mercoledì 26 ottobre 2016

L'EQUIVOCO SULL'ATEISMO DI SPINOZA

Nato ad Amesterdam nel 1632, originario però del Portogallo, Baruch d'Espinoza fu uno dei filosofi più importanti del Seicento.
Intorno alla sua figura ancora oggi esiste però un equivoco, molti infatti (in special modo nel mondo dei semplici appassionati di filosofia) ritengono erroneamente che Spinoza fosse ateo. In realtà egli credeva nell'esistenza di Dio, si allontanò però dalle religioni ufficiali finendo anche scomunicato dalla Sinagoga.

L'origine del conflitto tra le religioni e Spinoza, prima ancora che nel suo pensiero, si trova a mio parere nella sua biografia. Il filosofo nacque da una famiglia di marrani, cioè di Ebrei obbligati a convertirsi al Cristianesimo. La conversione della sua famiglia fu però solo di facciata, essi emigrarono in Olanda, dove poterono liberamente professare la religione ebraica. Col passare degli anni, poi, si delineò in Spinoza il suo pensiero e per causa di questo il filosofo fu scomunicato dalla Sinagoga. Essere scomunicato dalla Sinagoga lo portò all'isolamento e gli creò grossi problemi sul piano sociale, egli entrò così in contatto stretto con i Cristiani, ma mai aderì al loro credo.
La mancata adesione del filosofo alle religioni oggi porta molti a considerarlo erroneamente ateo, in realtà egli nel suo pensiero filosofico parla ampiamente di Dio, mentre rivaluta le religioni dando loro una funzione più utilitaristica che sacra.

In merito a Dio, Spinoza affermava: <<Per Dio intendo un ente assolutamente infinito, ossia una sostanza consistente in un'infinità di attributi, ciascuno dei quali esprime un'essenza eterna e infinita>>. Spinoza nella sua filosofia riprende il concetto aristotelico secondo cui tutto ciò che è o è sostanza o affezione di essa. La filosofia antica però prevedeva molteplici sostanze, per Spinoza invece ne esiste solo una, originaria e autofondata (causa sui) che è Dio. 

Parlando della religione, invece, bisogna innanzitutto premettere che Spinoza descrisse tre gradi della conoscenza:
1) conoscenza empirica, ovvero relativa ad opinione ed immaginazione;
2) conoscenza razionale;
3) conoscenza intuitiva.
Per il filosofo, la religione appartiene solo al primo grado della conoscenza, mentre la filosofia invece al secondo e al terzo. A dimostrazione di ciò egli evidenziò come i Profeti e gli autori biblici spiccassero per immaginazione e fantasia, non per vigore dell'intelletto.
La religione mira solo all'obbedienza, infatti viene usata dai tiranni per perseguire i propri scopi, solo la filosofia mira alla verità assoluta.
Per Spinoza la religione non ha "dogmi veri", ma "dogmi pii", che inducono all'obbedienza. I dogmi religiosi non vincolano ad alcuna setta, c'è assoluta libertà di fede, ciò che conta è solo l'obbedienza a Dio intesa come amore verso il prossimo. La bontà e la cattiveria di un dogma si misurano quindi solo in funzione dell'obbedienza a Dio che esso impone.
Per Spinoza, detto in parole povere, non contava essere Ebreo o Cristiano, non importava il culto e le cerimonie religiose, contava solo l'obbedienza a Dio intesa come amore verso il prossimo.

Francesco Abate

martedì 18 ottobre 2016

LETTERATURA E CINEMA: L'EVOLUZIONE DELLA FIGURA DEL VAMPIRO

La figura del vampiro ha origini molto antiche che si fondono tra la religione e la superstizione. 
Nel corso dei secoli questo mostro ingordo di sangue umano ha incontrato grande fortuna e diffusione prima grazie al romanzo di Bram Stoker, poi grazie ai tantissimi film che ha ispirato, di cui il più famoso è ancora quello di Francis Ford Coppola del 1992. Ancora oggi non mancano romanzi e pellicole ispirate dal tema del vampirismo, come la fortunata trilogia di Twilight.  

