venerdì 12 febbraio 2016

LETTERATURA: STUDIO DE "LA FATTORIA DEGLI ANIMALI" DI GEORGE ORWELL

"La Fattoria degli Animali" è una favola politica scritta sotto forma di allegoria. Il romanzo narra di una fattoria in cui gli animali si ribellano e cacciano il proprietario, il signor Jones, per poi creare una società di animali guidata da animali.

Nella vicenda è chiaro il riferimento all'Unione Sovietica, rappresentata dalla fattoria in questione. La rivolta degli animali rappresenta la rivoluzione di ottobre, cioè la rivolta dei bolscevichi e del popolo russo contro lo zar. La rivolta degli animali è propiziata dal sogno del Maggiore, un vecchio maiale che nell'allegoria rappresenta Lenin e le sue teorie, che furono alla base della rivoluzione bolscevica in Russia. Dopo la cacciata del signor Jones, la fattoria è guidata dai maiali secondo il principio dell'uguaglianza di tutti gli animali. Col passare del tempo, però, i maiali stessi trasformano il proprio ruolo da guide della rivoluzione a leader, manifestano comportamenti sempre più dittatoriali e finiscono per trattare i loro compagni rivoluzionari peggio di come li trattava il signor Jones. Anche qui è chiaro il giudizio di Orwell sulla rivoluzione bolscevica, che partì col proposito di creare la dittatura del proletariato e finì per essere dittatura SUL proletariato, giudizio espresso tra l'altro anche dal filosofo comunista Karl Korsch.

Tutta la vicenda narrata dal romanzo è una trasposizione allegorica delle vicende russe, così ogni personaggio finisce per rappresentare personaggi o categorie di spicco della Russia pre e post-rivoluzionaria. I due personaggi principali, i maiali Napoleone e Palladineve, rappresentano Stalin e Trotzky. Nel romanzo Napoleone è il più cinico, quello più concentrato al mantenimento del potere conquistato con la rivolta, mentre Palladineve è quello più idealista. I due vanno in contrasto, alla fine il primo scaccia il secondo accusandolo di tradimento. La vicenda richiama chiaramente i contrasti tra Stalin e Trotzky, uno concentrato a mantenere saldo il potere del partito in Russia e l'altro intenzionato ad esportare la rivoluzione nel resto del mondo, con quest'ultimo che finì prima esiliato e poi ucciso da un sicario.
Anche la propaganda comunista è rappresentata nell'allegoria orwelliana. Nel romanzo compare Piffero, incaricato di stravolgere e cambiare in continuazione le notizie in modo tale da tenere sempre vivo il consenso degli animali. Grazie a lui i maiali riescono a non far percepire agli altri animali la deriva autoritaria del loro governo.
Napoleone è sempre scortato da cani feroci, che non esitano a sbranare animali colpevoli solo di aver dissentito al termine di processi farsa. Chiaro è il riferimento di Orwell al KGB ed alle purghe staliniane. Orwell fu il primo intellettuale europeo di sinistra a denunciare le purghe staliniane e lo fece in un clima che lui stesso definì di autocensura di tutto ciò che poteva essere sgradito all'alleato sovietico. Il romanzo fu infatti scritto durante la Seconda guerra mondiale, l'Inghilterra era alleata dell'URSS e molti editori rifiutarono la pubblicazione del romanzo (poi pubblicato nel '44) percependone il chiaro senso anti-bolscevico.
Tra i personaggi minori della vicenda c'è il corvo Moses, che nell'allegoria rappresenta la chiesa ortodossa, prima cacciata dalla rivoluzione e poi riammessa, seppur con ruolo marginale. L'aristocrazia russa è rappresentata invece dalla cavallina viziata Molly, che fugge dalla fattoria per non perdere i propri privilegi, così come gli aristocratici russi cercarono riparo in tutta Europa per non perdere i loro. Boxer, il cavallo fortissimo e instancabile, rappresenta Stakanov e tutta la classe lavoratrice russa, si lascia infatti sfruttare in ogni modo convinto di lavorare per una giusta causa, poi finisce tradito e abbandonato quando diventa inabile al lavoro. Ci sono poi le pecore, che cambiano opinione così come cambia la versione del regime, e rappresentano la massa acritica della popolazione russa. 
I confinanti della fattoria sono il signor Frederick e il signor Pilkington, rappresentano rispettivamente la Germania e la Gran Bretagna. Come la Russia nella storia si alternò tra patti con la Germania hitleriana e alleanze con Gran Bretagna, prima del calo della famosa "cortina di ferro" (che ancora non era avvenuto, essendo ancora in corso la Seconda guerra mondiale), così i maiali oscillano tra alleanze con Frederick e con Pilkington. 

