gli bastò a capire quanto pesa quell'incarico a chi vuole difenderne la dignità ("Un mese e poco pi prova' io come / pesa il gran manto a chi dal fango il guarda"). Si convertì tardi, ma non appena divenne papa capì quanto era stato bugiardo il suo amore per i beni terreni: non potendo ascendere a un grado superiore, vide tutto dall'alto e ne comprese la miseria. Fino alla sua conversione fu avaro e per questo è punito in questa cornice. A questo punto Adriano V spiega perché le anime degli avari siano punite in questo modo: i loro occhi non si volsero mai verso le cose celesti, così adesso sono piantati a terra e non possono guardare verso l'alto; così come l'avarizia spense in loro l'amore e la carità, la giustizia divina li tiene legati l'uno all'altro finché a Dio piacerà. 
Dante vuole rispondere all'anima e si inginocchia, ma questa subito gli chiede perché lo faccia. Risponde che si è inginocchiato per rispetto della più alta carica religiosa che ha davanti, ma Adriano V lo esorta ad alzarsi subito in piedi, essi sono entrambi servi dello stesso padrone, quindi hanno uguale dignità, lo rimanda poi al Vangelo, che spiega come nella vita ultraterrena non esista più alcuna distinzione di classe. Dettogli questo, il pontefice lo esorta ad andar via, perché la sua permanenza gli impedisce di piangere e di espiare così la propria pena. Gli dice infine di avere una nipote di nome Alagia (che Dante conobbe nel suo soggiorno in Lunigiana), la quale è di carattere buono, a meno che la corruzione dei parenti non la rovini, ed è l'unica che di lui si ricordi e gli dedichi preghiere ("Nepote ho io di là c'ha nome Alagia, / buona da sé, pur che la nostra casa / non faccia lei per essempio malvagia; / e questa sola di là m'è rimasta").

Francesco Abate

venerdì 8 febbraio 2019

RECENSIONE DEL ROMANZO "I MISERABILI" DI VICTOR HUGO

I miserabili è il romanzo più famoso e forse più importante dello scrittore francese Victor Hugo, autore considerato il padre del Romanticismo francese che con la sua figura ha dominato la vita politica e culturale di Francia per quasi tutto l'Ottocento.
Per capire appieno il significato di quest'opera straordinaria e complessa al tempo stesso, è di sicuro necessario partire da ciò che scrive lo stesso Hugo nelle sue pagine: "Il libro che il lettore ha sotto gli occhi in questo momento è, da un capo all'altro, nell'insieme e nei particolari, ..., il cammino dal male al bene, dall'ingiusto al giusto, dal falso al vero, dal buio alla luce, ..., dal nulla a Dio. Punto di partenza: la materia, punto d'arrivo: l'anima". Il punto centrale dell'opera è la rinascita del galeotto Jean Valjean il quale riesce a riemergere dalla sua condizione di miserabile e redimere la propria anima salvando da una condizione simile altre persone.

Il romanzo si apre con il racconto della vita e le opere del vescovo Myriel, uomo di chiesa molto pio che rifugge ogni lusso e ogni comodità mondana per stare il più vicino possibile ai poveri e ai disperati. Un giorno nell'abitazione del vescovo arriva l'ex galeotto Jean Valjean il quale, pur avendo terminato il periodo di detenzione, è respinto da tutti per via della sua condizione. Il vescovo lo ospita senza esitazioni e si comporta con lui senza alcun sospetto, senza mostrarsi in alcun modo prevenuto nei confronti di quello che la società ha ormai marchiato come delinquente. Jean Valjean cede però ai suoi istinti e fugge dopo averlo derubato; quando viene acciuffato e riportato indietro perché restituisca la refurtiva, il vescovo lo salva dichiarando di avergli donato ciò che in realtà l'ospite aveva rubato. Confuso e commosso da quel supremo atto di bontà con cui il vescovo l'ha salvato dal carcere, Jean Valjean cambia radicalmente vita.
Il nuovo corso della sua esistenza lo spinge a imbattersi in Fantine, costretta a prostituirsi per mandare soldi ai Thernardier perché allevino la sua figlioletta Euphrasie, inconsapevole di quanto la piccola sia sfruttata e maltrattata. L'ex galeotto aiuta Fantine, poi dedica le sue attenzioni alla piccola, salvandola dalla miseria a cui è destinata.
Crescendo, la piccola Euphrasie si innamora di Marius, un giovane di buona famiglia finito in miseria per colpa di un dissidio col nonno. 
Non voglio dirvi altro per non svelarvi i tanti colpi di scena che il romanzo riserva, chiudo questo breve riassunto della trama dicendo che Marius resta coinvolto nei moti del 5-6 giugno 1832 e, per mezzo suo, si trova nella mischia anche il povero Jean Valjean.