Come detto, la superstizione ha un peso importante nella creazione del mito del vampiro.
Nel Medioevo non mancavano superstizioni secondo le quali si potesse conservare la giovinezza bevendo sangue umano. Spinta da tale folle convinzione agì la contessa ungherese Erzsébet Bàthory, la serial killer più famosa d'Europa, che nel XVI secolo torturò e uccise centinaia di ragazze solo per poter bere il loro sangue e farcisi dentro il bagno, convinta di conservare così la propria giovinezza.
Secondo gli studiosi forse fu il concetto di remissione dei peccati ottenuta bevendo il sangue di Cristo a favorire la nascita dei miti riguardo l'eterna giovinezza ottenuta bevendo sangue. Secondo la Chiesa, bevendo il sangue di Gesù si rigenera l'anima, probabilmente questa associazione tra sangue e rigenerazione fu trasferita al corpo. Non è però da escludere che semplice follia ed ignoranza abbiano generato tali folli teorie, come ancora oggi succede.

La figura del vampiro come anima maledetta che si nutre di sangue è comunque presente da secoli nel folklore rumeno.
Nell'antichità la chiesa ortodossa orientale riteneva che i morti in regime di scomunica o sotto maledizione diventassero morti viventi e che si nutrissero di carne e sangue umani. Il maledetto avrebbe trovato pace solo con l'assoluzione di un sacerdote.
Altre leggende rumene narravano che i bambini morti senza battesimo, i figli illegittimi, le streghe e i settimi figli di settimi figli, diventassero vampiri e assumessero sembianze di lupi o pipistrelli.

Il vampiro più famoso della letteratura è certamente quello di Bram Stoker. In realtà però il primo europeo che scrisse un racconto basato sulla figura del vampiro fu il medico John Polidori, intimo amico di lord Byron, che lo pubblicò nel 1819 sul New Monthly Magazine.
Il vampiro di Polidori si chiamava Lord Ruthven. Si trattava di un personaggio che fisicamente richiamava la bellezza un po' femminea di Byron. 

Il romanzo più grande sul vampiro, il primo in cui compare il conte Dracula, è quello di Bram Stoker.
Scritto nel 1897, fu di certo l'opera di maggior successo dello scrittore irlandese. 
La figura del Conte Dracula creata da Stoker probabilmente è ispirata a Vlad III l'Impalatore, un nobile signore di Valacchia che governò la regione tra il 1448 e il 1476 e si distinse per crudeltà. Vlad III era solito far impalare i suoi nemici, famosa è una stampa del XV secolo in cui lo si vede banchettare circondato da numerose persone impalate.
Il Dracula di Stoker ha caratteri più animaleschi che umani, ha denti aguzzi e peli sui palmi delle mani, come se fosse un lupo.
Nel Dracula di Stoker molti critici hanno colto anche un carattere sessuale. Forte è nel personaggio l'oralità, egli usa la bocca per soggiogare le sue vittime. Nel suo atto di vampirismo c'è un atto di sessualità deviata, non c'è l'uso di genitali, egli però seduce le sue vittime con la bocca, poi non è lui a donare i suoi fluidi, ma ruba quelli della vittima.

Se la figura del vampiro ha goduto di grande fortuna letteraria, lo stesso si può dire in campo cinematografico.
Già nel 1896 comparve nella pellicola Le manoir du Diable un enorme pipistrello che si trasforma in Mefistofele, poi sconfitto da un cavaliere che gli mostra un crocifisso.
La prima stagione d'oro del vampiro al cinema arrivò negli anni Trenta grazie all'attore ungherese Bela Lugosi. L'attore si identificò tanto con la figura di Dracula che arrivò a ritenersi una sua incarnazione e si fece costruire un letto a forma di bara.
La prima variazione importante della figura del vampiro arrivò con Christopher Lee, un attore che diede a Dracula un carattere tenebroso, ma un aspetto bello e un discreto fascino.
Negli anni '70 arrivò poi la svolta definitiva. Il vampiro smise di essere solo un malvagio, divenne un dannato che soffre la propria condizione, capace anche di sentimenti buoni. Il vampiro divenne così un cattivo che può suscitare pietà e simpatia. Il momento più alto di questo filone arrivò proprio con l'opera di Coppola.

Ancora oggi si continuano a scrivere romanzi e fare film sui vampiri. Oggi spesso le creature che un tempo furono demoniache sono presentate come buone, si innamorano e combattono contro i lupi mannari (nel romanzo di Stoker il vampiro comandava i lupi, invece). A mio parere si tratta di opere corrotte dal romanticismo a tutti i costi, dal valore estetico e culturale molto dubbio. Si tratta però solo del mio parere.