Il finale della vicenda mostra con chiarezza l'idea che Orwell aveva sulla rivoluzione bolscevica. Il romanzo si chiude con l'immagine dei maiali che banchettano, seduti a tavola come umani e sembrano umani, pare che abbiano perso le loro sembianze animali. L'idea dell'autore è quindi che i bolscevichi, che si proposero al popolo russo come alternativa al capitalismo, erano diventati esattamente come i capitalisti: godevano di privilegi e ricchezze raccolti grazie allo sfruttamento del popolo. Con questo romanzo, e i contenuti in esso espressi, Orwell si unì a quella folta schiera di intellettuali comunisti (di cui ho citato prima Korsch) critici nei confronti di Lenin, dello stalinismo e della dittatura comunista in Russia.

Francesco Abate

martedì 9 febbraio 2016

FILOSOFIA: L'UOMO A UNA DIMENSIONE DI HERBERT MARCUSE

Herbert Marcuse fu uno dei principali esponenti della Scuola di Francoforte. L'opera che lo rese famoso fu "L'uomo a una dimensione", pubblicata nel 1964.

Per Marcuse l'uomo a una dimensione è l'uomo che vive in una società a una dimensione, una società senza opposizione che ha paralizzato la critica attraverso un controllo totale. Nella società tecnologica avanzata l'apparato produttivo diventa totalitario, cioè non determina soltanto le occupazioni e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. Attraverso la fatica e il lavoro essa manipola i bisogni e domina tutte le sfere dell'esistenza privata e pubblica, integra ogni opposizione e assorbe in sé ogni alternativa. La mente e il corpo dell'uomo sono tenuti in uno stato di mobilitazione permanente per la difesa di questo universo politico.

Marcuse pensava che il progresso tecnologico avesse generato le premesse per la liberazione della società dall'obbligo del lavoro, per la nascita del regno del libero gioco delle facoltà individuali che, liberamente espresse, avrebbero dato nuove forme alla scoperta del mondo. Il potere, conscio delle potenzialità create dalla tecnologia e della possibilità che il sistema crollasse, ha creato uno stato di necessità che rendesse possibile il mantenimento dello status quo.

La lotta per mutare questo universo deve seguire strade nuove, non va bene per Marcuse quella che seguì Marx. I mezzi tradizionali di protesta sono resi inefficaci dalle tendenze totalitarie della società unidimensionale. Per Marcuse la speranza è riposta nei reietti e negli stranieri, negli sfruttati e nei perseguitati, nei disabili e nei disoccupati. Essi sono al di fuori del processo democratico e sono la dimostrazione lampante della necessità che sia posta fine a condizioni intollerabili. La loro opposizione non è sviata dal sistema perché lo colpisce dal di fuori, è una forza elementare che viola le regole del gioco e mostra che il gioco stesso è truccato. Quando questi reietti scendono in piazza a protestare, a reclamare per i propri diritti, rifiutano di prendere parte al gioco è questo può essere l'inizio della fine di un periodo. Essi danno la vita per il Grande Rifiuto.

Francesco Abate


martedì 26 gennaio 2016

IL PREZZO DELLA VITA

Salve a tutti,

è con grande piacere che comunico l'uscita del mio secondo romanzo, "Il Prezzo della Vita", pubblicato per la CSA Editrice.

