sabato 11 giugno 2022

LE VENE APERTE DELL'AMERICA LATINA DI EDUARDO GALEANO

 

Le Vene Aperte dell'America Latina è un saggio pubblicato nel 1971 dallo scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano.

Sin dalla scoperta dell'America a opera di Cristoforo Colombo, la storia per l'America del Sud ha preso una strada dissestata e sporca di sangue. I conquistadores sterminarono le popolazioni locali con le violenze e le malattie, resero quelle terre libere delle colonie utili a inondare Spagna e Portogallo prima, e Inghilterra poi, di risorse.
Dal 1492 le Americhe hanno regalato uno sviluppo economico formidabile all'Europa, ma questo arricchimento europeo è andato di pari passo con il progressivo impoverimento di quelle che a tutti gli effetti erano nazioni conquistate. Dopo l'egemonia europea è sorta quella statunitense, e alle armi si sono sostituite le regole del mercato libero, ma il destino dell'America Latina è rimasto lo stesso: miseria e morte. Quando la coscienza di classe ha poi spinto le popolazioni locali a ribellarsi al gioco imposto loro dai paesi colonizzatori, alle armi economiche si sono affiancate quelle politiche, con l'installazione di dittature sanguinarie il cui unico scopo è sempre stato la salvaguardia dello status quo.

Quello che ho scritto sopra lo sa chiunque abbia studiato un po' di storia al liceo, Galeano però entra più in profondità nei meccanismi e attraverso le vicende del continente getta una luce limpida e spietata su un intero sistema economico.
Lo scopo di questo saggio non è insegnarci che il popolo sudamericano è oppresso, ma usarlo come esempio per farci comprendere come nel nostro attuale sistema economico il benessere di alcune nazioni necessiti della schiavitù di altre. Leggendo queste pagine inoltre si impara anche a diffidare di ricette semplici come le nazionalizzazioni, che non sempre possono essere la risposta perché, prima di tutto, quando uno Stato prende possesso di una risorsa diventa fondamentale capire chi possiede lo Stato.
Galeano scrive con uno stile semplice, giornalistico, creando un saggio che può essere letto da chiunque sia interessato all'argomento, senza richiedere una preparazione specifica. Così chiunque può scoprire i meccanismi attraverso cui il libero mercato diventa la catena che blocca intere nazioni, scoprendo che le guerre di conquista ormai si combattono a suon di dollari e non con le armi (anche se, quando i dollari non bastano, i conquistatori non esitano ad armare i propri complici).
L'America Latina raccontata da Galeano è un continente violato in ogni modo, sottomesso e tenuto nella miseria, una terra in cui si coltiva ciò che serve agli altri e si lasciano i contadini morire di fame. Chi detiene il potere economico ha condannato quelle popolazioni a un'esistenza senza speranza, fatta di sfruttamento e degrado. 

Le Vene Aperte dell'America Latina è un romanzo che permette di capire a fondo non solo la storia di un continente umiliato e depredato, ma anche i meccanismi economici che muovono il libero mercato. Quello che noi vediamo come un mondo di liberi scambi, attraverso la politica è stato trasformato in un'efficace arma di conquista, che trasforma nazioni libere in colonie e sottomette qualsiasi ragione morale e umanitaria.
Leggere questo libro permette di capire come il nostro sistema economico, quindi il nostro intero stile di vita, sia interamente basato sullo sfruttamento, perché il nostro smisurato benessere può essere figlio solo dello sfruttamento e del malessere di altri popoli. Finché non ci sarà un reale cambiamento delle logiche economiche che reggono il mondo, per le superpotenze sarà necessaria l'esistenza delle favelas e degli schiavi.
Consiglio di leggere questo libro perché storicamente importante, sia per quanto racconta che per l'effetto avuto sull'opinione pubblica sudamericana, e perché con semplicità ci spiega come mai non si riesca in alcun modo ad estirpare la piaga della misera in alcune parti del mondo. 
Questo è un libro che parla alla coscienza di noi popoli occidentali: siamo davvero bravi e buoni come crediamo di essere? O ci nascondiamo dietro un po' di carità e volutamente ignoriamo le stragi e la schiavitù che portiamo in altre parti del mondo?