Francesco Abate


martedì 11 ottobre 2016

RECENSIONE DEL ROMANZO "IL PREZZO DELLA VITA"

Quella che segue è una recensione del romanzo Il prezzo della vita fatta dall'autore, quindi sarò io stesso a raccontarvi cosa è il mio romanzo e perché a mio parere valga la pena leggerlo.

Nonostante io l'abbia pubblicato meno di un anno fa con la CSA Editrice, scrissi Il prezzo della vita tra il 2010 e il 2011. 
Come tutto ciò che scrivo, il romanzo è fortemente permeato dalle mie esperienze personali. Lo sviluppai per veicolare i vari messaggi che esso contiene, figli delle vicende della mia vita e delle mie riflessioni, e l'intera trama così come i personaggi servono solo per dare una forma alle idee che volevo esprimere.

Come dichiarato sin dalla prefazione, il tema centrale del romanzo sono i soldi. Essi ormai hanno un peso eccessivo nell'esistenza degli uomini, spesso cessano di essere un semplice mezzo attraverso cui acquistare beni e servizi necessari per vivere e diventano armi attraverso cui comprare le persone o la felicità stessa. Se però senza soldi è quasi impossibile essere felici nella società consumistica di oggi, è pur vero che i soldi non servono ad acquistare la felicità, specie se usati in maniera impropria.
Nel romanzo osserviamo, attraverso le vicende dei protagonisti, come il potere dei soldi stia portando alla svalutazione dei valori. Sempre più persone, così come alcuni dei personaggi principali del romanzo, accettano di subire abusi o si sottomettono al ricco, svendendo la propria umanità e la propria esistenza per il benessere dato da una buona quantità di denaro. C'è chi si sottomette diventando il tirapiedi del padrone ricco, rinunciando alla propria individualità ed alla propria autodeterminazione; c'è chi vende il proprio corpo e magari un amore finto, dando via per soldi cuore e dignità. 
Un altro tema importante presente nel romanzo è quello che mi piace definire la "contagiosità del male". Quando un uomo fa del male ad un altro uomo, lo indispone e lo spinge a fare lo stesso con un terzo uomo, dando così inizio ad un circolo vizioso che potenzialmente può non avere fine. Un po' quello che ci si augura succeda quando si fa del bene. Il protagonista de Il prezzo della vita usa il potere che gli deriva dalla ricchezza per prendere tutto, facendo del male a molte persone, e così facendo rovina la vita a tanta gente che finisce per diventare arida e malvagia come lui, facendo a propria volta del male ad altri.
Nel romanzo non sono però presenti solo valori negativi, ad un certo punto compare anche del vero amore, solo che il protagonista è troppo disabituato ai veri sentimenti per riconoscerlo, finendo per rovinare tutto.

I protagonisti principali della vicenda sono quattro:
- Antonio Baldi: uomo anziano e molto ricco. Compra tutto con i soldi, cose e persone, è consapevole del fatto che nessuno provi per lui un vero affetto, ma con cinismo sfrutta la sua condizione. In realtà è ormai consapevole che la strada da lui percorsa non lo porterà mai alla vera felicità, ma non sa quale è l'alternativa da seguire, per questo si è arreso alla propria condizione accontentandosi di una ricca infelicità.
- Filomena Livriero: giovane moglie di Antonio. Di lei non posso dire molto, finirei per svelare troppe cose, dirò solo che è opportunista e pur di vivere nella ricchezza non si pone alcuno scrupolo.
- Michele Mestieri: finto miglior amico di Antonio, cerca di usarlo per trarne quanti più benefici possibile. Cattivo marito e cattivo padre, non pensa a nient'altro che alla propria felicità e non esita a tradire o ingannare le persone a cui dichiara amore.
- Jessica Mestieri: figlia di Michele, posso dirvi di lei che è l'unica ad affezionarsi davvero ad Antonio.

Con queste poche righe ho provato a spiegarvi, senza rovinarvi il piacere della lettura, il mio secondo romanzo: Il prezzo della vita.

Vi ricordo che il libro può essere ordinato sul sito www.csaeditrice.it, in tutte le librerie ed anche in quelle online.

Potete seguire la mia attività su questo blog, sulla pagina Facebook "Francesco Abate, lo scrittore battipagliese", e su Twitter "@FrancescoAbate3".

Grazie mille e buona lettura.

