giovedì 21 maggio 2015

FILOSOFIA: LO STATO ASSOLUTISTICO E IL LEVIATANO DI THOMAS HOBBES

Alla base della costruzione di Hobbes della società ci sono due presupposti:
1)      Pur essendo relativi tutti i beni, vi è tuttavia fra di essi un primo ed originario bene, che è la vita e la conservazione della medesima (così come un primo male, che è la morte);

2)      In secondo luogo egli nega che esistano una giustizia ed una ingiustizia naturali, dato che non ci sono “valori assoluti”. Giustizia e ingiustizia sono frutto di “convenzioni” stabilite da noi stessi, sono quindi conoscibili in maniera perfetta e a priori, insieme a tutto ciò che da esse scaturisce.

“Egoismo” (il primo presupposto) e “convenzionalismo” (il secondo) sono i cardini della nuova scienza politica.

Hobbes contesta il pensiero aristotelico, che vedeva l’uomo come “animale politico” fatto per vivere in una società strutturata. Per Hobbes ciascun uomo è profondamente diverso dagli altri uomini e quindi da esso staccato, è un “atomo di egoismo”.

Ciascun uomo non è affatto legato agli altri uomini da un consenso spontaneo come quello degli animali, che si basa su di un “appetito naturale”, per le seguenti ragioni:
1)      Fra gli uomini ci sono motivi di contesa che non ci sono fra gli animali;
2)      Il bene dei singoli animali non differisce dal bene comune, nell’uomo invece il bene privato differisce da quello pubblico;
3)      Gli animali non scorgono difetti nella loro società, gli uomini invece si e per questo cercano di introdurre sempre novità che sono alla base di discordie e guerre;
4)      Gli animali non hanno la parola, che nell’uomo è spesso “tromba di guerra e di sedizione”;
5)      Gli animali, a differenza degli uomini, non si biasimano tra loro;
6)      Negli animali, a differenza che nell’uomo, il consenso è naturale.
Lo Stato dunque non è naturale, ma artificiale.

Secondo Hobbes la condizione in cui gli uomini naturalmente si trovano è quella di una guerra tutti contro tutti. Ciascuno infatti tende ad appropriarsi di ciò che gli serve e la natura non pone limite a ciò che si può possedere, quindi ognuno ha diritto su tutto. In tale situazione è costante per l’uomo il pericolo di perdere il bene primario, cioè la vita, ed egli vive nel costante terrore di perderla violentemente.
L’uomo esce da questa condizione facendo leva sugli istinti, cioè il desiderio di evitare la guerra continua e quello di avere il necessario alla propria sopravvivenza, e sulla ragione, non intesa come valore in sé, ma come strumento per realizzare i desideri di fondo. Così nascono le “leggi di natura”, che non sono altro che razionalizzazione dell’egoismo, che permettono di realizzare il desiderio dell’autoconservazione. Una legge di natura è un precetto o una regola generale scoperta dalla ragione, che vieta ad un uomo di fare ciò che è lesivo della sua vita o che gli toglie i mezzi per preservarla, e di omettere ciò con cui egli pensa possa essere meglio preservarla.

Nel Leviatano Hobbes elenca 19 leggi:
1)      Sforzarsi di cercare la pace;
2)      Rinunciare al diritto su tutto, ogni uomo si accontenti di avere la libertà che è disposto a concedere agli altri uomini. (per Hobbes questa è la legge del Vangelo)
3)      Adempiere ai patti fatti. (così nascono giustizia ed ingiustizia)
4)      Restituire i benefici ricevuti, così che non si pentano di averli fatti.
5)      Ciascun uomo deve adattarsi agli altri. (nascono così socievolezza e il suo contrario)
6)      Si perdonino coloro che, pentendosi, lo desiderano.
7)      Nelle vendette (o nelle punizioni) non si guardi la male passato ricevuto, ma al bene futuro.
8)      Non dichiarare odio o disprezzo per gli altri.
9)      Ogni uomo riconosca gli altri uguali a sé per natura.
10)   Nessuno pretenda di vedersi riservato un diritto che non sarebbe contento fosse riservato a qualcun altro.
11)   Colui a cui è affidato il compito di giudicare tra due uomini, deve comportarsi in maniera equa tra i due.
Le altre otto prescrivono l’uso comune delle cose indivisibili, l’affidamento alla sorte della fruizione dei beni indivisibili, il salvacondotto per i mediatori di pace, l’arbitrato, le condizioni di idoneità a giudicare equamente e la validità della testimonianza.
Queste leggi però non bastano, infatti i patti non servono a niente senza una spada che ne imponga l’osservanza, quindi serve un potere che imponga il rispetto delle stesse. Tra i cittadini si stipula il patto sociale, ma deve esserci un sovrano (o un’assemblea) che è al di fuori del patto, entrandoci infatti genererebbe contrasti nella gestione del potere. Egli è depositario dei diritti dei cittadini, è l’unico a mantenere tutti i diritti, mentre è depositario delle rinunce dei cittadini, è al di sopra della giustizia, tutti i poteri sono concentrati nelle sue mani ed anche la Chiesa deve essergli soggetta, lui è anche arbitro in materia di religione, dogma e interpretazione delle Sacre Scritture.
Hobbes affida allo stato il nome “Leviatano” (letteralmente significa “coccodrillo”, è un mostro invincibile descritto nel libro di Giobbe, capp. 40-41). Lo designa anche come “dio mortale”, perché a lui dobbiamo la pace e la nostra sopravvivenza (al di sopra dello stato vi è solo il Dio immortale). Lo Stato che ha concepito è per metà mostro e per metà dio mortale.

Francesco Abate

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