domenica 21 settembre 2025

VOCI PER LA PALESTINA

 

Sabato 27 e domenica 28 settembre 2025, a partire dalle ore 19, a Salerno ci sarà il primo appuntamento della manifestazione Voci per la Palestina. Sarà una mostra che coinvolgerà la vista e l'udito, con opere d'arte e poesie ispirate dal genocidio che Israele sta compiendo a Gaza.
Sarò felicissimo di partecipare con una mia poesia, e spero che veniate numerosi, perché l'arte non può essere qualcosa di fine a sé stesso, di slegato dal mondo, ma deve essere un vento capace col suo soffio di abbattere le torri dell'odio e del potere.

Francesco Abate

sabato 13 settembre 2025

LO SCHIAFFO DI ANAGNI

 

Lo schiaffo di Anagni è un episodio che si fonde tra storia e leggenda, che è stato l'apice del conflitto tra potere temporale e spirituale ed ha protratto per secoli i suoi effetti. Forse, volendolo descrivere con linguaggio moderno, lo potremmo definire come la crisi internazionale più grave d'Europa prima della scoperta dell'America.
L'episodio affonda le sue radici in una crisi profonda apertasi tra Francia e Chiesa verso la fine del Duecento. Sebbene fosse ancora radicata l'idea della preminenza del papato sul potere temporale, quindi su tutti i sovrani, il Regno di Francia reclamava con sempre maggior forza una più ampia autonomia, soprattutto in materia fiscale. Impegnata nel conflitto lungo e sanguinoso contro l'Inghilterra, la Francia aveva bisogno di entrate fiscali più cospicue, quindi nel 1296 deliberò il prelievo di un cinquantesimo della ricchezza di tutti i francesi, incluso il clero. Bonifacio VIII contestò con forza tale iniziativa del sovrano francese e con la bolla Clericis laicos sancì che il clero potesse essere tassato solo dietro autorizzazione papale. 
Bonifacio VIII non aveva nemici solo in Francia. Sin dal proprio insediamento, il pontefice aveva intrapreso un'energica politica di acquisizione e annessione di proprietà, allo scopo di rendere più fulgido e potente il nome della sua casata, i Caetani. Questa espansione territoriale "personale" lo portò in conflitto con la potente famiglia dei Colonna, che in Lazio pure vantava vasti possedimenti. Lo scontro si acuì quando, il 3 maggio del 1297, Stefano Colonna, nipote del cardinale Giacomo e fratello del cardinale Pietro, assalì sulla via Appia un convoglio che trasportava denaro di Bonifacio VIII. Il pontefice subito convocò i due cardinali parenti dell'assalitore, chiedendo la restituzione della somma rubata, la consegna di Stefano e la cessione della città di Palestrina. I due cardinali accettarono solo la prima richiesta, mentre nel Manifesto di Lunghezza invocarono un nuovo concilio e protestarono contro l'illegittimità dell'elezione di Bonifacio VIII, il quale rispose scomunicando loro e il ramo principale della famiglia Colonna. Successivamente, da Palestrina, i due ex cardinali Colonna tornarono alla carica accusando il pontefice di assolutismo tirannico e fiscalismo rapace. Il papa, intenzionato a chiudere la questione, indisse una crociata contro la famiglia Colonna, che portò nel 1298 alla loro resa. I Colonna, sperando nel perdono papale, il 15 ottobre 1298 sfilarono a Rieti vestiti di sacco e a piedi nudi. Il papa, sebbene il Cristianesimo predichi la misericordia, non si mostrò per nulla propenso al perdono: ordinò la distruzione di Palestrina, sulle cui terre fu passato l'aratro e cosparso il sale, affinché nulla più vi crescesse.
Bonifacio VIII aveva quindi nemici potenti e arrabbiati tanto a pochi passi da casa (i Colonna) quanto oltralpe (Filippo IV il Bello, re di Francia). Proprio lo scontro col re francese si stava acuendo ancor di più, sempre per ragioni fiscali. Quando Bonifacio VIII fu sul punto di scomunicare il sovrano, questi decise di passare all'azione: il 7 settembre 1303 inviò due truppe di mercenari, una delle quali capitanate da Giacomo "Sciarra" Colonna (i nemici del papa si erano alleati), le quali entrarono nella città di Anagni grazie al tradimento di Adinolfo di Mattia, assediarono il palazzo del pontefice e penetrarono fino alle stanze di Bonifacio VIII. Al papa, Giacomo "Sciarra" Colonna pose delle condizioni per aver salva la vita, ma questi le rifiutò. Secondo la leggenda, vi fu anche uno schiaffo del Colonna al papa, ma gli storici sono oggi propensi a ritenere che il pontefice non fu colpito, e che lo schiaffo fu solo morale.
Bonifacio VIII restò ostaggio degli invasori, che intanto presero a saccheggiare tutti i beni del palazzo e della cattedrale di Anagni, finché la popolazione non insorse, temendo ritorsioni del mondo cristiano per aver lasciato uccidere un papa dentro le proprie mura, e lo liberò. Si narra che l'orgoglioso papa Bonifacio VIII, che aveva accumulato ricchezze e potere, che aveva sfidato il Regno più potente d'Europa, rimasto senza beni, elargì agli assalitori assoluzioni in cambio di pane e vino.
Dopo l'episodio, Bonifacio VIII fuggì da Anagni a Roma. Si narra però che neanche lì si sentisse al sicuro, consapevole di avere tanti nemici. Spaventato, e forse ancora umiliato dall'episodio dello schiaffo (l'umiliazione di essere stato catturato dai nemici), morì nella notte tra l'11 e il 12 ottobre del 1303.