Francesco Abate

Francesco Abate nasce a Salerno il 26 agosto 1984, ma da sempre vive nella città di Battipaglia. Sin da piccolo manifesta interesse prima per la lettura, poi per la scrittura. Comincia ad abbozzare i primi romanzi già ai tempi del liceo, ma la prima pubblicazione arriva solo nel 2009 con Matrimonio e piacere. Autore anche di poesie. Il prezzo della vita è la sua prima pubblicazione per la CSA Editrice.

  

giovedì 29 settembre 2016

STORIA: SHIMON PERES, L'UOMO DI GUERRA PREMIATO PER LA PACE

Ieri, all'età di 93 anni, è morto Shimon Peres, ex presidente dello Stato di Israele. 
Di lui tutti ricordano il premio Nobel per la pace assegnatogli nel 1994 insieme a Yasser Arafat per gli accordi di Oslo, che nel mondo accesero la speranza di una pace nella martoriata terra di Palestina. Il ricordo del Nobel ha portato i media a dipingere Peres come uomo di pace, eppure definirlo tale è azzardato, soprattutto considerando il suo passato ed anche le sue scelte politiche successive al Nobel.

Shimon Peres nacque il 2 agosto 1923 a Vishnievo, un paesino oggi in Polonia ma allora in Bielorussia. All'età di 11 anni emigrò in Palestina, seguendo il viaggio che il padre aveva fatto qualche anno prima.
La sua carriera politica iniziò presto, dopo un po' di anni nel kibbutz Geva venne scelto nel kibbutz Alumot per organizzare il movimento laburista Hanoar Haoved. A soli 20 anni Peres divenne segretario del movimento e proprio in qualità di segretario di Hanoar Haoved partecipò nel 1946 al Congresso Mondiale Sionista dove incontrò David Ben-Gurion, il primo firmatario della Dichiarazione d'indipendenza israeliana e prima persona a ricoprire il ruolo di Primo Ministro d'Israele.
Nel 1947 venne arruolato nel nucleo che poi costituirà le Forze di Difesa Israeliane e fu nominato responsabile per il personale e per l'acquisto di armi. L'anno dopo fu capo della marina nel corso della guerra d'indipendenza israeliana. Finita la guerra, fu nominato direttore della delegazione israeliana negli USA.
Negli anni '50 ricopre il primo incarico governativo di peso, è infatti ministro della Difesa. Proprio in qualità di ministro è protagonista della crisi di Suez che si ebbe quando Israele, Francia e Gran Bretagna occuparono il Canale di Suez per contenderne la gestione all'Egitto. La crisi si risolse solo perché l'URSS (che temeva l'allargamento del conflitto) minacciò di intervenire contro gli invasori mentre gli USA non assicurarono alcun intervento e fecero appello ad una soluzione pacifica del conflitto. 
Nel 1959 fece il suo ingresso in Parlamento con il Partito Mapai. Fu però costretto ad abbandonare il partito quando risultò tra i coinvolti nello scandalo dell'affare Lavan. Ebrei egiziani erano stati arruolati per compiere attentati contro civili in Egitto e poi far ricadere la colpa sui Fratelli Mussulmani, così da spingere la Gran Bretagna a mantenere nel paese nordafricano le sue truppe di occupazione (per 51 anni Israele ha negato responsabilità, ma nel 2005 i partecipanti che erano sopravvissuti sono stati premiati proprio dal Governo).
Nel 1974 si candidò per la prima volta al ruolo di Primo Ministro, ma fu battuto dal suo compagno di partito (che nel 1968 era diventato Partito Laburista Israeliano) Yitzhak Rabin. Tre anni dopo però Rabin fu costretto a dimettersi a causa di un conto estero tenuto dalla moglie, così Peres ascese alla carica di Primo Ministro. Il successo per Peres durò poco, infatti alle elezioni successive il Partito Laburista fu sconfitto e lui perse la carica.
Dopo una parentesi come vicepresidente dell'Internazionale Socialista e una nuova sconfitta elettorale, nel 1984 Peres riuscì a riconquistare il ruolo di Primo Ministro. Per ottenere la carica però il leader laburista dovette formare una coalizione che includeva anche il Likud, il partito nazionalista di centrodestra.
Nel 1994, in qualità di ministro degli Esteri del governo Rabin (contro cui aveva perso le primarie del Partito Laburista) firmò gli accordi di Oslo con il leader palestinese Yasser Arafat. Tali accordi prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania più il riconoscimento di un governo palestinese, l'ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Tali accordi valsero sia a Peres che ad Arafat il Nobel per la pace, ma si trattò sostanzialmente di un tentativo fallimentare. Come ampiamente prevedibile, il movimento estremista palestinese di Hamas non accettò l'accordo e continuò i suoi atti terroristici, infatti l'organizzazione non riconosceva il diritto a esistere di Israele che di fatto era uno Stato invasore. In un certo senso, guardando agli accordi con disillusione postuma, il tentativo di Peres fu un più tentativo di fermare la ribellione contro lo stato invasore al fine di preservarne la sopravvivenza che una reale pacificazione.
Dopo aver ottenuto il Nobel per la pace, l'11 aprile 1996 Peres, diventato Primo Ministro l'anno prima dopo l'uccisione di Rabin, autorizzò l'Operazione Grappoli d'Ira. Si trattò di un massiccio attacco terrestre, navale e aereo sul Libano contro gli Hezbollah, colpevoli di fare guerriglia contro lo Stato d'Israele. In 16 giorni Israele sganciò 35.000 bombe e il 18 aprile bombardò una base delle Nazioni Unite in cui si erano rifugiati 800 civili, uccidendo 102 persone e ferendone 120. Ufficialmente Israele dichiarò di non sapere che i civili si fossero rifugiati nella base, ma un'indagine delle Nazioni Unite li smentì. I militanti Hezbollah uccisi nei raid alla fine non furono ufficialmente nemmeno una ventina, le vittime civili furono cinque volte di più.
Dopo la salita al potere di Netanyahu, per Peres si aprì una fase di declino. Tale fase fu interrotta nel 2006 quando decise di unirsi a Sharon (quello del muro costruito nel 2002 che divide ancora oggi israeliani e palestinesi e che più volte è stato dichiarato illegale dalle Nazioni Unite) e fondare il partito centrista Kadima. Questa trasformazione gli valse, il 13 giugno 2007, l'elezione a presidente d'Israele, carica che ricoprì fino al 2014.