Francesco Abate

sabato 4 giugno 2022

LA LETTERATURA MORIBONDA

 

La letteratura nasce come forma d'arte, è il tentativo di comunicare qualcosa di profondo attraverso il bello, cioè raccontando una bella storia (o scrivendo una bella poesia) lo scrittore cerca di esprimere un'idea che gli sbatte dentro e pretende di uscire fuori.
Nella letteratura intesa come forma d'arte il ruolo del lettore è fondamentale. Chi legge il libro non è solo uno che per passare il tempo scorre gli occhi su una pagina e immagazzina informazioni, questo lo fa chi legge un manuale tecnico o scientifico; il lettore ha il compito non semplice di comprendere e interiorizzare, cioè capisce cosa intende dire l'autore e lo modella a misura della propria anima, così da trasformarlo in un'idea personale.
Senza il lettore, la letteratura non esisterebbe.

Alla luce del ruolo fondamentale che il lettore ha nella letteratura, rabbrividisco pensando al modo in cui oggi si leggono i libri.
A differenza del passato, i libri sembrano tornati interessanti. Su internet, la principale piattaforma di condivisione di idee ed esperienze di cui oggi disponiamo, cresce di continuo il numero di utenti che commentano i libri o che ne discutono con altri. Questo fermento sarebbe un ottimo segnale, ma il modo in cui viene svolto il ruolo di lettore desta non poche perplessità. 
Guardando le foto di questi lettori, specialmente di quelli che si propongono come influencer, ci si rende conto di come il libro sia solo un oggetto marginale, mentre il soggetto principale è sempre il corpo della persona. Sebbene l'argomento del post sia il libro, la fotografia cerca di colpire col corpo, quindi l'immagine prende subito il sopravvento sul contenuto. Si punta a colpire l'occhio, non a comunicare il pensiero; qualcuno dirà che serve per catturare il potenziale lettore, ma se così fosse si cercherebbe di creare un'immagine accattivante al cui centro ci sia il libro, invece questo diventa un semplice elemento decorativo del soggetto principale che è il corpo. L'effetto di questa scelta è molto spesso il dirottamento dell'attenzione del potenziale utente-lettore sul corpo e non sul libro, quindi molti guardano la foto e del libro finiscono per ricordare a stento il titolo. I post associati a queste foto sono poi sempre qualitativamente molto scarsi, spesso poco personali, perché chi propone così il libro lo fa per pubblicizzare il proprio corpo, non certo la letteratura.
Un altro segnale della malattia del lettore contemporaneo è evidente nei commenti lasciati dagli utenti sulle pagine social dedicate ai libri. Si tratta molto spesso di pochi aggettivi, rare sono le argomentazioni e quasi mai originali, spesso poi si degenera nel giudizio morale sull'autore e si dimentica l'opera. 
Non mancano su queste piattaforme le gare di bravura, ci si vanta del numero di libri letti. Forse proprio perché si punta a leggere tanto ci si dimentica di leggere bene; come ho già detto sopra, leggere non significa solo scorrere gli occhi sulla pagina, ma richiede un'elaborazione interiore. Già nella nostra società frenetica è difficile ritagliare spazio per un'attività lenta, se poi questa si trasforma in una gara di velocità è la fine. A che serve leggere cento libri all'anno se poi si riesce solo a lasciare commenti come "bello", "brutto" o "non mi è piaciuto"? Il libro è un organismo complesso, contiene profondità e dimensioni infinite, come lo si può ridurre a un semplice aggettivo? Di fronte a un commento secco riguardo un libro, che sia un saggio o un romanzo, in genere mi convinco che il lettore non l'abbia capito o non l'abbia letto veramente.
Tutto quello che ho scritto sopra si può riassumere in una frase: l'apparenza conta più della sostanza. Si tratta di una frase con cui oggi si può descrivere un po' tutto, non solo la lettura. Per i lettori del web conta più dire di aver letto mille libri che averne capito qualcuno, è più importante fare la foto col libro in mano che posare il culo su un divano e leggerlo. Oggi si parla tanto dei libri, ma pochi leggono davvero.

La superficialità che ha contagiato i lettori finisce per inquinare anche la scrittura, rovinando la letteratura su due livelli.
Gli scrittori sono (o dovrebbero essere) anche lettori; se leggono con superficialità, hanno idee superficiali (se ne hanno), quindi possono scrivere solo cose banali. A questo dobbiamo poi aggiungere le regole di mercato, che spingono le case editrici a produrre ciò che si vende; se il contenuto non interessa a nessuno, è normale che si punti di più su romanzi fotocopia costruiti sulla base di una ricetta perfetta, così da offrire agli pseudo-lettori una storia veloce e fatta di tante banalità facili da memorizzare e adatti a una discussione sterile. 
L'arte va capita, richiede uno sforzo, le parole vuote invece puoi incastrarle tra una foto e una diretta.