Per capire l'impatto che l'episodio dello schiaffo ebbe sul mondo cristiano, basti pensare che questo affronto violento e aperto del re di Francia al papa precedette di soli sei anni lo spostamento della sede papale ad Avignone, quindi una delle più profonde crisi del potere papale.
Per comprendere poi quale impatto emotivo ebbe sui cristiani d'Europa, ricordiamo che Dante cita l'episodio nella Commedia, quando nel XX canto del Purgatorio Ugo Capeto, antenato dei re francesi ("radice de la mala pianta") dice: "veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser catto. / Veggiolo un'altra volta esser deriso; / veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, / e tra vivi ladroni esser anciso. / Veggio il novo Pilato sì crudele, / che ciò nol sazia, ma sanza decreto / portar nel Tempio le cupide vele". Nel canto dantesco, Filippo il Bello è un nuovo Pilato, che nella città di Anagni (Alagna) cattura e umilia Cristo (nella persona del suo vicario, Bonifacio VIII) tra i ladroni (Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna).

Per chi volesse approfondire questo episodio, che oltre ad essere fondamentale è importante per capire gli interessi economici e politici di chi governava (e governa) la Chiesa, consiglio il libro Lo schiaffo di Anagni - La storia, i luoghi, le leggende di Lorenzo Proscio. Questo libro ha il merito di illustrare con cura la figura di Bonifacio VIII, i suoi interessi economici e le sue ambizioni, e di incastonarle in un evento che, sebbene abbia coinvolto un papa, di religioso ha ben poco.
Vi consiglio anche una visita alla città di Anagni, alla bellissima cattedrale ed al palazzo di Bonifacio VIII.