Simon Peres è stato senza dubbio una delle figure più importanti della politica israeliana ed internazionale. Per tutta la seconda metà del '900 è stato uno dei protagonisti delle vicende mediorientali e fino ad un paio di anni fa è stato un personaggio di primo piano nello Stato d'Israele. Il premio Nobel per la pace che ricevette nel '94 può però spingere ad una valutazione affrettata e buonista dell'operato di Peres, cosa che tra l'altro ci concediamo sempre quando si parla di un personaggio ormai passato a miglior vita. La sua storia ci parla di qualcosa di diverso dall'uomo di pace, ci parla di un politico che per rafforzare il suo paese non esitò ad organizzare attentati contro civili in un altro paese, di un uomo che con degli accordi di pace ha provato a rendere più sicura la sua nazione facendo accettare un compromesso ingiusto ad un paese invaso, di un Primo Ministro che fece bombardare un villaggio pieno di civili per colpire un pugno di nemici. C'è chi poi lo giustifica parlando di "un falco che diventò colomba", cioè un uomo di guerra che poi lottò per la pace, ma al di là della discutibile volontà pacificatrice dietro gli accordi di Oslo, non dobbiamo dimenticare che nemmeno due anni dopo aver ricevuto il Nobel fece bombardare i civili in Libano e che nel 2006, pur di ritornare sulla cresta dell'onda, si alleò con un uomo che di pace sapeva ben poco, Ariel Sharon.

Francesco Abate

venerdì 23 settembre 2016

LETTERATURA: RECENSIONE DE "IL CAVALIERE INESISTENTE" DI ITALO CALVINO

Pubblicato nel 1959, Il cavaliere inesistente fa parte della trilogia "I nostri Antenati" insieme a Il barone rampante e Il visconte dimezzato
Il romanzo è ambientato nella Francia medievale, al tempo di Carlo Magno e del suo scontro con i mori. 