Francesco Abate

sabato 14 maggio 2022

LA CERTOSA DI PARMA DI STENDHAL

 

La Certosa di Parma è un romanzo pubblicato nel 1839 dallo scrittore francese Henri Beyle, noto a tutti con lo pseudonimo di Stendhal.
Come ne Il Rosso e il Nero, tra le pagine di questo libro troviamo un'immagine disincantata dell'era post-napoleonica.

Protagonista della vicenda è Fabrizio Del Dongo, giovane membro di una famiglia nobile del lombardo-veneto, tornato sotto il dominio degli austriaci dopo la Restaurazione. Mentre suo padre resta sempre fedele agli Asburgo, Fabrizio sogna di combattere per Napoleone e di nascosto si unisce alle truppe francesi. Per sua sfortuna la battaglia che si trova a combattere è quella di Waterloo. Il giovane non riesce a partecipare attivamente agli scontri, vede però il lato meno eroico della guerra, finendo addirittura derubato del cavallo dagli stessi compagni.
Per via della sua partecipazione alla battaglia, Fabrizio è costretto ad allontanarsi dal dominio asburgico onde evitare di essere arrestato. Per il suo benessere si adopera la zia Gina, che lo ama sebbene sia già sposata. Grazie ai buoni uffici del conte Mosca, amante della zia, Fabrizio si ritrova a intraprendere una brillante carriera ecclesiastica, fino a che viene arrestato per l'uccisione di un attore che lo aveva aggredito.
Intorno a Fabrizio, che intanto si innamora di Clelia Conti, figlia del governatore della cittadella carceraria di Parma, si muovono intrighi politici che mettono a rischio la sua stessa vita.

La Certosa di Parma ci dipinge un ritratto disilluso e un po' spietato dell'Italia della Restaurazione, un paese dove fermentano gli intrighi politici, dove per il denaro o per la nobiltà si è disposti a qualsiasi bassezza. A questo paese cattivo e vuoto si contrappone Fabrizio Del Dongo, che in sé racchiude i sogni di gloria risvegliati dall'ascesa di Napoleone, gli slanci eroici e la voglia di condurre una vita attiva, di vivere passioni reali.
Attraverso il protagonista si osserva come tante persone che avevano parteggiato per Napoleone o addirittura avevano combattuto per lui, come il conte Mosca, riescano senza problemi a servire i tiranni e assecondare le loro politiche restauratrici. I nuovi valori si dissolvono così come neve al sole e tutto ritorna com'era prima.
Fabrizio vede un possibile riscatto nel vero amore, che in lui si accende per la giovane Clelia Conti. Nonostante si tratti di un sentimento nobile, vissuto da due anime sincere, alla fine deve cedere il passo al calcolo politico e all'opportunismo, infatti Clelia si vede costretta a sposare un marchese per rilanciare la carriera politica del padre, caduto in disgrazia dopo l'evasione di Fabrizio dal carcere di Parma.

Il protagonista del romanzo è Fabrizio Del Dongo. Giovane figlio di un nobile lombardo fedele agli Asburgo, rinnega tutto ciò in cui credono il padre e il fratello maggiore per seguire la sua passione. Sogna di diventare un eroe dell'esercito di Napoleone, ma la sua breve esperienza militare si rivela tragicomica anziché eroica; ha però il tempo di vedere dal vivo le persone che fanno parte dell'esercito francese, scoprendo che di eroico non hanno niente anzi, alcune si rivelano particolarmente meschine. Nonostante la delusione, continua a vivere tormentato dall'assenza di una passione forte, reale, finché non la trova quando si innamora di Clelia Conti. Le ragioni politiche prevalgono sui sentimenti e Clelia sposa un altro, lui però non smette mai di amarla e non rinnega sé stesso, resta per sempre legato al sentimento forte e sincero, condannandosi però all'infelicità e a una morte precoce. La sua vita dissoluta, la brillante carriera ecclesiastica favorita dai buoni uffici della zia e l'evasione dal carcere sono ispirati alle vicende di Alessandro Farnese, papa Paolo III.
Molto importante nel romanzo è la zia di Fabrizio, Gina. Anche lei si può definire uno spirito libero, ma a differenza del nipote cede a molti compromessi: contrae un matrimonio di interesse per potersi unire al suo amante e acquisire una posizione economica stabile, cede alle lusinghe del principe di Parma per salvare l'amato Fabrizio, e in generale si muove abilmente tra gli intrighi pur di raggiungere i propri scopi. Spinta dall'amore non corrisposto per Fabrizio, combina il matrimonio d'interesse di Clelia nel vano tentativo di cancellarla dalla mente del nipote. 
Il conte Mosca, amante della zia di Fabrizio, è un uomo politico molto abile che riesce a convivere con il potere traendone grandi benefici. La sua posizione di rilievo a Parma lo rende molto odiato dai rivali politici, e questa rivalità crea grossi pericoli per la vita di Fabrizio, ma la sua azione permette al giovane di salvarsi la vita e di avere una brillante carriera ecclesiastica. Lui in realtà ammira Fabrizio ma non gli vuole bene, lo aiuta per conquistarsi l'affetto dell'amante.