Come ci dice lo stesso Hugo nelle righe che ho citato prima, I miserabili ci mostra il cammino dell'uomo dalle tenebre del male alla luce del bene. Jean Valjean è un ex galeotto, in quanto tale è segnato per sempre e la società lo rifiuta, è per questo destinato a una vita da criminale. Il suo incontro col vescovo cambia però ogni cosa, la sua anima è investita dalla luce candida emanata da quella di Myriel e da quel momento inizia a rischiararsi sempre di più. Il vescovo non opera un miracolo, semplicemente getta dentro l'anima oscurata dalle tenebre quel poco di luce necessaria a mostrargli la strada da seguire per la redenzione: Myriel non è un santo, è una guida. Come la luce del sole illumina la luna e questa di riflesso illumina le notti terrestri, così lo splendore dell'anima di Myriel si riflette in quella di Jean Valjean e finisce per tirare fuori dall'oscurità anche altre persone. Fantine, costretta alla prostituzione da un'ingenuità giovanile e dalla cattiveria di una donna, pur sul finire della propria esistenza trova l'affetto e le cure che la società le ha sempre negato, anche se un imprevisto non le concede una morte serena. La figlia di Fantine, Euphrasie, sfruttata e maltrattata dai locandieri a cui fu affidata dalla povera donna, viene tratta in salvo, protetta dalle nuove insidie che si presentano nella sua vita e infine condotta a un matrimonio felice con l'uomo che ama. Marius, un giovane che preferisce vivere in miseria piuttosto che riappacificarsi col nonno che l'ha tenuto lontano dal padre naturale, viene salvato dalla morte e, sposandosi, torna in pace anche col nonno. La luce benevola partita dal vescovo rimbalza su Jean Valjean e lo rende splendente, questo splendore illumina a sua volta Fantine, Euphrasie e Marius.

La contagiosità del bene e la redenzione, pur essendo i temi centrali dell'opera, non sono gli unici trattati. Come ho già avuto modo di dire, I miserabili è un romanzo molto ricco di contenuti.
Trattandosi di un romanzo storico, getta una luce su un determinato periodo storico e sulle condizioni della gente. Hugo non ci racconta di tutto il popolo, ma di alcuni suoi membri, eppure questi rappresentano ognuno una parte consistente dello stesso. 
Jean Valjean ruba un pane per fame, si ritrova in galera e poi, una volta uscito, viene scacciato da tutti. Attraverso la sua storia, Hugo ci mostra come il carcere francese sia più dannoso che utile, infatti trasforma un'anima buona caduta in errore in un'anima nera impossibile da recuperare. La società attraverso il carcere conduce l'uomo alla dannazione invece di redimerlo, questa per Hugo è una gravissima ingiustizia. 
Fantine è una povera e ingenua ragazza che si innamora di un uomo ricco. Lei lo ama e si concede, mentre per lui è solo un gioco. Questa sua ingenuità la paga cara: si ritrova senza soldi e con una figlia, costretta prima a emigrare e poi addirittura a prostituirsi. Lei è buona, ma sono la cattiveria del suo amante prima e la malvagia sollecitudine di una donna poi a condannarla a una miseria fisica e morale non preventivabile in gioventù.
Euphrasie paga l'errore di sua madre e la malvagità dei locandieri a cui viene affidata, i Thernardier. Povera e maltrattata, è destinata a una vita stentata e squallida.
Il piccolo Gavroche ci mostra come non ci sia per i poveri monelli parigini alcuna speranza di scalata sociale. Si trova povero suo malgrado, sopravvive con piccoli furtarelli o aiutando delinquenti più grandi e pericolosi, si trova coinvolto in una sommossa di cui non può comprendere le ragioni politiche. Di animo è essenzialmente buono, ma la società non gli concede alcuna speranza e resta immerso nella sua miseria.
Alla luce delle singole vicende dei personaggi, possiamo dire che Hugo ci mostra i miserabili per insegnarci che, nella società così com'era strutturata allora, non avevano scampo. Il povero pagava a caro prezzo qualsiasi errore, veniva punito e mai perdonato, era segnato e gli era riservata una vita di dannazione morale oltre che fisica.
Alcuni personaggi del romanzo ci mostrano però come si possa anche essere refrattari al bene, cioè come si possa continuare a fare il male anche dopo aver ricevuto il bene. La pece si può illuminare quanto si vuole, resta sempre nera. E' il caso dei Thernardier, i quali maltrattano la figlia affidata loro dalla povera Fantine nonostante questa li paghi, e che poi cercano di truffare Jean Valjean che cerca di riprendersi la piccola. Nel corso della storia i Thernardier tornano più volte, essi rappresentano in un certo senso il male assoluto, più volte si pongono a ostacolo dell'opera pia di Jean Valjean senza però riuscire a fermarlo anzi, diventando nel finale veicolo della Provvidenza per assicurare all'ex carcerato la felicità.
Anche l'irreprensibile poliziotto Javert ha un suo significato. Egli mette l'ordine davanti a tutto, la legge per lui è giusta e infallibile. Quando in Jean Valjean egli vede la sua legge oscurata dalla luce della vera giustizia, il galeotto che compie il bene, crolla psicologicamente. Credo che Javert serva proprio a mostrarci la distanza che si crea spesso tra leggi dello stato e giustizia.