Personaggio principale dell'opera è Agilulfo, un cavaliere perfetto in ogni pensiero e azione, con un solo difetto: non c'è. Egli è solo un'armatura vuota, sa di esserci ma non c'è, è solo coscienza di sé ma è incorporeo. Questo non non essere persona, ma solo un'insieme di idee e codici cavallereschi, lo rende un cavaliere perfetto, così come perfetta e priva di qualsiasi difetto è la sua armatura. La sua perfezione viene però messa in dubbio quando viene insinuato che egli non ha diritto ai suoi titoli dato che la fanciulla che salvò non era vergine (per il salvataggio di una non-vergine non gli sarebbe spettata la nomina a cavaliere). Agilulfo affronta un lungo viaggio per provare di essere degno dei titoli che egli possiede, anche perché lui è solo quei titoli e perdendoli perderebbe sé stesso. Nel finale un grave equivoco lo convince di non essere in diritto di essere cavaliere, portandolo all'estrema decisione di sparire per sempre.
Scudiero di Agilulfo è Gurdulù. Si tratta di un pazzo, a differenza di Agilulfo c'è ma non ne è cosciente, tanto che a volte crede di essere un animale, altre volte l'aria, ma mai è consapevole di essere sé stesso. I Franchi lo incontrano mentre crede d'essere prima un'anatra, poi una rana, e Carlo Magno per dispetto lo nomina scudiero dell'impeccabile Agilulfo che, ligio al dovere, non disobbedisce all'ordine del sovrano e lo tiene con sé.
C'è poi Bradamante, la bellissima fanciulla-cavaliere. Compare nel romanzo quando salva il giovane Rambaldo da un'imboscata. Ama Agilulfo nonostante egli non ci sia, di lui infatti ama la perfezione, in lui vede il perfetto cavaliere libero dai vizi e dal disordine degli altri guerrieri. Perso Agilulfo, trova però l'amore di Rambaldo.
Rambaldo è un giovane che si unisce all'esercito di Carlo Magno per vendicare il padre, che fu ucciso dall'argalif Isoarre. La sua vendetta si consuma in modo un po' grottesco, infatti l'argalif è ucciso da una lancia, ma Rambaldo si sente appagato perché gli ha impedito di indossare gli occhiali da vista, impedendogli di schivare l'attacco. Caduto in un'imboscata, è salvato da Bradamante e subito se ne innamora, ma non riesce a far breccia nel suo cuore se non dopo essersi congiunto carnalmente a lei grazie ad un equivoco. Ammira Agilulfo e si rivolge a lui per diventare un perfetto cavaliere, da lui non viene mai davvero amato, però quando il cavaliere inesistente sparisce lascia a lui la sua armatura, riconoscendo in un certo senso che il cavaliere più vicino ai nobili ideali cavallereschi è proprio lui. Rambaldo, forte dell'investitura ricevuta da Agilulfo, diventa un cavaliere coraggioso ed eroico.
Torrismondo è in un certo senso l'antagonista di Agilulfo. Vittima di un equivoco, solleva dubbi sulla validità del titolo di cavaliere di quest'ultimo, spingendolo ad un avventuroso viaggio ed alla scelta finale di sparire. Solo dopo la scomparsa di Agilulfo scopre la verità sul suo passato, quindi anche di aver messo in dubbio ingiustamente il titolo dell'eroe, ma non può rimediare. Convinto di essere figlio di un cavaliere del Santo Gral, che violò la madre, egli prova un'ammirazione verso quell'ordine di uomini pii, salvo poi scoprire che si tratta di persone avide che uccidono innocenti giustificandosi con la volontà del Gral e finire a combattere contro di loro per salvare un villaggio. Alla fine verrà nominato conte del villaggio che ha salvato, ma la gente del posto, ormai indipendente e capace di difendersi, lo accetta lì solo a patto che sia un loro pari. Vivrà in pace con quella gente, sposo della donna che per anni aveva creduto sua madre.

Il cavaliere inesistente è un romanzo il cui tema centrale è l'essere. Agilulfo non è, non esiste come persona, è solo un insieme di ideali e di codici, non ha vizi e non ha debolezze. Questo suo non essere, che sembra essere la sua arma vincente perché lo rende invincibile, è in realtà anche il suo tallone d'Achille perché quando crolla ciò che egli rappresenta, egli si dissolve. Anche Gurdulù non è, a differenza di Agilulfo però c'è, solo che si immedesima in tutto ed è come se si fondesse nel mondo circostante, perdendo la propria individualità.

