giovedì 18 luglio 2024

HAMAS DI PAOLA CARIDI

 

<<E' troppo semplice descrivere Hamas meramente come una organizzazione terroristica. E' un movimento nazionalista religioso che ricorre al terrorismo - così come il movimento sionista fece durante la lotta per la creazione dello stato - nella convinzione sbagliata che quello sia l'unico modo per far terminare un'occupazione oppressiva e che avrebbe restituito uno stato palestinese.>>
Ho voluto iniziare il post riportando queste parole pronunciate dall'ex presidente dell'American Jewish Congress, Henry Siegman, per mostrare subito come non sia affatto esaustivo descrivere Hamas semplicemente come organizzazione terrorista.
Come tutti sappiamo, è in corso dal 7 ottobre 2023, data del sanguinoso massacro perpetrato dalle Brigate Izz al Din al Qassam, l'ala militare di Hamas, il genocidio del popolo palestinese ad opera delle forze di occupazione israeliane. Come sin troppo spesso è accaduto nella storia, una nazione militarmente forte sta usando un torto subito per giustificare azioni abominevoli e contrarie al diritto internazionale.
In un momento storico in cui la questione palestinese è riesplosa con tanta prepotenza, diventa necessario conoscerne meglio uno dei protagonisti, il gruppo denominato Hamas. Per approfondire un po' ciò che riguarda questa fazione, della quale tutti parlano ma pochi sanno davvero qualcosa, si rivela molto utile un saggio che vi consiglio, scritto dalla giornalista Paola Caridi e rieditato proprio all'indomani degli attentati del 7 ottobre 2023: Hamas. Dalla resistenza al regime.
La conoscenza che abbiamo di Hamas si ferma spesso alla sua identificazione come gruppo terrorista, ma in realtà la sua complessa storia ci rivela un movimento molto complesso in cui convivono un'anima politica ed una militare; l'ultima purtroppo ha preso di recente il sopravvento.
La fondazione di Hamas risale all'anno 1987, durante la Prima Intifada. Il gruppo non fu fondato dall'oggi al domani, ma nacque da una costola dei Fratelli musulmani palestinesi con l'intento di perseguire in modo più attivo il proprio obiettivo di creare il buon palestinese musulmano e liberarlo dall'oppressione israeliana. Delle varie costole dei Fratelli musulmani esistenti in Medio Oriente, Hamas è stata l'unica a usare con una certa sistematicità la violenza, ma questo si spiega facilmente col fatto che è stata l'unica a dover affrontare l'occupazione di una forza straniera.
L'uso della violenza ad opera di Hamas toccò il suo picco con la stagione degli attentati suicidi, che durò dal 1994 al 2005. Anche in questo caso, la violenza, seppur ingiustificabile, nacque come reazione ad un atto subito: il 25 febbraio 1994, ultimo venerdì di ramadan, il colono israeliano Baruch Goldstein aprì il fuoco dentro la Moschea Ibrahimi, la più santa dopo le moschee della Spianata di Gerusalemme, uccidendo ventinove fedeli in preghiera prima di venire linciato dalla folla. Hamas considera ancora oggi quello il momento della svolta che portò all'inizio degli attentati suicidi che per più di dieci anni terrorizzarono gli israeliani.
Il 2005 fu l'anno in cui Hamas decise la tregua unilaterale, la fine della stagione dei suicidi, ed iniziò la propria attività politica in vista delle elezioni del 2006. Il 25 gennaio 2006 il mondo fu scosso da una notizia sconvolgente: Hamas aveva vinto le elezioni, battendo nettamente Fatah. Poteva essere un'occasione da cogliere per normalizzare il movimento, per dare forza alla sua componente politica a discapito di quella militare, ma in politica estera quasi mai l'Occidente ci vede lungo e anche allora non fece eccezione: Israele, USA ed UE scelsero di isolare Hamas e di ostacolarne in tutti i modi l'azione di governo, riconoscendo solo Fatah come interlocutore e rendendo di fatto l'Autorità Nazionale Palestinese ingovernabile. Israele, che per conto dell'ANP riscuote le tasse, bloccò a più riprese l'erogazione dei fondi, lasciando ad Hamas il compito di governare un territorio senza avere denaro a disposizione.
Quella del 2006 fu però davvero una grande occasione persa, e col senno di poi si può dire con ancora più forza. Hamas era stata eletta alla guida della Palestina non per la sua storia di violenza, ma perché negli anni aveva sviluppato una fitta rete di assistenza sociale, riuscendo ad aiutare i palestinesi più in difficoltà, quelli dei campi profughi della Striscia di Gaza sempre più isolata dall'occupante israeliano. La svolta politica di Hamas l'aveva anche portata a delle aperture che ne mitigavano l'estremismo; se, come già detto, nella carta costitutiva era detto senza mezzi termini che Israele andava distrutto, nelle dichiarazioni ufficiali dei suoi esponenti politici dopo le elezioni era ventilata l'ipotesi di una lunga tregua (dieci o venti anni) e la richiesta del riconoscimento dei confini del 1967, aprendo di fatto ad un riconoscimento dello Stato di Israele e ad una convivenza più pacifica. Se la comunità internazionale avesse assecondato Hamas nella svolta politica, avrebbe consolidato la forza dell'area diplomatica del movimento e limitata l'influenza dei gruppi militari. La strategia occidentale invece ha legato le mani ad Hamas, mostrando ai suoi elementi più estremisti come la via diplomatica fosse inutile, ed ha finito col tempo per indebolire l'area politica del movimento, aprendo di fatto la strada al massacro del 7 ottobre 2023.
Insieme alla miopia occidentale, che ha reso impotente la parte politica di Hamas rinforzando quella militare, decisivo per il ritorno alla violenza in Palestina è stato anche il disinteresse dei paesi arabi. Se in passato i paesi arabi avevano più o meno solidarizzato col popolo palestinese (pur dividendosi nei momenti decisivi, lasciando campo libero agli israeliani), in tempi recenti è emersa chiaramente l'insofferenza per la questione che tendono a normalizzare attraverso accordi con Israele siglati senza neanche interpellare i delegati dell'ANP. Ne sono un esempio lampante gli Accordi di Abramo, siglati dai paesi arabi con Israele al solo scopo di salvaguardare gli scambi commerciali ed isolare politicamente l'Iran, nei quali non si tiene minimamente conto degli interessi e della volontà dei palestinesi. Fallita la strategia dell'impegno politico, e visto l'isolamento in campo internazionale, è facile immaginare come gli estremisti all'interno di Hamas abbiano avuto gioco facile nel riacquistare potere.