Francesco Abate

martedì 9 settembre 2025

PARLIAMO DI EUDEMONIA: DANTE, LA VOCE DELLA RAGIONE

Assegnato come guida a Francesco, Dante compare fin dall'inizio della ricerca, diventando per lui un amico prezioso e spesso un'ancora di salvezza.
Nell'allegoria del romanzo, Dante rappresenta la Ragione, quella luce in grado di illuminare anche il sentiero più scuro e impervio.
Ho scelto questo nome per la personificazione della Ragione per celebrare colui che ha saputo sfruttare appieno la potenza dell'allegoria, quel Sommo Poeta che con versi immortali e immagini cariche di fascino ha saputo condensare nella Commedia tutte le proprie idee ed il sapere del suo tempo.
Dante è la Ragione, analizza ogni situazione sfruttando la sua logica e la sua istruzione, giungendo spesso alla comprensione della verità. Spesso, però, non sempre, perché usare la fredda ragione non sempre porta alla risposta giusta; la ragione a volte sbaglia, perché non è supportata dall'onniscienza, e soffre i limiti imposti dai condizionamenti dell'ambiente in cui è stata coltivata. Per questa ragione Dante, pur essendo una persona molto razionale, non mette in discussione l'autorità del re, nonostante sia consapevole dell'inadeguatezza umana e politica di re Matteo. 
Dante incontra e si innamora di Beatrice (non poteva essere diversamente!), perché la ragione subisce il fascino della Teologia, di quella fede travestita da sapere razionale che cerca di mutare in scienza la superstizione. Nel tratto di cammino che percorrono insieme, il loro amore rivela la vera natura di entrambi, soprattutto quando la ricerca di Dio arriva alla sua conclusione.
L'atteggiamento di Dante nei confronti delle cose che sfuggono alla sua comprensione è allo stesso tempo umano e allegorico. Di fronte alle scoperte che non può spiegare coi propri mezzi intellettuali, Dante dapprima sviluppa una sorta di resistenza a oltranza, chiudendosi a riccio nei confronti della novità, salvo poi riprendere il controllo di sé e acquisire la verità. Non mancano i casi in cui Francesco sceglie di non ascoltarlo e di agire impulsivamente: spesso finisce per pentirsene, ma non sempre.
In ogni ricerca spirituale l'uso della ragione è importante, perché muovendosi trascinati dall'impulsività e dall'irrazionalità si finisce persi in qualche illusione o distrutti da qualche mostro. A spiegare questo serve la figura di Dante, quella voce rassicurante e ferma che accompagna Francesco per tutto il meraviglioso viaggio che percorre verso Eudemonìa.


Vi invito a seguire il blog e le mie pagine social (Facebook, MeWe, Instagram) per tutti gli aggiornamenti riguardo questo romanzo.
Vi ricordo che potete acquistare il romanzo in tutte le librerie fisiche e virtuali (link in questa pagina). Per chi è di Battipaglia, lo trovate subito disponibile presso Copperflield Bookshop in via Italia, 43.

Francesco Abate

venerdì 29 agosto 2025

LA POESIA "MAMMA" VINCITRICE DEL CONCORSO "VOGLIO DIRTI GRAZIE!"

 

Con grande gioia vi annuncio che la mia poesia Mamma si è classificata al 1° posto nella sezione Poesia-Mamma del concorso "Voglio dirti grazie!".
Ho partecipato con entusiasmo a questo concorso, di cui in questo periodo dominato da discorsi d'odio c'è un gran bisogno, e per questo sono felicissimo del premio che mi è stato conferito.
Ringrazio di cuore il presidente del Centro Culturale Studi Storici "Il Saggio", cav. Giuseppe Barra, la responsabile del concorso e curatrice dell'antologia Voglio dirti grazie, Luisa Cantalupo, e la giuria che ha ritenuto la mia poesia degna del primo posto. 

Vista la natura del concorso, voglio concludere questo post con un pensiero sulla gratitudine.
Troppo spesso percepiamo la gratitudine come una debolezza, così come la società ci induce a fare con qualsiasi manifestazione di sentimenti incompatibili con la competizione, eppure esprimere questo sentimento è importante, perché per una ragione o per un'altra le persone possono sparire dalla nostra vita, e la gratitudine non espressa finire per diventare rimpianto.
Più in generale, dobbiamo sovvertire questa cultura che esalta i sentimenti negativi quale odio, rancore, invidia, e il linguaggio che li esprime, per associare la vergogna a quelli positivi quale amore e, appunto, gratitudine.
Il mondo oggi gira al contrario, solo cambiando il nostro modo di essere possiamo renderlo un posto magnifico per tutti gli esseri umani.

Grazie.