L'opera è ambientata nel Sacro Romano Impero all'epoca dello scontro tra Carlo Magno e i mori. Nel campo dell'esercito di Carlo Magno incontriamo alcuni degli eroi descritti dall'Ariosto ne L'Orlando Furioso (opera particolarmente amata da Calvino, a cui dedicò anche una sua personale riscrittura), solo che qui sono privi dell'epica poesia che li veste nel poema e sono grotteschi, tendono a dire fandonie per coprirsi di gloria e preferiscono i banchetti e le taverne alle battaglie ed all'eroismo. La stessa Bradamante, la bellissima fanciulla-cavaliere, è presentata da Calvino in modo molto originale, infatti compare nell'opera salvando Rambaldo da un'imboscata, subito dopo però il giovane la segue e incantato la osserva orinare in un fiume, oltretutto nel romanzo viene detto senza mezzi termini che ha amato molti uomini (e per questo i compagni d'arme la prendono in giro). 
Ci sono poi i cavalieri del Gral, considerati da tutti molto pii, si rivelano in realtà come un gruppo di personaggi strambi che non esitano a saccheggiare un villaggio inerme che non era stato in grado di rifocillarli con i soliti tributi in cibo e bevande. Attraverso la descrizione di questi cavalieri, che vengono visti attraverso gli occhi di Torrismondo, Calvino evidenzia ancor di più il distacco netto tra la reputazione di cui godevano i cavalieri e la loro reale essenza, conosciuti come pii e senza macchia, non erano altro che uomini preda di avidità e vizi. 

Nonostante l'importanza dei temi trattati, il romanzo è scritto in un linguaggio molto semplice. Nonostante Calvino tenda ogni tanto ad impreziosire il linguaggio con espressioni che richiamano all'epoca cavalleresca, tanto per rendere l'atmosfera in cui si svolge la vicenda, la storia è scorrevole ed a tratti strappa anche un sorriso.

Francesco Abate

martedì 20 settembre 2016

FILOSOFIA: L'ARTE DI OTTENERE RAGIONE DI SCHOPENAUER

L'Arte di ottenere ragione è uno scritto del filosofo tedesco Arthur Schopenauer, pubblicato solo dopo la sua morte.

In quest'opera il filosofo esprime innanzitutto il suo concetto di dialettica, che per lui è "l'arte di disputare", cioè l'arte di avere ragione di fronte ad un pubblico con ogni mezzo, lecito od illecito. Nella dialettica non c'è spazio per la ricerca della verità, chi ha effettivamente ragione e chi effettivamente torto non possiamo saperlo durante la disputa, unico scopo e mostrare di avere ragione. La dialettica per Schopenauer ha origine dalla nostra vanità e dalla nostra prepotenza. Scrive il filosofo: "Dunque la dialettica non deve avventurarsi nella verità: alla stessa stregua del maestro di scherma, che non considera chi abbia effettivamente ragione nella contesa che ha dato origine al duello: colpire e parare, questo è quello che conta".
La dialettica sta nel mezzo tra logica e sofistica. In quanto arte è riconducibile ad un sistema di regole e tecniche, in quanto disposizione naturale è una tendenza originaria che si può rafforzare con l'esercizio.
Nonostante il significato puramente battagliero che ha per il filosofo la dialettica, egli conclude il trattato dicendo che quando lo scontro avviene tra due individui dello stesso intelletto essa può servire anche a sviluppare nuovi punti di vista ed a rettificare i loro pensieri. 

Nel trattato Schopenauer, oltre a definire la dialettica, presenta una serie di tecniche utili ad ottenere ragione nel momento in cui l'interlocutore ci abbia invece dimostrato che abbiamo torto. 
Innanzitutto ci sono due modi per confutare la tesi dell'avversario:
1) ad rem, cioè mostrando che la tesi non concorda con la natura delle cose;
2) ad hominem, cioè individuando discordanze tra la tesi espressa dall'avversario e altre sue affermazioni.
Le vie per confutare sono due:
1) confutazione diretta: attaccare le tesi e distruggerne o i fondamenti o le conseguenze;
2) confutazione indiretta: attaccare la conclusione a cui giunge l'avversario o dimostrandone la falsità o evidenziando casi contrari.
Dopo i modi e le vie di confutazione, Schopenauer elenca 38 stratagemmi utili per l'ottenimento della ragione. Come detto prima, la verità o la falsità delle tesi non contano nulla, quindi gli stratagemmi possono essere tanto piccole furbizie quanto vere e proprie slealtà. Si va dal dare all'affermazione dell'avversario significati forzati all'attacco dell'avversario stesso con offese personali.