Con questo post non pretendo di aver fornito un identikit completo di Hamas, un movimento così complesso e dalla storia tanto lunga non può essere spiegato in poche righe. Il mio intento è solo quello di aprire la mente a chi, semplicisticamente, etichetta il movimento come terrorista ed accetta supinamente la narrazione ambigua dei paesi occidentali (quelli che storcono il naso davanti al genocidio ma continuano a vendere armi ad Israele).
Per avere un quadro più esaustivo vi consiglio vivamente di leggere il saggio Hamas. Dalla resistenza al regime di Paola Caridi. Il saggio è scritto bene ed è facilmente leggibile anche da chi conosce poco la storia palestinese e vi permette di entrare nella complessità di Hamas, condizione indispensabile non solo per capire meglio cosa sta succedendo adesso in Medio Oriente, ma anche per imparare che la realtà è sempre molto più complessa di quanto sembri e che le etichette possono descrivere bene solo i prodotti sugli scaffali di un supermercato.

Concludo urlando: STOP AL GENOCIDIO!

Francesco Abate 

lunedì 8 luglio 2024

GERMOGLI BRUCIATI (AI BAMBINI)

 

Germogli bruciati (ai bambini) è una poesia contenuta nella raccolta Inferno.

I bambini sono la categoria più esposta ad ingiustizie e violenze, sia nelle zone di pace che in quelle di guerra, e la loro mattanza resta nel silenzio perché non hanno la forza di trasformare il loro dolore in un caso mediatico, come possono fare altre categorie di vittime.
Quando Israele dichiara di operare per la distruzione di Hamas, sta nascondendo decine di migliaia di bambini uccisi dai bombardamenti e dai fucili dei soldati, e quando la Russia sostiene di combattere per estirpare il nazismo dall'Ucraina, tace le migliaia di bambini uccisi o ridotti in miseria; questo vale per tutti i conflitti in ogni angolo del pianeta, non solo per i due che ho citato. Non c'è bisogno però di andare lontano per trovare bambini vittime di violenze fisiche o psicologiche: tra reati sessuali, violenze in famiglia e traffico di organi anche sotto il nostro naso ci sono tante piccole vittime silenziose.
I bambini sono il nostro futuro, i germogli dell'umanità, eppure vengono bruciati senza alcuna pietà. Ecco di cosa parla questa poesia ("Poteva essere giardino, invece è deserto: / tutti i germogli sono stati bruciati").


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Francesco Abate

martedì 2 luglio 2024

"PASSA LA NAVE MIA, SOLA, TRA IL PIANTO" DI GIOSUE CARDUCCI

 

Passa la nave mia, sola, tra il pianto
de gli alcion, per l'acqua procellosa;
e la involge e la batte, e mai non posa
de l'onde il tuon, de i folgori lo schianto.