Nei prossimi giorni pubblicherò qualche estratto del romanzo ed eventuali recensioni. Intanto vi lascio il link della casa editrice e quello della pagina Facebook su cui potrete seguire tutto ciò che è inerente la mia attività di scrittore.

http://www.csaeditrice.it/index.php?option=com_virtuemart&view=productdetails&virtuemart_product_id=294&virtuemart_category_id=2&lang=it

https://www.facebook.com/Francesco-Abate-lo-scrittore-battipagliese-208269812573410/?ref=hl


Francesco Abate

lunedì 26 ottobre 2015

LETTERATURA: COMMENTO DE "GLI INDIFFERENTI" DI ALBERTO MORAVIA

Gli Indifferenti di Alberto Moravia è un romanzo che mostra la decadenza economica e morale dell’alta borghesia, intrappolata in una vita scandita da convenzioni sociali e da turpi sentimenti. I protagonisti della vicenda, volenti o nolenti, consapevolmente o meno, sono intrappolati nella loro vita e nel loro status sociale.

Pubblicato nel 1929 da Moravia a proprie spese, il romanzo si rivelò subito un successo editoriale. La rivista “900” rifiutò il romanzo definendolo una “nebbia di parole”. Ad ingannare l’editore ci fu sicuramente il linguaggio usato dall’autore per descrivere la vicenda, in realtà però il romanzo si lascia leggere e presenta dei contenuti importanti. La scelta del linguaggio di Moravia serve a immergere ulteriormente il lettore nell’atmosfera respirata dagli stessi personaggi, un’atmosfera esageratamente artificiosa finalizzata a mascherare lo squallore delle vite reali.

Protagonisti della vicenda sono i fratelli Carla e Michele, giovani di una famiglia dell’alta borghesia ormai in rovina, la loro madre, il donnaiolo uomo d’affari Leo Merumeci e l’amica di famiglia Lisa. Leo Merumeci continua a frequentare l’amante, che ormai respinge di continuo e tratta male, perché intenzionato a riscuotere un’ipoteca sulla loro casa che di sicuro li manderà in rovina e darà a lui la bella villa ad un prezzo stracciato. Nonostante Michele intuisca le intenzioni losche di Leo e consigli alla madre di far valutare la villa, così da venderla ad un prezzo più alto di quello dovuto a Leo, estinguere l’ipoteca e compare una casa più modesta, la donna continua a trattare l’uomo d’affari come un amante, con tanto di scenate di gelosia. La donna infatti spera di usare l’amore per tenere la villa, in più vuole davvero tenere stretto Leo, pur consapevole che lui sia un donnaiolo e che la tradisca di continuo. La donna teme che Leo tenga in piedi ancora una vecchia relazione amorosa con Lisa, vecchia amica di famiglia, invece l’uomo corteggia spudoratamente e finisce per sedurre la giovane Carla. Intanto Lisa corteggia di nascosto Michele, andando così a nutrire involontariamente l’equivoco creatosi nella mente della donna. Servendosi degli eventi innescati da quest’incrocio di interessi amorosi e non, l’autore si produce in un’accurata analisi dell’esistenza umana.