La Certosa di Parma è un romanzo che ci permette di vedere quanto la società possa essere lontana dallo spirito dell'uomo. In nome dell'opportunismo l'uomo sacrifica quel che è davvero, spegne i propri reali sentimenti e vive solo per guadagnare ciò che ritiene necessario in quel momento; diventa semplicemente una bestia in cerca del nutrimento per la sopravvivenza. Stendhal ci mostra queste cose nell'Italia dell'Ottocento, ma ancora oggi è così in ogni parte del mondo.
In questo libro vediamo un ragazzo pieno di sogni, vero, che si impantana in mezzo a bugie e intrighi, e per mezzo di questi viene condannato all'infelicità. La "posizione", che per i personaggi che vivono intorno a Fabrizio Del Dongo sembra essere l'unica cosa importante, lui la raggiunge, ma non può bastare a chi vuole vivere la vita davvero. Fabrizio cerca i sentimenti, cerca le emozioni intense, vuole avere qualcosa per cui vivere che vada al di là del titolo o della rendita. Nel mondo concreto de La Certosa di Parma, e in quello superficiale di oggi, avere la testa tra le nuvole non è però concesso; ieri bisognava concentrarsi sulla posizione, oggi sul denaro.
Sebbene in questo periodo mi sia un po' calato l'interesse per i romanzi dell'Ottocento, devo ammettere che i contenuti inseriti da Stendhal in questa storia me l'hanno fatta apprezzare. Si tratta inoltre di un romanzo molto appassionante, con grandi momenti di tensione, come l'evasione dal carcere, e per questo si fa leggere molto volentieri.

Francesco Abate

mercoledì 4 maggio 2022

SIAMO TUTTI UN PO' TACCHINI

 

Ho il piacere di presentarvi la mia ultima poesia, Il Tacchino.
Quante volte ci capita di guardare con adorazione, magari di amare, qualcuno o qualcosa che poi finisce per ferirci? Ho usato l'immagine del tacchino che guarda adorante la mano dell'allevatore, quella mano che lo ucciderà, per rievocare l'ingenuità di cui tutti noi siamo spesso vittime.
Oltre al messaggio finale della poesia, mi piace sottolineare come la natura sia un'infinita fonte di ispirazione.

Vi ricordo che potete trovare tutte le mie poesie già pubblicate nella pagina Le mie poesie.

Buona lettura.

Francesco Abate

lunedì 25 aprile 2022

BUON 25 APRILE

Il 25 aprile è la festa più sacra della Repubblica Italiana, ricorda infatti quando il popolo italiano superò le differenze ideologiche per combattere contro chi negava la libertà. 
Oggi non è una festa qualsiasi, non basta ascoltare una canzoncina o fare una sfilata per festeggiarla degnamente. Essendo la festa di chi ama la libertà ed è disposto a difenderla a ogni costo, noi dobbiamo ricordare non solo chi l'ha difesa in passato, ma anche chi sta combattendo ora per ottenerla. Oggi dobbiamo ricordare i partigiani, ma un pensiero deve andare anche agli ucraini, che combattono per liberarsi dal mostro russo, e ai palestinesi, che resistono alle continue prepotenze di Israele, ai curdi e in generale a tutte le persone che sognano quella libertà che oggi noi diamo per scontata e che spesso con colpevole leggerezza auspichiamo ci venga limitata.
Oggi dobbiamo inoltre ricordare, e gridare ai quattro venti, che è la festa dell'antifascismo. Il fascismo è negazione della libertà, non può trovare spazio in una democrazia. Il fascismo è la malattia che curammo col 25 aprile, non dobbiamo però illuderci di averla debellata, infatti abbiamo sì affievolito i sintomi ma il virus è ancora in circolo tra le strade, nelle istituzioni e nelle forze dell'ordine.
Oggi è il 25 aprile. Viva la libertà! Viva l'antifascismo!