Volgono al lido, ormai perduto, in tanto
le memorie la faccia lacrimosa:
e vinte le speranze in faticosa
vista s'abbatton sovra il remo infranto.

Ma dritto su la poppa il genio mio
guarda il cielo ed il mare, e canta forte
de' venti e de le antenne al cigolio:

- Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
al nubiloso porto de l'oblio,
a la scogliera bianca de la morte.

Questo sonetto fu scritto da Carducci nel 1851 col titolo La mia vita, ma vide la luce nelle Poesie solo nel 1871.
Il poeta in questi versi dipinge la propria vita come una nave in balìa della tempesta. I suoi ricordi e le sue speranze sono marinai abbattuti, chini senza forze sui remi, mentre lui è il capitano che li invita a vogare non per resistere, ma per giungere al nuvoloso porto dell'oblio, alla scogliera bianca della morte.
In questo sonetto è molto forte l'influenza di Petrarca, infatti l'incipit ricorda molto quello di una poesia del Canzoniere ("Passa la nave mia colma d'oblio").
Sebbene nella poesia la nave sia in balìa della tempesta, i versi non descrivono scene violente, perché il poeta è già vinto, non sta lottando. L'imbarcazione procede accompagnato dal verso dei gabbiani, che diventa il pianto de gli alcion, chiaro riferimento al mito greco di Alcione mutata in uccello marino (Ovidio, Metamorfosi). La tempesta infuria, tiene la nave in suo potere; i ricordi volgono lo sguardo indietro e piangono, mentre le speranze vinte dalla stanchezza si accasciano sul remo. Dritto sulla poppa c'è lo spirito del poeta (il genio mio) che canta forte e continua ad incitare i suoi marinai (speranze e memorie, appunto); non è però un incitamento a lottare, bensì è un invito all'autodistruzione, all'abbandono attivo delle speranze, alla corsa verso la morte e l'oblio.

In questo sonetto, tanto dolce e triste, si può cogliere il senso di delusione della vita che può impossessarsi di un uomo e spingerlo a desiderare la morte come una liberazione.

Francesco Abate

domenica 23 giugno 2024

VENEZUELA

 

Venezuela è una poesia contenuta nella raccolta Inferno.
In questa poesia racconto il sogno del paese che parve rinascere sotto il governo di Hugo Chavez e il successivo incubo, l'inferno, con la dittatura del suo successore Maduro.
Con l'avvento di Chavez "L'appestato si rialzò dalla strada / e camminò nel mezzo della folla / col sorriso di chi rivede una donna / partita anni addietro ma sempre desiderata", poi venne Maduro e "Il sano prese aspetto di lebbra / e la folla si piegò su sé stessa / con la testa che mordeva la coda / per staccarla dal resto del corpo".
Questa poesia mostra come una potenziale rinascita sia diventata l'ennesimo inferno, l'ennesima dittatura che consolida il proprio potere calpestando la povera gente.

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Francesco Abate

giovedì 13 giugno 2024

ALLA PRIMAVERA, O DELLE FAVOLE ANTICHE DI GIACOMO LEOPARDI

 

Alla Primavera, o delle Favole antiche è una canzone composta da Giacomo Leopardi a Recanati nel gennaio 1822, composta da cinque strofe di diciannove versi ciascuna.

Il tema della canzone è l'identità tra l'immaginazione antica, la mitologia, e quella fanciullesca, oltre alla triste consapevolezza che la morte del mito ha privato la Natura della sua empatia nei confronti dell'essere umano, trasformando il mondo in un vuoto palcoscenico dove le persone vivono i propri drammi.
Il concetto dell'identità tra il mito e l'immaginazione fanciullesca Leopardi lo ribadisce anche nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Anche nello Zibaldone l'autore affronta il tema della nostalgia per i miti antichi, richiamando delle immagini che in seguito inserirà nella canzone: <<Che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l'immaginazione umana e viva umanamente cioè abitata o formata di esseri uguali a noi, quando nei boschi desertissimi si giudicava per certo che abitassero le belle Amadriadi e i fauni e i silvani e Pane, ec. ed entrandoci e vedendoci tutto in solitudine pur credevi tutto abitato e così de' fonti abitati dalle Naiadi ec. e stringendoti un albero al seno te lo sentivi quasi palpitare tra le mani credendolo un uomo o donna come Ciparisso ec. e così de' fiori ec. come appunto i fanciulli.>>

Nel titolo della canzone si può notare come i termini Primavera e Favole siano scritti con la lettera maiuscola. L'intento di Leopardi è quello di evidenziare le due parole, sottolineandone così anche l'identità.
Il poeta non parla di mito, ma di Favole antiche, perché riprende l'etimologia della parola fabula, la quale deriva dal verbo for, faris che significa "parlare" o "comunicare".