Pur non essendo un personaggio vero e proprio, un ruolo di primo piano in questo romanzo lo ricopre la Provvidenza. Più volte Jean Valjean è sul punto di crollare, più volte la Provvidenza gli tende una mano e lo aiuta a portare a compimento la propria opera. Addirittura alla fine essa trasforma il male in bene, rendendo i cattivi un veicolo per l'opera suprema dei buoni e trasformando la disperazione in felicità. 

I miserabili è a tutti gli effetti un romanzo storico, quindi la vicenda principale e i vari personaggi servono all'autore anche come spunto per descrivere e spiegare alcune vicende con le relative ripercussioni sociali. Hugo dedica ampie pagine all'analisi della sconfitta di Napoleone a Waterloo, ma ci trascina anche in riflessioni sul valore del monachesimo o su un'analisi dello sviluppo delle fogne e del loro valore simbolico. Leggendo le pagine dedicate alle fogne, ci imbattiamo anche in un insospettabile Hugo ecologista, egli infatti sottolinea come letame e liquami si potrebbero recuperare per concimare i terreni, risparmiando spesa pubblica ed evitando di inquinare i fiumi. Ovviamente anche nell'analizzare gli eventi storici più grandi, Hugo non toglie spazio alla Provvidenza, che per lui ha un ruolo centrale in tutto ciò che riguarda l'uomo.
Non mancano nel romanzo anche analisi politiche delle idee e delle vicende di quegli anni. Non dobbiamo dimenticare che Hugo fu uomo politico oltre che intellettuale, quindi sul piano ideologico quelle vicende le visse in prima persona.

Parlando di romanzo storico, ci viene sempre in mente I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Analogie tra questo romanzo e quello del Manzoni ce ne sono diverse. Entrambe le opere furono concepite molti anni prima della loro stesura, entrambe furono rivedute e corrette più volte. In tutti e due i romanzi la Provvidenza ha un ruolo centrale, in entrambi il personaggio femminile principale incarna quasi una virtù suprema (Lucia ne I promessi sposi, Euphrasie ne I miserabili) e in tutti e due il giovane protagonista maschile (Renzo in Manzoni e Marius in Hugo) si trova coinvolto in una sommossa. Abbiamo in entrambe le opere un uomo di chiesa estremamente buono che svolge un ruolo decisivo nella vicenda, così come in tutte e due c'è il delinquente che si redime (fra Cristoforo in Manzoni e Jean Valjean in Hugo). Non manca poi in tutte e due il cattivo che subisce una conversione (l'Innominato in Manzoni e Javert in Hugo), anche se le due situazioni li portano a decisioni molto diverse. Tutti e due i romanzi ci conducono a un certo punto in un monastero. Da buoni romanzi storici, è bene dirlo anche se è scontato, attraverso la vicenda ci aprono la finestra su un'epoca storica.

I miserabili è a mio parere una lettura fondamentale. Il romanzo di Hugo ha tutto ciò che serve per rendere magnifico un libro: una trama entusiasmante, personaggi ben caratterizzati, riflessioni profonde e significati sempre attuali su cui non dovremmo mai dimenticare di meditare. Si tratta di un'opera molto ricca che si fa leggere volentieri e porta a un profondo coinvolgimento del lettore.
Unica pecca, secondo il mio modesto parere, è che l'analisi dei fatti storici, che è indispensabile in un romanzo di questo genere, a volte tende a essere troppo approfondita e spezza troppo la storia principale, rendendo in alcuni passaggi la lettura non troppo piacevole. Hugo come Manzoni è preciso nella presentazione e nell'analisi di quelle epoche che narra, ma sono comunque pagine che allontanano dalla storia principale e per questo possono risultare un po' fastidiose. Si tratta però di una piccola pecca (per me, magari per altri è un pregio) che non scalfisce la magnificenza del romanzo.

Francesco Abate