Francesco Abate

sabato 23 agosto 2025

IL LORO GRIDO E' LA MIA VOCE - POESIE DA GAZA

 

Siamo purtroppo abituati alle immagini delle case rase al suolo nella Striscia di Gaza, così come ci stiamo abituando alle notizie dei gazawi uccisi mentre sono in fila per accaparrarsi un po' di cibo, alle foto dei bambini ridotti pelle e ossa, alle aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha accelerato l'esecuzione del genocidio dei palestinesi, e nel silenzio di chi ci rappresenta ci stiamo abituando all'orrore.
Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza è una raccolta di poesie scritte da poeti palestinesi impegnati a sopravvivere al genocidio nella Striscia di Gaza. Due di loro in realtà hanno già perso la vita: Heba Abu Nada è stata uccisa nell'ottobre del 2023, Refaat Alareer due mesi dopo.
La raccolta ha il merito di raccogliere fondi per le attività di assistenza sanitaria a Gaza di Emergency, ma merita di essere letta soprattutto per il suo contenuto.
A scrivere le poesie di questo libro sono persone che hanno perso la casa, che soffrono la fame, che ogni giorno rischiano la vita e vedono i propri cari falciati inesorabilmente dalla Stella di David sporca del loro sangue. Nelle poesie però non si trova solo dolore, ma è sempre presente il senso di rabbia di chi non chiede altro che una casa e un'esistenza normale, ricevendo in cambio bombe e colpi di cecchini. Con le sue poesie questo libro ci ricorda che i gazawi non sono alieni, o una specie animale particolare, sono esseri umani che amano, odiano, sognano e fanno progetti per il futuro, futuro che Israele e l'Occidente hanno deciso di distruggergli. 
Già dal titolo, però, l'opera ci dice che c'è anche altro. Nei poeti non muore del tutto la speranza, rappresentata dal grido degli studenti che manifestavano nelle università occidentali; ridotti al silenzio, i palestinesi hanno affidato alle nostre gole la loro richiesta di giustizia. Le nostre voci purtroppo si stanno affievolendo, perché siamo anestetizzati e non sentiamo il loro dolore in tutta la sua potenza, cerchiamo lo svago ed evitiamo la lettura di testi politici e di protesta, però Marwan Makhoul nei suoi Versi senza casa ci dice che non è possibile lo svago mentre c'è un massacro:
Per scrivere una poesia non politica,
devo ascoltare gli uccelli,
e per sentire gli uccelli
bisogna far tacere gli aerei da caccia.
La poesia è qualcosa che le bombe non possono distruggere, che si alza sopra le macerie e vola in giro per il mondo, seminando nel cuore dei lettori i sentimenti e le idee di quelle menti e quei cuori che il genocida israeliano sta tentando di annichilire. Leggere Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza è un modo per empatizzare con chi vive un'esperienza così lontana dalla nostra vita, per assimilare la sua indignazione e la sua voglia di ribellarsi. Queste poesie non servono solo a umanizzare le vittime, sono necessarie a darci la spinta per alzarci in piedi ed opporci alla barbarie in cui sta affogando il nostro mondo sedicente civile.

Francesco Abate

sabato 16 agosto 2025

APPENDICE (CANTO DEI DANNATI / MADRE TERRA PIANGE I SUOI FIGLI SCELLERATI)

 

Inferno, dopo le due sezioni principali, si chiude con un'appendice che contiene due poesie: Canto dei dannati e Madre Terra piange i suoi figli scellerati.
La prima di queste due poesie è un canto corale di tutti i dannati che abitano la Terra, che guardano tutto quello che non possono avere, tutto il bello del mondo che nella loro vita diventa lutto e sangue. I dannati sono consapevoli che:
Non cambiano le stagioni
nel concerto di esplosioni:
scorre scura come il sangue
la vita dei dannati.
Nella seconda poesia è la Terra a parlare, una madre sconsolata e affranta, che guarda tutte le belle cose che aveva dato a noi uomini, bellezze che siamo stati capaci di distruggere e gettare via. In questo componimento l'umanità è ormai estinta, perciò la Terra piange:
Nessun occhio può più riempirsi
della bellezza che mi vestiva
e nessuna mano può più addobbarmi
per la mia eterna festa.
Sterminandoci, e sporcando di sangue ogni cosa, stiamo trasformando i meravigliosi panorami del nostro pianeta in cornici da immagini funerarie, e distruggendoci ci stiamo privando della possibilità di creare bellezza attraverso l'arte, cosa che siamo capaci di fare (anche se spesso lo dimentichiamo).