Francesco Abate

mercoledì 13 aprile 2022

LA RUSSIA DI PUTIN SCRITTO DA ANNA POLITKOVSKAJA

La Russia di Putin è un libro giornalistico scritto nel 2004 da Anna Politkovskaja, giornalista russa assassinata nel 2006 a Mosca.
Si tratta di un libro molto chiaro sin dall'incipit, nel quale l'autrice dichiara di voler parlare di Putin senza toni ammirati, in un modo, accusa, che non è molto in voga in Occidente. La giornalista motiva la propria scarsa stima col fatto che, divenuto presidente, Putin non è riuscito ad abbandonare la forma mentis e i modi di agire assimilati durante la lunga carriera al KGB. "Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per raggiungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole" dichiara l'autrice.
Nelle pagine di questo libro-denuncia, Anna Politkovskaja mostra con chiarezza la profonda corruzione che il regime di Putin ha tollerato, e spesso promosso, in tutta la Russia. Ci viene mostrato un paese dove il pesce grosso può disporre a proprio piacimento di quello piccolo, tanto nell'esercito quanto nella vita lavorativa, dove i giudici sono alla mercé dello Stato e per questo non esiste giustizia per chi subisce un abuso dai potenti, dove anche il più elementare diritto umano può essere negato senza conseguenze, dove il razzismo nei confronti dei ceceni è pane quotidiano. Tutto questo ci viene mostrato con la chiarezza propria del libro giornalistico, che partendo da episodi particolari arriva a descrivere la realtà generale.
Particolarmente impressionanti sono le pagine dedicate alle violenze contro i soldati e le loro famiglie. Come ho già detto, il pesce grosso può disporre del piccolo come vuole, quindi non mancano casi di abusi sfociati in torture e omicidi, con le famiglie che dopo aver incassato il lutto devono subire l'oltraggio della giustizia negata. L'autrice cita inoltre tanti casi di soldati morti durante la seconda guerra di Cecenia i cui corpi non sono mai stati restituiti alle famiglie, in barba a ogni regola di umanità e buon senso.
Oltre alle ingiustizie, il libro ci offre un'immagine dell'esercito molto diversa da quella che si potrebbe immaginare. La Russia è una potenza nucleare e ha uno degli eserciti più grandi del mondo, eppure ci vengono mostrati soldati lasciati alla fame e abbandonati senza supporto in zone remote del paese. Anche a livello militare, la cura delle persone è pari a zero: al regime interessa solo l'efficienza delle armi.
Ci sono molte pagine dedicate a due fatti che tutti più o meno conosciamo e che non lasciano dubbi su quello che è il regime di Putin: l'assalto al teatro Dubrovka (2002) e quello alla scuola di Beslan (2004). In entrambe le situazioni ci fu un attacco terroristico e il potere, quindi Putin, preferì difendersi con la forza senza nemmeno provare a salvare gli ostaggi civili anzi, ne uccise gran parte per poi nascondere le prove del misfatto. In quei casi vedemmo tutti, perché grande risonanza ebbero anche da noi quei fatti, che la vita umana per Putin non significava niente e che il sistema giudiziario russo asseconda ogni esigenza del potere.
Le pagine conclusive del libro in poche righe hanno il merito di inchiodare tutto l'Occidente alle proprie responsabilità. Scrive l'autrice: "Né ci potrà aiutare l'Occidente, che poco si cura della <<politica antiterrorismo>> di Putin e che invece mostra di gradire la vodka, il caviale, il gas, gli orsi e un certo tipo di persone...". Tutti abbiamo avuto il modo di vedere le violazioni dei diritti umani perpetrate da Putin in Russia e in Cecenia, gli arresti arbitrari di ceceni accusati di terrorismo senza alcuna prova, gli avvelenamenti degli oppositori politici, ma il gas russo è stato più importante di tutto. Solo adesso, che Putin ha mostrato di non esitare a rivoltarsi anche contro di noi, ci siamo risvegliati dall'opportunistico torpore.