Francesco Abate

mercoledì 14 settembre 2016

STORIA: LA PRIMAVERA DI PRAGA E LA REPRESSIONE SOVIETICA

Viene chiamata Primavera di Praga la rivoluzione politico-culturale che avvenne in Cecoslovacchia tra il 1967 e il 1969. 
Tutto nacque dagli elementi in opposizione al capo di Stato Novotny, uomo della vecchia nomenklatura comunista già nel 1967. L'evoluzione della mentalità della gente infatti aveva generato un'avversione nei confronti dei metodi di governo dei paesi posti sotto l'influenza sovietica, tale evoluzione fu raccolta da una parte del PCC (Partito Comunista Cecoslovacco) che iniziò a concepire un socialismo diverso.
I principi che portarono alla Primavera di Praga non contrastavano il socialismo e nemmeno mettevano in discussione i rapporti tra Cecoslovacchia e URSS, semplicemente si voleva realizzare un socialismo dal volto umano, cioè al centro della politica non ci dovevano essere né l'accumulo di capitale né il Partito, ma semplicemente l'uomo. Gli atti più concreti in cui si concretizzò questa nuova concezione politica una volta insediatosi Dubcek al governo furono il riconoscimento della possibilità che si formassero altri partiti e la rinuncia ad un controllo rigido della società.
L'URSS ovviamente osteggiò da subito l'opera del nuovo governo cecoslovacco, temendo che la situazione si estendesse ad altri paesi del Patto di Varsavia limitando la sua influenza. Subito i sovietici iniziarono con pesanti ingerenze nella politica interna cecoslovacca, ordinando a Dubcek di "normalizzare" la situazione. 
L'azione politica sovietica provocò la reazione del popolo cecoslovacco. Il 27 giugno 1968 fu pubblicato nell'ambito dell'Accademia delle Scienze il "Manifesto delle Duemila parole", un documento finalizzato a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle ingerenze sovietiche nella politica interna cecoslovacca.
Il 20 agosto 1968 però l'URSS decise di passare ai fatti. A differenza che in Ungheria nel 1956, stavolta i sovietici non cercarono nemmeno di crearsi un pretesto, poco prima di mezzanotte invasero il paese con i carri armati. L'azione sovietica avvenne durante una riunione del PCC, prese completamente di sopresa Dubcek che anni dopo ha ammesso di aver sottovalutato il pericolo sovietico e ha dichiarato: "le esperienze drastiche dei giorni e dei mesi che seguirono mi fecero capire che avevo a che fare con dei gangster". Fatta l'invasione, l'URSS si preoccupò di cambiare i quadri di potere. Dubcek fu prima nominato ambasciatore in Turchia, venendo così allontanato dal paese, poi cacciato dal partito ed escluso per sempre dalla politica. Al guido del paese fu insediato un nuovo governo formato da uomini di fiducia del Cremlino. Ovviamente l'URSS, mentre si impadroniva politicamente della Cecoslovacchia, si impegnò anche in un'intensa azione di polizia e di spionaggio al fine di frenare qualsiasi resistenza. Ai firmatari del "Manifesto delle Duemila parole" fu imposta una scelta: ritrattare la propria firma o rinunciare alla propria carriera. Molti si arresero e ritrattarono, ma non mancarono casi di eroismo come quello dell'atleta Vera Caslavska, atleta di grande talento (11 medaglie olimpiche in 11 anni, 10 medaglie ai campionati mondiali e 13 a quelli europei) che preferì vivere come donna delle pulizie piuttosto che ritrattare la propria firma. La stessa Caslavska, in una delle sue apparizioni olimpiche post-invasione sovietica, al suono dell'inno sovietico si voltò di spalle incurante del rischio di squalifica.
Il popolo cecoslovacco, vedendosi derubato della sovranità proprio mentre stava gustando una rivoluzione culturale senza precedenti, mostrò tutta la propria disperazione. Vi furono atti eclatanti, alcuni giovani si riunirono nella piazza principale di Praga e si diedero fuoco.

La Primavera di Praga è forse ancora oggi l'esempio più fulgido del contrasto tra le evoluzioni del pensiero ed i regimi politici totalitari. Un popolo nel 1968 lavorava per portare nella politica quei cambiamenti che ormai erano avvenuti nella mentalità delle persone, ma tale rinnovamento era inconcepibile per il vecchio e prepotente regime sovietico che represse tutto con la forza, non potendo controbattere con la forza del pensiero e dell'esempio politico.

Francesco Abate