Vi ricordo che potete acquistare Inferno in tutte le librerie e in tutti i collegamenti che trovate in questa pagina. Trovate tutti i miei libri presso la libreria Copperfield Bookshop di Battipaglia.
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Francesco Abate

domenica 10 agosto 2025

"SHANTARAM" DI GREGORY DAVID ROBERTS

 

Shantaram è un romanzo pubblicato nel 2003 dallo scrittore australiano Gregory David Roberts, opera che ha venduto più di sei milioni di copie in tutto il mondo.
Il romanzo, dichiarato autobiografico dall'autore, racconta le vicende di Lin, un uomo evaso dal carcere in Australia e fuggito a Bombay. Lin comincia a guadagnarsi da vivere con piccoli espedienti illegali, finendo per andare a vivere in uno slum (una baraccopoli), nel quale ritrova serenità grazie alla cura degli ammalati e scopre la solidarietà che unisce tra loro i poveri abitanti. Col passare del tempo, e per via di circostanze che non rivelo per non anticiparvi la trama, Lin finisce per perdersi di nuovo, fino a ritrovarsi prima in carcere e poi addirittura in guerra.
Shantaram ha certo il merito di avere una trama avvincente, che si sviluppa attraverso numerosi colpi di scena e tiene incollato il lettore fino all'ultima pagina. Anche la narrazione, diretta e a tratti molto cruda, appassiona e non fa sentire il peso delle quasi milleduecento pagine.
Non bisogna credere però che questo sia solo un romanzo di intrattenimento ricco di azione. L'autore mostra quelle che presenta come sue vicende personali per mostrarci il mondo di cui è innamorato, la Bombay divisa tra il lusso sfarzoso e baraccopoli luride, tra vizi e spiritualità, e per sviluppare delle riflessioni su questioni molto delicate. La storia di Lin è infatti la storia di un uomo segnato dalla colpa, che ha perso gli affetti per problemi di droga, e questo tema della colpa è forte in quasi tutte le pagine del romanzo, un macigno che impedisce al protagonista di liberarsi dal mondo criminale che come una sirena non smette di chiamarlo. Il romanzo ci offre anche l'occasione per riflettere sul fallimento dei sistemi carcerari di quasi tutto il mondo, dove il detenuto è ingabbiato e ridotto peggio di una bestia, umiliato e incattivito, in barba a qualsiasi discorso sul recupero e il reinserimento in società. Nelle pagine di Shantaram è poi mostrata tutta la contraddizione del capitalismo, con gli slum a pochi metri dai grattacieli lussuosi, e tutta la corruzione che il sistema genera, visibile attraverso i poliziotti che si lasciano continuamente corrompere dai grandi delinquenti della città.
Shantaram è un ottimo romanzo, piacevole da leggere e non banale nei contenuti; a convincermi poco è il fatto che sia presentato come autobiografia. Nelle pagine del romanzo troviamo questo Lin, un uomo scaltro e forte, capace tanto di combattere col coltello quanto di curare i poveri malati dello slum, leale con gli amici ma capace di spietatezza coi nemici, che piace alle donne ma ha difficoltà a trovare il vero amore. Lin è così simile all'eroe in stile hollywoodiano da non sembrare vero; non mi stupisce che Johnny Depp volesse girare il film tratto da questo romanzo (impresa poi fallita per problemi organizzativi), perché Lin a tratti mi ha ricordato tanto George Jung di Blow, un delinquente bello e buono che vorrebbe redimersi ma non può. Francamente, senza nulla togliere alla bellezza del romanzo, sull'attendibilità dell'autobiografia mi sento di esprimere qualche riserva.
Un altro limite del romanzo è la visione "affascinante" che propone del mondo della mafia. Lin si lega molto al boss Khaderbai, che per lui sostituisce la figura paterna. Sebbene nel corso del romanzo vengano fuori i grossi limiti morali del capocosca, la sua figura resta sempre più vicina a quella di un saggio santone che non a quella di uno spietato assassino. Anche molti compagni di cosca sono presentati sotto una luce positiva: leali e forti, senza paura e spinti da un ideale puro. Anche in questo caso ho sentito forte l'influenza hollywoodiana, soprattutto dei gangster movies, e come nel caso di questo genere di film Shantaram rischia di normalizzare un fenomeno diffuso e grave, che ogni giorno costa la vita a migliaia di persone in tutto il mondo.

Francesco Abate