La Russia di Putin è un libro importante da leggere, soprattutto in questo periodo. La Russia è diventata prepotentemente un problema di tutti noi; fino a qualche mese fa si sorrideva dell'estremo decisionismo di Putin, ci si facevano i meme e non mancavano tanti suoi estimatori sia tra i politici che nella società civile (tutta l'estrema destra europea gli lecca le natiche da anni, invogliata dai rubli e sempre pronta ad abbracciare chi reprime le libertà). Adesso che sembra diventato possibile un attacco contro di noi, di colpo Putin è brutto e cattivo; un po' come accadde coi talebani, le cui politiche repressive e oscurantiste non interessavano a nessuno finché gli USA non decisero di attaccarli. 
La politica gioca da sempre manipolando la realtà dei fatti e la storia, a noi non resta che essere bene informati in modo da non cadere nelle sue trappole. Oggi tanti straparlano di geopolitica e di Russia, ma pochi conoscono la realtà dei fatti. L'attacco contro l'Ucraina può aver sorpreso solo chi si era perso il massacro dei ceceni, il teatro Dubrovka e Beslan, chi era distratto quando fu seminato polonio-210 per Londra o quando Navalny si trovò il veleno nelle mutande. Viviamo in un mondo complesso, e a tutti piace esprimere le opinioni personali, quindi non possiamo permetterci ingenuità o disinformazione.
Anna Politkovskaja in questo libro fa una denuncia chiara, ci mostra come in Russia ci sia il KGB al potere, come sia tornato a galla il peggio dell'Unione Sovietica. La giornalista pagò il suo coraggio con la vita, ma le sue parole non saranno vane finché i suoi libri apriranno gli occhi della gente su uno dei personaggi più pericolosi del mondo.

 Francesco Abate

domenica 3 aprile 2022

SENILITA' DI ITALO SVEVO

 

Senilità è un romanzo pubblicato dallo scrittore italiano Italo Svevo nel 1898.
Nelle pagine di questo romanzo, l'autore torna ad analizzare l'inettitudine e l'incapacità di vivere, come aveva fatto sei anni prima col libro Una Vita. Entrambi i romanzi non ottennero un grande successo e Svevo dovette attendere il 1923, anno della pubblicazione de La Coscienza di Zeno, per essere apprezzato in tutta Europa (apprezzamento dovuto anche all'impegno di James Joyce, che fece conoscere l'opera nel continente).

Il protagonista è Emilio Brentani, un impiegato dall'esistenza monotona bloccata tra le mura della casa che divide con la sorella Amalia. Stanco della sua vita piatta, Emilio si getta in un'avventura amorosa con la bellissima Angiolina; la sua incapacità di capire persone e situazioni lo porta però a idealizzare l'amante, così si illude di poter costruire una relazione amorevole con una ragazza che invece si concede a tanti uomini e non mostra mai segni di vero amore per lui.
Mentre Emilio annaspa tra le aspettative e la realtà della sua vita amorosa, in casa lentamente si consuma l'esistenza della sorella Amalia, che ama l'artista amico del fratello, ma non riesce a fare altro che sognarlo di notte.

A dispetto di ciò che fa intendere il titolo, Senilità non parla di persone anziane. La vecchiaia a cui fa riferimento l'opera è propria dello spirito, è l'immobilismo, l'indecisione, l'incapacità di vivere in cui sono impantanati Emilio e Amalia. Il primo prova a uscire dallo stallo, ma si rivela totalmente incapace di capire le persone e le situazioni, si comporta sempre nel modo sbagliato e si consuma nei dubbi invece di godersi quello che ha. Amalia soffre ancora di più la sua situazione spirituale, ma è maggiormente bloccata dalla rigida morale borghese e non riesce a fare altro che rifugiarsi nel mondo dei sogni, finendo però distrutta da questo suo bisogno di evasione dalla realtà.
Il romanzo ci mostra anche un'immagine impietosa dell'artista decadente di fine Ottocento. Sia Emilio che l'amico Stefano Balli sono artisti, il primo scrittore e il secondo scultore, ed entrambi non hanno successo. Emilio il suo fallimento lo vive con rassegnazione, mentre Balli ne è convinto che sia dovuto alla sua eccessiva originalità e ne è orgoglioso.