L'ultima strofa della canzone esprime con potenza e chiarezza il tema della poesia. Leopardi constata come l'uccello che canta non partecipa al dolore umano ("Ma non cognato al nostro / il gener tuo..."), quindi muore il mito di Filomela che, trasformata in usignolo dopo aver subito una violenza ed assistito ad alcune atrocità, canta al tramonto note di dolore per il genere umano. Con quello di Filomela muore tutto il mito antico, infatti l'Olimpo è vuoto ("Ahi ahi, poscia che vote / son le stanze d'Olimpo...").
La morte del mito rende la Natura sorda alle sofferenze umane, quindi Leopardi chiude la canzone esortandola ad essere, se non partecipe, almeno spettatrice, e di restituirgli l'ardore della prima giovinezza:
"tu le cure infelici e i fati indegni
tu de' mortali ascolta,
vaga natura, e la favilla antica
rendi allo spirito mio; se tu pur vivi,
e se de' nostri affanni
cosa veruna in ciel, se nell'aprica
terra s'alberga o nell'equoreo seno,
pietosa no, ma spettatrice almeno."

Francesco Abate

giovedì 6 giugno 2024

EBRU TIMTIK E' IMMORTALE

 

Ebru Timtik è immortale è una poesia contenuta nella raccolta Inferno.
In questa poesia parlo dell'avvocata turca di origine curda Ebru Timtik, attivista dei diritti umani accusata dal governo turco di fare parte di un'organizzazione terroristica, arrestata e morta dopo più di 250 giorni di sciopero della fame. Ebru Timtik ha lottato fino alla morte per avere un processo giusto, contro il governo crudele e autoritario di Erdogan e le ingiustizie inferte ai curdi.
Ebru Timtik ha lottato per la giustizia, "ma la sciabola del sultano / taglia tutte le teste / che si alzano a guardarlo."
Ebru Timtik sapeva benissimo che il coraggio di difendere la propria libertà spaventa a morte i dittatori:
ma il sultano trema, ha paura,
mostra i denti come un cane
messo spalle al muro da un orso
perché dal popolo si alza un grido
il cui eco nell'aria non scema:
"Ebru Timtik è immortale".


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Grazie e buona lettura.

Francesco Abate

domenica 2 giugno 2024

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO DI MARCEL PROUST

 

Alla ricerca del tempo perduto è l'opera più importante dello scrittore francese Marcel Proust, scritta tra il 1906 e il 1922, composta di sette volumi (tre dei quali pubblicati postumi) ed inserita nel guinness dei primati per la sua lunghezza.
Questi sette romanzi sono un lunghissimo viaggio nella mente di un uomo per niente speciale, se non dotato di una straordinaria sensibilità, che in sole due occasioni scopriamo chiamarsi Marcel (viene chiamato per nome dalla fidanzata Albertine nel libro V - La prigioniera) e che intuiamo quindi essere l'autore stesso della Ricerca. Il narratore, Marcel appunto, ripercorre i ricordi della sua esistenza dall'infanzia fino ai primi anni del Novecento, concludendo il racconto con la nascita del proposito di scrivere un romanzo sugli uomini e sul tempo. Alla ricerca del tempo perduto è quindi un romanzo circolare, che termina con la propria genesi; lo stesso Proust infatti dichiarò in più occasioni di aver scritto simultaneamente l'inizio e la fine dell'opera.
Proust in quest'opera ripercorre la propria esistenza, tornando a guardare la società in dissoluzione nella quale si è mosso e i sentimenti che hanno accompagnato le sue esperienze, e giunge alla conclusione che il senso ultimo della vita sia nell'arte e nella letteratura.

Alla ricerca del tempo perduto è l'immenso progetto di Proust di tracciare una sintesi dell'esistenza umana e dei moti dell'anima. L'opera è scritta con un linguaggio molto ben cesellato, ricco di sfumature e raffinatezze tali da evidenziare anche il particolare più minuscolo di un sentimento o di uno stato d'animo.
Sebbene le intenzioni dell'autore siano buone, e la scrittura ottima, Alla ricerca del tempo perduto è un concentrato assoluto di noia che scoraggia alla lettura anche l'anima più volenterosa. Non dubito che in tanti l'abbiano letto o lo leggano, anche perché la Ricerca è un po' come l'Ulisse di Joyce, un'opera che fa sentire il lettore in diritto di guardare gli altri esseri umani dall'alto in basso. Chiaramente io esprimo solo la mia opinione di lettore, e ribadisco che sul piano del linguaggio e dei temi l'opera abbia dei pregi innegabili, ma i romanzi per compiere la propria opera devono prima di tutto invitare alla lettura e la Ricerca, almeno a mio modo di vedere, non lo fa.

Francesco Abate