I protagonisti della vicenda vedono e vivono la crisi morale e per certi versi anche economica della loro classe sociale da punti di vista differenti.
Carla e Michele soffrono la falsità di tutto quello che li circonda. Vivono la vita con indifferenza, senza reali sentimenti, tutto è finto e nulla suscita in loro reazioni sincere. Entrambi vogliono cambiare la propria condizione. Carla cerca di mutarla gettandosi in una relazione squallida e senza sentimento, concedendosi ad un uomo che non ama e che sin dopo il primo rapporto sessuale la tratta come una vecchia moglie di cui si è ormai stanchi. Nonostante lei finisca per rendersi conto dello squallore in cui si è gettata, accetta passivamente la situazione e finisce addirittura per sposare quell’uomo. Michele vive la sua situazione con ancora maggiore angoscia. A differenza della sorella, non riesce a fingere ed a buttarsi in una squallida storia d’amore con Lisa, non odia Leo e non prova tristezza per le condizioni della famiglia, gli è tutto indifferente perché in tutto percepisce falsità. È tentato dall’idea di arrendersi alla vita comune che spetta a tutti i suoi pari, ma non ci riesce ed alla fine riesce a produrre un reale sforzo per cambiare radicalmente la situazione e risollevare anche la sorella, viene però tradito dal fatto che non sa come cambiare davvero le cose, finisce così per fallire. Carla è quindi meno meditativa, sfrutta la prima occasione che ha per cambiare la sua vita senza però riuscire a cambiare niente, finisce poi per arrendersi subito a quello che sente come un destino ineluttabile. Michele invece è molto più riflessivo, sente di dover fare qualcosa senza però sapere davvero cosa, a tratti cerca di lottare ed a tratti di arrendersi, ma in fin dei conti non gli riesce nessuna delle due cose, quindi non riesce a cambiare la situazione sua e della sorella e nemmeno gli riesce di tuffarsi in una squallida e finta storia d’amore.
Se i due ragazzi, pur non sapendo come, vorrebbero cambiare il loro stato, c’è invece la madre che vorrebbe nulla mutasse. La donna è consapevole che la rovina incombe su di lei, cerca però di tenersi a galla ostentando una ricchezza che non ha più, dedicandosi a cose frivole come feste e balli, mettendo anima e corpo in una relazione che non esiste più. Michele l’avvisa che Leo li sta ingannando, ma lei per non perderlo ignora il pericolo. È una donna così impegnata a fingere che nemmeno riconosce più la realtà, non si rende conto del turbamento che riempie l’animo dei figli, non accorge che il suo amato Leo la sfrutta e nemmeno capisce ciò che invece si svolge proprio sotto i suoi occhi, cioè che il suo amante ha sedotto la sua giovane figlia. Lei continua a vedere in Leo il suo amante e la persona che può aiutare la famiglia in quel momento difficile, continua ad essere gelosa di Lisa. La madre è forse la figura più tragica della vicenda, il suo mondo va in pezzi davanti ai suoi occhi e lei nemmeno se ne accorge, a differenza dei suoi due figli che invece hanno almeno la percezione della rovina in cui sono caduti.
Leo Merumeci è il “cattivo” della vicenda. Non esita a prendersi gioco dell’amante, frequenta assiduamente casa sua illudendola che tra loro ci sia ancora amore, intanto pianifica di rovinarla prendendole la villa per quattro soldi e seduce la sua giovane figlia. È senza scrupoli, tratta le persone così come la merce, non prova sentimenti ma le usa. Coccola Carla quando la corteggia, poi già dopo il primo rapporto sessuale diventa meno accomodante, infine le chiede di sposarla quando vede a rischio il suo profitto sulla villa dell’amante. Trascura completamente Lisa, sua vecchia amante, salvo poi andare a casa sua e cercare di prenderla anche un po’ bruscamente quando gli va male la prima volta con Carla. Le donne servono solo a sfogare le sue libidini ed a portargli un guadagno, nient’altro.
Lisa è una donna in rovina che cerca solo di tenersi nel mezzo della vita mondana e di sedurre il giovane Michele. Anche lei in rovina, continua a cercare avventure amorose come in gioventù, come a scacciare la rovina e l’età avanzata in cui è ormai precipitata. Respinge Leo solo perché ormai proiettata su Michele, scopre inoltre la tresca tra il suo vecchio amante e Carla, ma rivelerà il segreto a Michele solo per ferirlo quando sarà respinta, in realtà non ha alcun interesse di aprire gli occhi all’amica con cui, in realtà, non ha un sincero rapporto di amicizia.