I personaggi principali del romanzo sono: Emilio, Amalia, Stefano Balli e Angiolina. Il poeta Eugenio Montale nei personaggi scorse un perfetto quadrilatero, perché sono disposti tra loro in modo geometrico: due uomini tra loro contrapposti da un lato, dall'altro le donne anch'esse contrapposte. 
Emilio è un mediocre borghese incapace di agire e di vivere. Soffre la sua condizione, prova a fuggirne cercando riparo nell'amore sensuale, ma la sua incapacità di comprendere la realtà lo porta a non comprendere la persona che si mette accanto né la relazione che si crea, finisce così per cercare amore romantico e materno in una ragazza infedele e rozza. Dentro di lui vive un perenne conflitto tra il modo in cui vede la realtà e ciò che essa è davvero; nei lampi di coscienza che ha, pianifica di agire in qualche modo, ma al momento di attuare i suoi piani finisce sempre travolto dagli eventi. Alla fine si rassegna a una vita passata nel grigiore e nella piattezza, costruendosi una memoria fasulla di Angiolina al cui corpo bello associa il carattere mite e amorevole della sorella Amalia. In pratica Emilio finisce per alzare bandiera bianca.
Stefano Balli è uno scultore amico di Emilio. A differenza dell'amico, ha successo con le donne, vive una soddisfacente mondanità e non è rassegnato all'insuccesso. Affronta la vita con positività e trasforma in azione la sua voglia di gioie, senza perdersi in riflessioni inutili come invece fa Emilio.
Amalia è la sorella di Emilio. Donna mite e amorevole, molto buona, è però brutta e vive chiusa in casa senza nessun vero contatto con l'esterno. Conduce un'esistenza piatta e vuota come il fratello, ma ha una mentalità più rigida e non riesce a imporsi una trasgressione. Si innamora di Stefano Balli, ma non osa manifestare in alcun modo la sua passione; si accontenta di sognarlo di notte, e nei sogni si concede a lui senza vergogna. Quando perde la possibilità di vedere Balli, ancora una volta non reagisce ma prova a scappare nell'oblio stordendosi con l'etere, ma questo abuso finisce per costarle la vita. Nei suoi deliri finali emergono la sua passione, il senso di sconfitta per non averla potuta vivere liberamente e anche la tristezza per una maternità mai diventata realtà. Il personaggio di Amalia è sicuramente il più tragico del romanzo.
Angiolina è l'amante di Emilio, una perfetta antitesi di Amalia: molto bella, per niente amorevole, estremamente libera sessualmente e spregiudicata. Ha relazioni con molti uomini (di tanti colleziona addirittura le foto), sempre persone di estrazione sociale più alta, come se cercasse la realizzazione attraverso la seduzione. Emilio nota come tenda a prendere modi di dire e di comportarsi dai vari amanti con cui intrattiene relazioni, comportamento che evidenzia un carattere debole. 

Senilità è un romanzo che ci mostra un uomo impantanato nella propria incapacità di agire e di capire. Attraverso Emilio Brentani, Svevo ci conduce dentro un tipo di esistenza che oggi come allora è molto comune. Tanti vivono di sogni, progettano grandi imprese, poi per incapacità o per paura restano imprigionati nella propria fortezza, lasciandosi sfuggire la vita dalle mani. Per queste persone, che sono tante, la lettura di questo libro è fondamentale: Svevo giudica infatti con severità il protagonista, e attraverso sia lui che la sorella fa vedere le conseguenze nefaste a cui può condurre questo immobilismo. Amalia fugge vigliaccamente dalla realtà e resta uccisa, Emilio fa lo stesso e si imprigiona in una non-vita.
Molto interessante è anche la reazione al fallimento dei due protagonisti maschili; Emilio si rassegna e smette di provarci, Stefano invece si convince di essere lui nel giusto e continua sulla sua strada. Quale delle due reazioni sia giusta, se poi davvero una giusta c'è, spetta all'arbitrio di ognuno di noi, ma quella di Stefano almeno gli permette di godere della propria passione senza lasciarsi condizionare dalle critiche. 
Il libro è scorrevole e si legge facilmente, anche se la relazione tra Emilio e Angiolina in alcuni momenti diventa irritante per via dell'incapacità dell'uomo di agire così come vorrebbe. 

Francesco Abate