Il contesto storico in cui si svolge la vicenda sono gli anni immediatamente successivi al delitto Matteotti, il fascismo ha ormai gettato la maschera rivelandosi per quello che è. Della situazione politica nel romanzo però non c’è traccia ed anche quella sociale si deduce più che vederla, Moravia usa il romanzo infatti per analizzare l’esistenza, per analizzare il tumulto che quella vita causa nell’animo di chi la vive.

Francesco Abate


venerdì 11 settembre 2015

STORIA: LA FINE DI ALLENDE E IL COLPO DI STATO DI PINOCHET

Con le elezioni del 4 settembre 1970, l’ex presidente del Senato cileno Salvador Allende divenne presidente della Repubblica. Allende guidava una coalizione di Unità popolare formata da comunisti, socialisti, cattolici di sinistra e radicali. Negli anni del suo governo, il neoeletto presidente colpì duramente le classi agiate e le multinazionali americane, inoltre nazionalizzò le industrie e le miniere di rame. In politica estera stabilì rapporti di amicizia con la Cuba di Fidel Castro.

Allende fu subito messo in difficoltà dagli oppositori, che riuscirono a destabilizzarne il governo, aiutati dalla sospensione dei crediti esteri (perlopiù statunitensi) che peggiorò la situazione economica e portò a numerosi scioperi in tutto il paese. Ad aggravare la situazione del Cile, ed a renderlo ancora più difficile da governare, c’era il problema del terrorismo.

L’11 settembre 1973, mentre affrontava l’ennesima crisi del suo governo, dichiarato pochi mesi prima illegittimo dalla Camera, Allende fu deposto da un colpo di stato e perse la vita nel bombardamento del palazzo presidenziale, che fino all’ultimo non volle abbandonare.

Il colpo di stato fu di matrice militare e fu guidato dal generale Augusto Pinochet, mentre è controverso il ruolo che gli USA ebbero nell’azione. 
Documenti declassificati della CIA rivelano come gli USA avessero tentato di rovesciare Allende già nel 1970, subito dopo la sua elezione. Lo stesso Kissinger dichiarò a proposito di Allende: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”. Quel che è certo è che gli USA seppero due giorni prima del colpo di stato di Pinochet, la CIA però sostiene di non aver giocato un ruolo diretto e lo stesso Kissinger riferì al presidente Nixon di non aver fatto il colpo di stato, ma di aver creato le condizioni ideali perché si verificasse.

Dopo il golpe, gli USA fornirono supporto materiale al regime di Pinochet, uno dei più crudeli della storia. Di certo Pinochet si rivelò un leader sanguinario, però colpendo gli oppositori politici andò a decimare i cileni di Allende, i comunisti e i socialisti, e questo non dispiacque per niente agli USA. Il dittatore inoltre portò avanti una politica economica rigidamente liberista, rendendo possibile agli USA tornare ad investire nel paese.

Francesco Abate

domenica 23 agosto 2015

LETTERATURA: RECENSIONE DI FONTAMARA DI IGNAZIO SILONE

Fontamara è il primo romanzo di Ignazio Silone e mostra lo scontro eterno tra i “cafoni”, l’ultimo anello della catena sociale, e i potenti. I secondi esercitano sui primi ogni tipo di sopruso sin da quando l’uomo ha memoria e i cafoni sono ormai assuefatti allo stato di cose e lo accettano passivamente. L’avvento del fascismo peggiora però le cose, con i soprusi a danno dei cafoni che vengono apertamente promossi dal Governo e che diventano ancora più odiosi e insopportabili, finendo per far svanire l’eterna rassegnazione degli ultimi e portarli ad un’inattesa rivolta.

Centrale nel romanzo è la figura di Berardo Viola, l’unico che mai accetta i soprusi di cui sono vittima i cafoni, ma che viene seguito più con divertimento che con convinzione. Solo verso la fine della vicenda, subito l’ennesimo sopruso e vista svanire l’ennesima opportunità, renderà concreta la sua ribellione e spingerà i paesani a seguire la sua strada.

La vicenda si svolge in un paesino abruzzese, appunto Fontamara, abitato da piccoli braccianti che vivono del loro lavoro e sembrano staccati da ogni realtà nazionale. I cafoni però imparano che non ci si può alienare dal resto del mondo, si può credere di farlo, ma si finisce solo per non capire quali nuove armi possono usare i potenti per truffarli.

La vita dei cafoni di Fontamara peggiora sempre più, fino ad arrivare al drammatico finale, è questo dimostra una certa rassegnazione. Finché i cafoni di Fontamara subiscono passivamente, vedono peggiorare le proprie condizioni di vita, quando poi si decidono a reagire, finiscono anche peggio. Come nel Verismo di Verga, non si può fuggire dal proprio destino, solo che in Fontamara non è un destino mosso dalla Provvidenza, ma è la malvagità dei ricchi e dei potenti a portare le sventure sui cafoni.

Nella descrizione delle ingiustizie perpetrate dai fascisti contro i cafoni di Fontamara, Silone mostra anche le contraddizioni del fascismo che, dopo essersi presentato come movimento del popolo, usa violenza contro lo stesso popolo che dovrebbe proteggere. Se il programma del Partito Fascista era di stampo socialista, le azioni andarono in tutt’altra direzione.

L’evoluzione del modo di pensare di Berardo Viola, figura centrale del romanzo, mostra anche la vicenda personale dell’autore. Silone infatti crebbe tra i contadini di Pescina e in gioventù si iscrisse al Partito Comunista per tutelarli, poi entrò in dissenso con il partito e ne uscì, ciò però non bastò ad evitargli noie con il fascismo e così fu costretto all’esilio. Allo stesso modo Viola prima propaganda ai paesani la necessità di ribellarsi anche con azioni violente, poi però cambia idea e finisce per abbandonare i propositi rivoluzionari perché desideroso di sposare la bella Elvira, infine la sua vicenda si conclude con l’aperto contrasto al fascismo.

Francesco Abate

giovedì 20 agosto 2015

FILOSOFIA: NIETZSCHE E IL NAZISMO

Per molti anni il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche è stato considerato precursore del nazismo. L’associazione nasce spontaneamente in chi ha una conoscenza solo superficiale dei due fenomeni, ma allo stesso tempo fu favorita proprio da alcuni ideologi del nazionalsocialismo le cui teorie ebbero poi larga diffusione.

L’equivoco nasce nella definizione che Nietzsche diede di superuomo, un uomo che ha abbandonato ogni fede ed ogni desiderio di certezza per reggersi su tutte le possibilità, crea nuovi valori e non subisce quelli tradizionali, è un uomo che ama la ricchezza e la transitorietà del mondo. Ovviamente in questa definizione di superuomo non c’è nulla che abbia a che fare con la sopraffazione violenta di altri uomini, cosa che era invece alla base della dottrina nazista, quindi l’analogia che molti hanno visto non c’è e il concetto di superuomo espresso da Nietzsche era diverso da quello pensato dai nazisti.

Un altro punto su cui c’era evidente distanza tra il filosofo e i nazisti era l’antisemitismo. Tutti sappiamo che per il nazionalsocialismo la distruzione della razza ebraica, portatrice di una malattia morale, era un punto fermo. Anche ai tempi di Nietzsche, che precedette il nazionalsocialismo di alcuni decenni, era di moda in Europa l’antisemitismo e il filosofo non ne aveva affatto una buona opinione. Egli non amava le religioni, meno di tutte il Cristianesimo, che giudicava anche peggiore dell’Ebraismo, però non è mai arrivato a teorizzare o propagandare la persecuzione e la cancellazione violenta di tali religioni.

Per concludere, posso dire che Nietzsche non è stato per nulla precursore del nazismo, bensì è stato il nazismo ad appropriarsi ed a distorcere il suo pensiero per creare una base culturale forte alle sue folli idee.

Francesco Abate